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Il Rigoletto di John Turturro a Palermo: i motivi per andare a vedere l'opera di Verdi

Tra brani che fin da bambini abbiamo sentito canticchiare (La donna è mobile) e l'incanto della regia di Turturro: la recensione de il Rigoletto in scena al Teatro Massimo

Giovanni Fasola
Ingegnere e melomane
  • 15 ottobre 2018

L'attore, regista e sceneggiatore americano John Turturro

La prima è sempre la prima, ma non tutte le prime sono uguali. Se l’opera che va in scena è il "Rigoletto" di Giuseppe Verdi, in un nuovo allestimento frutto di una coproduzione internazionale, e la regia ha la firma di John Turturro la prima diventa un evento culturale e mondano da non perdere.

Difatti il teatro sabato sera era stracolmo di gente, nonostante l’opera venisse trasmessa in diretta radiofonica su Radio 3 Rai e in differita televisiva su Rai 5.

L’opera, un melodramma in tre atti, venne rappresentata la prima volta al teatro La Fenice di Venezia nel 1851 e si ispira alla tragedia "Le roi s’amuse" di Victor Hugo.

Verdi rimase talmente colpito da questa tragedia da definirla "il più grande soggetto e forse il più grande dramma dei tempi moderni", pur di metterla in scena affrontò la severissima censura di allora e fu costretto ad apportare alcune inevitabili modifiche, a partire dal titolo che nelle intenzioni iniziali del Cigno di Busseto doveva essere "La maledizione".



Quando però il librettista, Francesco Maria Piave, stravolse il testo originario, Verdi lo contestò e pretese che il protagonista avesse le caratteristiche descritte da Hugo, fosse cioè brutto e gobbo proprio perché lui trovava "bellissimo rappresentare questo personaggio esternamente goffo e ridicolo, ed internamente appassionato e pieno d’amore".

John Turturro si trova alle prese per la prima volta in vita sua con la regia di un’opera lirica.

Il risultato è una regia priva di qualsiasi eccesso, misurata, rispettosa delle voci e della storia, che crea un equilibrio tra tradizione e modernità.

Le scene, essenziali, sono di Francesco Frigeri. L’opera è ambientata a Mantova, città che viene evocata più che rappresentata, si procede per suggestioni, l’impianto scenico è minimalista.

Ai lati della scena all’inizio si vedono dei giganti, ripresi da quelli dipinti da Giulio Romano per la famosa Sala dei Giganti di Palazzo Te e che si ispirano forse anche alla enorme scultura del gigante accovacciato raffigurante l’Appennino realizzata dal Giambologna per il parco mediceo di Pratolino.

Sul palco pochissimi elementi, le luci di Alessandro Carletti e la nebbia completano e danno vita alla scena.

La rappresentazione del palazzo ducale, quasi in rovina, è in realtà una riuscita metafora della empietà del suo proprietario.

Meno interessante è la casa di Rigoletto, una struttura isolata al centro della scena, più che essenziale, semplicemente brutta.

La torre pendente dell’osteria di Sparafucile è l’unica che sembra disegnata per un set cinematografico piuttosto che per il palco scenico.

Per tutti e tre gli atti si è deciso di mantenere in scena una quasi totale monocromia che permette di concentrarsi sui dettagli dei costumi, disegnati da Marco Piemontese.

Questi rappresentano le uniche macchie di colore (blu, rosso, bianco) in una tavolozza cupa come la tragedia che viene rappresentata.

Nelle prime scene la gobba di Rigoletto è messa in risalto da una sorta di armatura dorata. Osservando il costume e l’acconciatura del conte di Monterone a qualcuno dei presenti in sala è tornato in mente il dracula di Bram Stroker.

Geniale il costume di Gilda: bianco come il suo candore all’inizio dell’opera, mostra dopo il rapimento una sottoveste rossa a sottolineare l’onore ormai macchiato con dei fiori dello stesso colore che diventano via via più grandi fino alla scena finale.

La direzione d’orchestra è stata affidata al bravissimo Stefano Ranzani, che ha eseguito la partitura insieme ad una orchestra a tratti davvero ispirata.

Ma passiamo alle voci: il Rigoletto è una di quelle opere con la "O" maiuscola, zeppa di brani celeberrimi che tutti noi italiani, fin da bambini, abbiamo sentito canticchiare.

Si parte con "Questa o quella per me pari sono" del libertino Duca di Mantova interpretato da uno strepitoso tenore venticinquenne, Ivan Ayon Rivas, chiamato a sostituire Giorgio Berruggi, indisposto.

Rivas canterà anche "È il sol dell'anima", "La donna è mobile", "Bella figlia dell’amore" e ha ricevuto diversi applausi a scena aperta.

Al baritono George Petean nei panni di Rigoletto invece spettano "Quel vecchio maledivami", "Pari siamo", "Veglia, o donna, questo fiore", "Ah, la maledizione", "Cortigiani, vil razza dannata", "Piangi fanciulla" …continuo? Anche lui bravissimo.

Ma la migliore mi è sembrata Maria Grazia Schiavo, una Gilda sempre commovente, lo è quando dichiara il suo amore cantando "Caro nome", lo è ancora quando confessa al padre di essere stata disonorata con l’aria "Tutte le feste al tempio" lo è, infine, quando, morente tra le braccia paterne, intona le note di "V’ho ingannato".

Di buon livello tutti gli altri: Luca Tittolo, Sparafucile, Martina Belli, Maddalena, Carlotta Vichi, Giovanna, Sergio Bologna, il Conte di Monterone, Paolo Orecchia, Marullo, Massimiliano Chiarolla, Matteo Borsa e Giuseppe Toia e Adriana Calì rispettivamente il Conte e la Contessa di Ceprano.

Interessante anche la prestazione del coro del Teatro Massimo, diretto dal Maestro Piero Monti, che canta "Zitti zitti, moviamo a vendetta".

Questo spettacolo, coprodotto dal Teatro Massimo di Palermo, dal Teatro Regio di Torino, dalla Shaanxi Opera House e dall’Opéra Royal de Wallonie-Liège è in scena a Palermo fino al 21 di ottobre, non perdetevelo.
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