Il Mediterraneo si sta "tropicalizzando": cosa rivela uno studio sul plancton
La trasformazione più profonda per la crisi climatica sta avvenendo alla base della rete alimentare, tra organismi microscopici che galleggiano sospinti dalle correnti
Questi fondali custodiscono minuscoli resti fossili che funzionano come una biblioteca naturale o un museo del clima e della vita marina, utile ai geologi e ai biologi per comprendere com’erano un tempo le comunità marine. Il risultato di questo studio è chiaro: il plancton mediterraneo sta assumendo caratteristiche sempre più simili a quelle delle regioni tropicali. L’analisi dei sedimenti ha infatti evidenziato una risposta divergente al riscaldamento: dall’inizio dell’era industriale la diversità dei coccolitofori è aumentata, mentre quella dei foraminiferi è diminuita.
Questo riflette un Mediterraneo sempre più caldo e stratificato, segnato soprattutto dall’ingresso di nuove specie attraverso il Canale di Suez. Un altro problema è rappresentato dal rimescolamento della colonna d’acqua. Quando le acque superficiali si scaldano, si mescolano meno con quelle profonde, limitando l’apporto di nutrienti. In tali condizioni prosperano specie adattate ad ambienti oligotrofici (poveri di nutrienti), spesso tipiche di latitudini tropicali.
L’incremento di Gephyrocapsa oceanica, già abbondante durante antichi periodi caldi, rafforza l’idea che il Mediterraneo stia attraversando una fase di “tropicalizzazione” biologica che durerà a lungo. Le conseguenze di questo fenomeno sono potenzialmente devastanti per l’ambiente marino. Una riduzione dei foraminiferi o un’alterazione nella composizione del fitoplancton può influenzare infatti la disponibilità di cibo per larve di pesci e invertebrati, oltre che la produttività ittica e la capacità stessa del Mediterraneo di assorbire carbonio.
Un grave problema, considerando anche come il nostro mare risulti uno degli hotspot di biodiversità più importanti del pianeta e una delle regioni marine più vulnerabili al cambiamento climatico. Se in passato la tropicalizzazione era considerata soprattutto un fenomeno del bacino orientale, oggi emergono segnali chiari anche nel settore occidentale, in particolare sul Canale di Sicilia, dove negli ultimi mesi si sono moltiplicati i casi di avvistamenti di specie provenienti dal Mar Rosso e dall’Atlantico.
Per fare una breve lista degli organismi che vivono nel plancton del Mediterraneo, basta andare a considerare quali sono le specie più importanti. Tra i Coccolitofori, l’Emiliania huxleyi è una delle specie più importanti. Si tratta di una microalga dalla superficie calcificata, dominante anche nel Mediterraneo. Essa forma spettacolari fioriture visibili dallo spazio e svolge un ruolo chiave nel ciclo del carbonio grazie ai suoi gusci calcarei. Questa specie è messa in pericolo dalla competizione con la Gephyrocapsa oceanica citata poco prima. Tra le diatomee, sono molto importanti la Skeletonema costatum e Chaetoceros socialis. Queste microalghe prosperano in acque ricche di nutrienti, specialmente in inverno e primavera, e rappresentano una fonte primaria di cibo per lo zooplancton.
Infine, tra i Foraminiferi, Globigerina bulloides e Orbulina universa sono le specie in opposizione. La prima più abituata a climi freddi, mentre la seconda associata a condizioni calde e stratificate, queste specie sono in competizione perenne e i loro gusci calcarei, depositandosi sul fondo marino, permettono agli scienziati di ricostruire le condizioni climatiche del passato.
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