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Ha disegnato la storia recente di Palermo: il ricordo di Gregotti "papà" dello Zen

Nel capoluogo siciliano Gregotti lascia due opere emblematiche e divisive, da una parte, parte degli architetti, dall'altra fruitori e residenti soprattutto del quartiere Zen

Danilo Maniscalco
Architetto, artista e attivista
  • 18 marzo 2020

Il quartiere Zen di Palermo

«La città offre il sistema a noi noto più adatto a rendere minimo il controllo sociale, più ampia la libertà di lavoro, più facile la mobilità sociale, più variata la scelta dei servizi e degli svaghi, più ad alto livello i sistemi educativi e sanitari».

È solo uno degli estratti possibili nel clima surreale di questi giorni, da quel grande contributo alla trattatistica architettonica del secondo Novecento che fu “il territorio dell'architettura” di Vittorio Gregotti, progettista e docente di Composizione architettonica a Venezia, Milano e Palermo, editorialista e saggista nato a Novara nel 1927 e scomparso domenica 15 marzo, aggredito come le migliaia di vittime in Lombardia da un nemico invisibile arrivato silenzioso dall'altra parte del mondo.

Nel capoluogo siciliano Gregotti lascia due opere emblematiche e divisive, da una parte, parte degli architetti, dall'altra fruitori e residenti soprattutto del plurinominato quartiere ZEN (zona espansione nord), l'opera probabilmente più conosciuta persino dall'altra parte del mondo.



Ma non credo che oggi sia indispensabile fermarsi a discutere, unire o divedere intorno alle valenze formali ed estetiche, positive e negative di questo o quel progetto, perché con la scomparsa del professore che insegnò e formò diverse generazioni di progettisti anche qui a Palermo a principio degli anni Settanta, scompare, e questo è innegabile, uno degli ultimi teorici dell'architettura moderna e scompare in un momento di buio profondo in cui tutto è messo in discussione, certezze, abitudini, punti di riferimento.

Personalmente non ho mai amato la dimensione volumetrica così estesa dello Zen pur apprezzandone quella caratteristica che la grande architettura possiede e cioè la presenza di quel sentire d'esser a cospetto di un luogo dalle mosse ragionate e immaginate per incidere.

Altra storia è il gesto progettuale quasi geografico, dei dipartimenti di biologia, diaframmi tra la strada e la fossa della Garofala all'interno dell'ateneo palermitano, la cui monumentalità mi ha recentemente suggestionato per la vicinanza a certe opere di Louis Kahn.

Ma ancora, se il giudizio sulle opere di un progettista può subire e forse lo deve, oscillazioni critiche dettate da parametri più o meno oggettivi, il giudizio sull’intellettuale, sullo studioso, sul docente, è un giudizio positivo e dovrebbe spingere la comunità urbana della città e non solo gli architetti a ripartire da basi scientifiche proprio da quello strumento metodologico imprescindibile per migliorare l’habitat, tanto caro allo stesso Gregotti e cioè il progetto.

Credo infatti, che nel bisogno sempre più pressante e necessario di “ricucire” non solo i nostri luoghi urbani ma soprattutto il nostro spirito di comunità, se non vogliamo che sterili polemiche sopravvivano alla correttezza dei ragionamenti e del pensiero di un grande pensatore lucido e libero, sia indispensabile attivare e finalmente un percorso partecipato e condiviso davvero con il territorio, partendo proprio dal quartiere ZEN, affinché il primato oggettivo del progetto inteso come risorsa comune, possa tornare protagonista di quelle trasformazioni urbane teorizzare dallo stesso Gregotti come indispensabili momenti di riflessione e non ulteriori occasioni perdute per costruire valore sociale e culturale.

In questi giorni di impreparazione e privazione, mi ha molto colpito la riflessione di quanti, apprezzando la produzione architettonica e teorica del “maestro” magari avendone condiviso anche semplici personali momenti, hanno sottolineato quanto le difficili condizioni imposte dalla quarantena della prima zona rossa dell'intero paese, impediranno al professore di avere un funerale pubblico per quell’ultimo saluto collettivo, e mi è sembrata questa, una considerazione toccante e non affatto marginale, condivisibile, umana e trasversale, necessaria e riflessiva, tutte caratteristiche a cui i ragionamenti teorici dello stesso Gregotti hanno sempre voluto far riferimento.

Ecco, credo che se, malgrado le divisioni e le differenti visioni rispettabili di ognuno di noi, la Palermo dei dipartimenti e dello Zen, vorrà conferire all'uomo di cultura scomparso, il giusto tributo negato da questo rabbuiante momento storico capace di farci riscoprire tutti più fragili e vicini, esso potrà essere proprio il ripartire ed il ripensare quei luoghi in qualche maniera per troppo tempo non-finiti, come ponte generazionale avviato finalmente ad unire attraverso il valore universale della nostra empatia collettiva.

Se sapremo ripartire da ciò che ci unisce piuttosto che dal rievocare passate stagioni divisive, concorreremo a rendere il giusto tributo negato dalla sorte ad un grande protagonista della culturale italiana che, comunque la si voglia vedere, ha lasciato nel nostro territorio, orme di un certo rilievo.

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