Gino Cecchettin agli studenti in Sicilia: "Insieme possiamo salvare le altre Giulia"
Un silenzio attento, poi parole che non cercano scorciatoie ma responsabilità: l'incontro tra Gino Cecchettin e gli studenti siciliani per una riflessione collettiva
Gino Cecchettin (foto di Giovanni Navarra)
Da lì ha preso forma un intervento che ha tenuto insieme esperienza personale e riflessione collettiva. Un appuntamento dal profondo valore civile e pedagogico quello ospitato alla palestra comunale "Mimmo Bonanno", dove le studentesse e gli studenti dell'Istituto Comprensivo “Giuseppe Pitrè" lo hanno incontrato per ascoltarlo e conoscere il libro “Cara Giulia”, parte di un progetto più ampio a sostegno delle vittime di violenza di genere, nelle cui pagine, attraverso la storia della figlia, si interroga sulle radici profonde della cultura patriarcale della nostra società, per un confronto aperto sui temi del rispetto e delle relazioni sane.
Un’iniziativa nata dalla volontà di trasformare la lettura in impegno concreto, offrendo alle nuove generazioni uno spazio di riflessione condivisa. L'evento è stato organizzato dall'Istituto scolastico in collaborazione con la Libreria Modus Vivendi, nell'ambito del progetto “Generazione Zeta”, promosso dalla Cooperativa Sociale TERRAFERMA, di cui è coordinatrice Antonina Grillo.
Un progetto realizzato grazie a una rete di partner istituzionali e territoriali composta da Azienda Sanitaria Provinciale di Trapani, Comune di Castellammare del Golfo, L'Informazione di Castellammare del Golfo, Associazione EURO, Associazione Innovazione Sociale e Territoriale, I.C. "Vivona" di Calatafimi e ITET “Caruso" di Alcamo.
«È un problema educativo - dice senza esitazioni Gino Cecchettin, alludendo a un nodo profondo, che riguarda modelli e costrutti sociali duri a morire -. Nonostante le leggi ci siano, la donna viene ancora considerata un oggetto da tantissimi uomini, per questo bisogna lavorare sul maschile, che non significa fare la guerra agli uomini, ma coinvolgerli pienamente in un percorso di consapevolezza e cambiamento. È un passaggio che farebbe bene anche a loro: liberarsi da certe dinamiche culturali permetterebbe di vivere meglio le relazioni, anche nei momenti difficili come la fine di una storia».
Non uno scontro, ma un’assunzione di responsabilità, per rendere i maschi più partecipi di questo percorso. Un cambiamento che secondo Cecchettin «li aiuterebbe concretamente liberandoli da certe logiche senza trasformare il dolore in possesso». Il punto centrale è imparare a riconoscere e gestire le nostre emozioni.
«Mi rivolgo ai ragazzi, ma anche alle famiglie: credete in ciò che avete costruito oggi, non lasciate spazio a quei modelli culturali che rischiano di farvi deviare. Potete essere agenti di cambiamento. E se vi trovate davanti a episodi di violenza, non abbiate paura di fare un passo in più: aiutare è una responsabilità collettiva».
Il pensiero è continuamente rivolto ai più giovani, che lo hanno accolto con domande, considerazioni, magliette con su scritto il nome di Giulia, tanto rispetto, tanto calore. «Quello che facciamo lo facciamo per i ragazzi. Quando avremo salvato le altre Giulia e gli altri Filippo avremo fatto tantissimo».
Il suo pensiero si apre alla necessità di coltivare una prospettiva di cambiamento: «La speranza di un futuro migliore per la società nella quale vivo è fondamentale, e per questo non dobbiamo restare spettatori, ma essere parte attiva di una comunità che reagisce».
Nelle sue parole trovano spazio anche dubbi personali, e domande e ricerca interiore convivono, una ricerca che non si nasconde: c’è un continuo tentativo di dare senso al dolore, senza risposte semplici: «Rileggo il Vangelo e la Bibbia per capire da dove veniamo, ma faccio fatica a pensare che ci sia un’entità onnipotente che possa decidere delle nostre vite». La sua è una riflessione intima che si intreccia al grande patimento: «Se esiste un Dio buono, mi chiedo perché non sia intervenuto anche per la nostra famiglia.
Forse è un mio limite, forse devo fare ancora dei percorsi. Invidio chi crede, perché ha una forza in più. Io ho dovuto trovarla dentro di me, ma è questo quello che sono e non posso dire il contrario, perché mentirei». Di fronte ai ragazzi e ai rappresentanti delle istituzioni il messaggio è stato chiaro e univoco: occorre intervenire per dare soluzione al problema educativo, che per troppo tempo ha consentito che venissero trasmessi modelli sociali che, nonostante i progressi legislativi, continuano a influenzare profondamente il modo in cui molte persone percepiscono il ruolo della donna.
Un intervento che ha lasciato una traccia chiara: il cambiamento passa dalla cultura, dall’educazione e dalla responsabilità condivisa. E comincia, ogni giorno, dalle scelte di ciascuno. Il cambiamento non è un concetto, è un’azione quotidiana che passa dalle emozioni e si proietta nel futuro. Il suo è un dolore che non resta privato, ma diventa voce pubblica e incontro.
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