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Fu in Sicilia la più grave sciagura mineraria italiana: il disastro di Cozzo Disi e Serralonga

Accadde il 4 luglio del 1916. Quanti i furono i morti non si è mai saputo con precisione perché non tutti gli operai che allora lavoravano nelle miniere siciliane erano registrati

Elio Di Bella
Docente e giornalista
  • 18 aprile 2021

Minatori della miniera di Cozzo Disi

Poco più di cento anni fa, a Casteltermini, in provincia di Agrigento, si è verificata la più grave sciagura mineraria italiana.

Il 4 luglio del 1916 nelle miniere di «Cozzo Disi» e «Serralonga», poste tra loro in collegamento, perirono 89 operai, altri 34 rimasero feriti, ma il bilancio molto probabilmente fu più grave, perché in realtà non tutti gli operai che allora lavoravano nelle miniere siciliane erano registrati.

La sentenza del Tribunale penale di Agrigento del 1919 ci racconta cosa avvenne in quelle gallerie.

"Il 4 luglio 1916 – esordisce la sentenza – verso le ore 13 e trenta, mentre gli operai – in numero di oltre cinquecento – delle due miniere di Cozzo Disi e Serralonga di Casteltermini lavoravano, si udì un primo formidabile boato con un violento colpo d'aria, contemporaneo sviluppo di idrogeno solforato (agro) e di grisou (antinomio) il quale a contatto delle lampade a fiamma libera degli operai diede luogo a ripetute esplosioni…



Gli operai che lavoravano nella sezione Giambrone, in numero di 66 perirono, com'è da ritenere, per ustioni, per asfissia, per avvelenamento prodotto dall'idrogeno solforato e per traumi. Gli operai che, in numero di ventitré, lavoravano nella vicinante e comunicante miniera di Serralunga, al primo fragore della Cozzo Disi, fuggirono pel piano inclinato e percorsi appena 90 metri incontrarono il grisou dal quale furono investiti e perirono. In tutto le vittime furono ottantanove, oltre 34 feriti".

Le cause furono ufficialmente attribuite a scoppio di grisou, ma a prescindere dell'incendio che provocò la catastrofe, la proporzione assunta dalla catastrofe fu conseguenza del modo con cui era stata coltivata la miniera.

I primi improvvisati e piuttosto maldestri tentativi di portare soccorso agli operai furono fallimentari perché i soccorritori non poterono procedere le prime sezioni della miniera. Un capomastro pagò con la vita il suo coraggioso e solitario tentativo di salvare i compagni.

I boati si sentirono per diverse ore ed un'alta colonna di fumo si levò dal ciminiere di Serralonga.

Nel pomeriggio "poiché qualcuno (della squadra) riferì che nel fuggire aveva udito dei lamenti, si formò una seconda squadra di salvataggio – racconta la sentenza – che entrò per la galleria principale e stava per introdursi nella direzione della settima traversa, quando, aperta la porta, avvenne una forte esplosione di gas grisou che ustionò i componenti la squadra, due dei quali in conseguenza di ciò poi morirono".

Un altro tentativo, infine, quel giorno venne fatto dai minatori di una vicina zolfara, che accorsero appena uditi i boati. Ma anche questo tentativo fu inutile.

Vennero trovati vivi due operai, nel corso di un successivo intervento di salvataggio, ma poche ore dopo uno dei due morì.

Ben undici giorni dopo un ragazzo uscì vivo dalle gallerie. Era riuscito a passare dalla Cozzo Disi alla Serralunga e si era rifugiato nella sala caldaia, praticando un foro nella muratura dell'imbocco. Aveva viveri e acqua appena sufficienti per sopravvivere così a lungo.

A quel punto si ritenne inutile organizzare altri tentativi di salvataggio e il 13 luglio fu eseguita la chiusura della buche della miniera per impedire che l'incendio prendesse proporzioni ancora più ampie e più pericolose.

Nel 1919 si celebrò il processo.

Cinque gli imputati: il direttore della miniera, due esercente della miniera e due capomastri.

I testimoni accusarono gli esercenti della miniera che: "per ingordigia di lauti guadagni non avevano condotto la miniera a regola d'arte ed eseguiti i necessari riempimenti dove si lavorava ad esaurimento", per cui "da qualche tempo sì erano fatte sinistre previsioni".

Secondo l'accusa pertanto il disastro sarebbe stato provocato dal crollo di una parte della miniera dovuto al mancato riempimento con materiale sterile dei vuoti provocati dall'estrazione del minerale.

Ma numerosi testi a discarico vennero in soccorso degli imputati, soprattutto autorevoli esperti come il presidente del Sindacato per gli infortuni delle miniere, gli ingegneri del reale corpo delle miniere, e tutti quegli ispettori che nei mesi precedenti avevano visitato la miniera, Costoro durante il dibattimento "hanno unanimemente assicurato che (la miniera) era condotta regolarmente ed in perfette condizioni di stabilità", né vi era stato alcun segno premonitore.

I giudici stabilirono che il disastro era avvenuto per cause naturali e sottolinearono che molto probabilmente quel giorno per abbassamento barometrico ed elevata temperatura (il bollettino meteorologico indicava nel giorno del disastro una temperatura massima di 43 gradi e mezzo) il grisou "dall’alto poté abbassarsi ed accumularsi anche nelle parti alte del piano inclinato della Serralonga, determinando a Cozzo Disi… al contatto colla fiamma libera delle lampade (degli operai), una prima formidabile esplosione, seguita da forte scuotimento della montagna, su cui perciò apparvero nuove fenditure, da boati violenti, colpi d’aria … I cadaveri e i feriti presentavano le tracce dei terribili effetti del grisou, di idrogeno solforato, di violenti atterramenti e di traumi".

Viene ricordato infine che un'ora prima del disastro era avvenuta una violenta eruzione dello Stromboli e ciò può avere esercitato "una sua influenza nello sprigionamento del grisou nella miniera di Cozzo Disi".

In conclusione gli elementi del processo non furono sufficienti a far ritenere che il disastro della Cozzo Disi fosse da attribuire ad imperizia, negligenza ed inosservanza di regolamenti da parte degli imputati, che vennero pertanto assolti per insufficienza di prove.

La miniera di Cozzo Disi continuò ad operare e rappresentò per lungo tempo una buona risorsa economica per il territorio circostante. Nel 1916 era la miniera di zolfo più grande d’Europa. È stata l'ultima delle zolfare siciliane ad essere chiusa nel 1988.
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