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Il "numero della luce" di Pitagora per l'anno nuovo: così l'armonia ritorna (in Sicilia)

Questa percezione antica ha radici profonde e porta con sé il nome del matematico che raramente associamo alle feste, ma che ne custodisce il senso autentico

Federica Dolce
Avvocato e scrittrice
  • 5 gennaio 2026

In Sicilia il tempo non è mai stato una linea retta. È un cerchio, un’onda, un ritorno. Lo si avverte nei giorni che vanno dal 25 dicembre al 6 gennaio, tra il Natale e l’Epifania, quando l’anno sembra rallentare, piegarsi su sé stesso, come se avesse bisogno di ritrovare il proprio centro e ricordare da dove viene prima di ricominciare.

È un tempo sospeso, che non appartiene più all’anno che finisce e non ancora a quello che riparte davvero. Questa percezione antica del tempo ha radici profonde e porta con sé un nome che raramente associamo alle feste, ma che ne custodisce il senso più autentico: Pitagora. Non soltanto matematico del celebre teorema, Pitagora fu filosofo, guida e maestro spirituale, fondatore di una comunità di pensiero che nacque nella Magna Grecia e che si diffuse in tutto il Mediterraneo.

La sua scuola nacque a Crotone, ma il pensiero pitagorico attraversò tutto il Sud e attecchì anche in Sicilia, terra di confine e di sintesi, dove il numero, il mito e la luce trovarono un linguaggio comune. Per Pitagora, il mondo non era governato dal caso, ma da un ordine profondo: tutto è numero. E il numero non è fredda quantità, bensì armonia, proporzione, misura del cosmo.

Questa visione trasformava anche il tempo. Il tempo, per Pitagora, non scorre in avanti senza ritorno: è ciclico, musicale, ritmico. Come le stagioni, come i movimenti degli astri, come il respiro. Il passaggio dall’oscurità alla luce dopo il solstizio d’inverno non è un evento secondario, ma un momento sacro, in cui l’ordine del cosmo si rende visibile. È qui che il Natale incontra il pensiero pitagorico. Il 25 dicembre, prima ancora di essere festa cristiana, era celebrazione della rinascita del sole dopo il solstizio d’inverno. La luce, che sembrava sconfitta nel suo punto più basso, torna a crescere.

Per Pitagora il sole non era soltanto un corpo celeste, ma un simbolo dell’intelligenza cosmica, del principio che dà forma e senso a tutte le cose e per questo rende comprensibile il mondo. La rinascita della luce era quindi anche rinascita dell’ordine, del numero che ricomincia a dispiegarsi dopo il punto più basso del buio, della riaffermazione di un’armonia che non si spezza mai del tutto. La Sicilia, terra di luce per eccellenza, con il suo rapporto viscerale con il sole e con la terra, ha custodito questa consapevolezza più di altri luoghi. Qui la luce non è mai astratta: è fisica, accecante, quotidiana.

Anche in inverno, anche nei giorni più brevi, resta una presenza concreta, mai del tutto assente, una promessa. È la stessa promessa che attraversa il pensiero pitagorico: nulla finisce davvero, tutto si trasforma secondo una legge invisibile. Tra il 25 dicembre e il 6 gennaio, giorno dell’Epifania, si apre così uno spazio sospeso, un tempo “fuori dal tempo”, che Pitagora avrebbe riconosciuto come soglia.

L’Epifania, in questa prospettiva, non è solo una chiusura del calendario festivo, ma il momento in cui il ciclo si completa e si rivela. L’Uno, per Pitagora, è il principio originario, ciò da cui tutto nasce e a cui tutto tende. Attraversare questo tempo sospeso significa ritrovare la misura, riallinearsi all’armonia del cosmo prima che, dal 7 gennaio in poi, la vita quotidiana riprenda lentamente il suo passo.

In Sicilia questa visione del tempo come ritorno è ancora viva. La si ritrova nelle feste, nei silenzi, nella lentezza dei giorni che seguono il Natale e accompagnano fino all’Epifania, quando il mondo sembra trattenere il fiato. Pitagora insegnava che per vivere bene bisognava vivere secondo armonia. Natale ed Epifania, letti attraverso il suo pensiero, smettono di essere semplici date e diventano esercizi di consapevolezza.

E allora l’augurio per l’anno che viene non è fare di più, correre di più, diventare di più. È stare in armonia. Trovare la propria misura. Accettare il ritmo. Perché se il tempo è numero, e il numero è armonia, allora non serve forzare nulla: la luce, prima o poi, ritorna sempre.
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