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In Sicilia c'era "a' nisciuta di li ottu jorna": l'antica usanza (della quarantena) dopo le nozze

Tradizioni e costumi che appartengono al recente passato dell'Isola, ormai (per fortuna) desueti. Niente viaggio di nozze ma riti ben precisi e un abito pronto per l'occasione

Balarm
La redazione
  • 2 maggio 2022

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Un'antica coppia di sposini siciliani (Foto da Facebook)

I viaggi di nozze sono uno degli aspetti più curati nei matrimoni di oggi, spesso si scelgono mete lontane (soprattutto in era pre-covid), esotiche, ricercate. Un tempo però in Sicilia non era così, almeno non per tutti. Vigeva infatti la regola della "nisciuta di li ottu jorna".

Altro che albergo per la prima notte di nozze, altro che aeroporto il giorno dopo. Finiti la celebrazione in chiesa e il rinfresco offerto dagli sposi per le nozze, si tornava nella casa preparata nei mesi precedenti per accogliere la nuova famiglia e si stava "rinchiusi" lì, appunto, per otto giorni.

Ne parla sui social un post di Federica Passalacqua sul gruppo Facebook "Palermo storica", che cita un testo del poeta e scrittore termitano Nando Cimino. Racconta come in Sicilia fin verso la fine degli anni Cinquanta del Novecento, dopo la cerimonia in chiesa «l'unico momento di svago era quello che si svolgeva nella sala di qualche circolo cittadino o spesso anche nella stessa casa dei genitori dello sposo. Ma, diversamente da oggi, finita la festa, gli sposi facevano subito ritorno nella propria casa». E da qui non uscivano per i primi otto giorni, fatta eccezione per il marito, ma solo per far fronte a qualche necessità davvero impellente.



Un altro aspetto che oggi sarebbe ritenuto quantomeno inquietante, era che la mattina successiva al matrimonio, racconta ancora Cimino, arrivavano puntualmente le due suocere per dare "a bonlivata" (buon risveglio). Ovvero portavano la colazione e si sinceravano che tutto fosse andato per il verso giusto. Non è chiaro se la suocera più ficcanaso riuscisse anche a carpire dal figlio qualche indiscrezione sulla prima notte di nozze. Un'usanza che definire ignobile è poco.

Durante tutta la settimana poi, «almeno così era dalle mie parti - riferisce ancora lo scrittore - “i sposini” aspettavano le visite di vicini e parenti che, a loro volta, non arrivavano mai a mani vuote ma portavano uova, zucchero, frutta e quant'altro poteva sembrar utile per passare in tranquillità quella settimana di "clausura"».

E alla fine del "periodo di ritiro" che succedeva? La domenica successiva c'era finalmente “a nisciuta di l'ottu jorna” durante la quale marito e moglie parati a festa, si recavano in chiesa. In genere era la stessa dove si erano sposati, per partecipare alla messa e quindi andare a pranzare insieme ai genitori.

Ma non finisce qui. «Il pomeriggio era poi dedicato alla visita di "cumpari" e "cummari" che - continua il post su Facebook - sapendo già del loro arrivo, per non sfigurare avevano predisposto un piccolo rinfresco. Per l'occasione il marito indossava lo stesso abito che aveva usato per il matrimonio, ma con una cravatta diversa; mentre la moglie sfoggiava il cosiddetto “vistitu di l'ottu jorna” composto da gonna e giacca, ed al bisogno anche da uno spolverino, che aveva portato in dote».

Sono tanti i commenti al post di siciliani che conoscono questa antica usanza delle nostre parti grazie ai racconti delle nonne e anche di qualche mamma. E mentre per alcuni era «peggio della quarantena di oggi», altri si soffermano solo sull'aspetto prettamente culturale, definendo "interessante" una pratica di cui non erano a conoscenza.

Tra chi lascia il proprio contributo alla discussione ci sono quelli che hanno vissuto questa usanza in modo diretto: «Si, in alcune famiglie si usava così - scrive qualcuno -. Infatti io che mi sono sposata nel 1967 ho avuto modo di assistere ad una situazione del genere. Un cugino di mio marito non è venuto al mio matrimonio perché si era sposato due giorni prima ed era in "clausura"».

E anche se molti di quelli che si sono sposati in quegli anni (per fortuna) non sono stati "sequestrato in casa" per otto giorni, c'è chi si ricorda la "bonlivata" e "u vestito di li ottu Jorna" e anche di quelli successivi. «Io mi sono sposata nel 77 - si legge in un post - non sono stata chiusa in casa ma ho avuto l'abito dell'indomani , quello dell'ottava , quello dei quindici giorni e quello dei ventidue giorni. Ogni abito per ogni uscita aveva un significato. Il primo per ricevere le nostre mamme, il secondo per andare dopo la messa a pranzo e cena con i genitori e tutta la famiglia. Poi rispettivamente dopo la messa, a gradazione di parentela, ogni domenica si faceva il giro di tutti i parenti e amici per ringraziarli di essere stati presenti al matrimonio».

Conclusa la "festa" la pacchia era finita. Ci si doveva rimboccare le maniche e portare avanti la famiglia. In questo i tempi non sono cambiati, almeno non del tutto.
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