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L'hai vista nei film di Özpetek: Serra Yilmaz a Palermo ci parla di "Cara Istanbul"

“Cara Istanbul” è una lettera d’amore che la Yilmaz ha dedicato alla figlia, Ayşe, con cui vuole raccontare la Istanbul di una volta alla nuova gioventù. L'intervista

Tancredi Bua
Giornalista
  • 2 marzo 2026

Serra Yilmaz (foto di Luca Janbuzzi)

Il nome Serra Yilmaz non può che rimandare ai film di cui è stata parte fondamentale, vestendo i panni ora di Eminè (ne “La finestra di fronte” di Ferzan Özpetek, ruolo che le valse la candidatura al David di Donatello come miglior attrice non protagonista), ora di Neval (in “Saturno contro”), ora di un personaggio col suo stesso nome, la profuga turca Serra de “Le fate ignoranti”.

Ma la Yilmaz – classe ’54, nata e cresciuta a Istanbul, determinata come la sé ventenne che studiava in Normandia – non è solo un’attrice: otto anni fa ha firmato la regia del suo primo film (il remake turco di “Perfetti sconosciuti” di Paolo Genovese), a cavallo tra fine anni Settanta e fine anni Ottanta ha calcato i palcoscenici dei teatri turchi con decine di spettacoli, venendo riconosciuta come una figura di spicco nel mondo intellettuale. Adesso ritorna alle prese con la carta e con i suoi ricordi, firmando “Cara Istanbul”, il libro edito da Rizzoli che viene presentato in Sicilia con sei incontri fra la Yilmaz e i lettori.

Per molti, Serra Yilmaz è la "donna turchese", come diceva un libro di una quindicina d’anni fa che Andreina Switch aveva scritto a quattro mani con l’autrice. Turchese è il suo colore preferito, turchese è la pietra dura dei suoi orecchini, turchesi sono i suoi occhi e spesso anche le sfumature dei suoi capelli.

"Turchese" poi porta con sé anche la radice di "Turchia", il paese natale della Yilmaz, e così indica un’appartenenza senza però essere un rimando nazionalistico esplicito. Cosa che la Yilmaz, anche nel volume scritto con Andreina Switch, diceva di detestare. “Cara Istanbul” è una lettera d’amore che la Yilmaz ha dedicato alla figlia, Ayşe, con cui vuole raccontare la Istanbul di una volta alla nuova gioventù istanbuliota «che non ne ha minimamente idea».

Lo mette in chiaro subito, Serra Yilmaz: «Io conosco abbastanza bene la Sicilia». E nonostante le atmosfere dei mercati storici di Palermo, nonostante la vicinanza con il mare, nonostante i retaggi arabi e bizantini, «non c’è niente che mi ricordi Istanbul. Il problema, in Italia, è che c’è un’unità architettonica che a Istanbul non c’è più. Lì passato e presente si amalgamano e si sovrappongono in maniera completamente diversa». La città descritta dall’autrice è un luogo del cuore, e come tutti i luoghi del cuore è impossibile immaginarlo altrove – anzi forse non esiste più del tutto nemmeno nelle strade in cui lei lo ricorda.

«La gioventù istanbuliota non ha mai vissuto la città in cui io sono nata – dice la scrittrice, raggiunta telefonicamente nel suo appartamento di Firenze – . Anche quando i luoghi si preservano, la gente che li frequenta non è più la stessa, e così il senso delle cose cambia». Per trovare una città, in Italia, che riesca a trasportare Serra Yilmaz nella sua natia Istanbul bisogna arrivare a Genova, ma «proprio un pochino, molto poco». Paradossalmente, all’altro capo del mondo, «a Seoul, in Corea del Sud, è stato sorprendente, questo gennaio, trovare dei quartieri moderni in cui avrei potuto veramente credere di essere a Istanbul».

La casa della scrittrice in Turchia si trova in un quartiere che «ha discese e salite, spesso molto ripide, come Genova, appunto». Niente a che vedere con Palermo e il suo centro storico pianeggiante, né con altre città itaiane, «però, sai, in verità ti dico qualcosa – continua la Yilmaz – che adesso che ci penso mi è tornata in mente. Un bel po’ di anni fa sono andata a Taranto (con il “Don Chisciotte” di Alessio Boni, in cui la Yilmaz interpretava Sancho Panza, ndr.), e dalla casa in cui alloggiavo sono andata fino alla fine della strada e mi sono ritrovata in un luogo dove c’era una specie di caffè sul mare, ma con una vista dall’alto, e lì mi sono seduta e per una volta, in Italia, potevo veramente credere di essere a Istanbul, perché quel luogo in cui sono stata assomigliava, ma in una maniera impressionante, a un caffè che c’è nel quartiere Moda, a Istanbul, e questo mi ha proprio segnata.

Mi è venuto in mente adesso, e ricordo che avendo rivissuto quella sensazione, ogni pranzo da quel giorno in poi l’ho fatto lì, mancava solo il profilo della Moschea Blu, che da Moda si vede da lontano». La rievocazione della città natale passa per i racconti delle persone che l’hanno attraversata, le vite della gente che ha abitato in una determinata via o in una data casa: «Io non sono proprio una scrittrice – dice la Yilmaz – quanto un’affabulatrice, quando mi metto a raccontare, anche se sto scrivendo il mio approccio resta quello della lingua orale. Per me questo è prezioso, perché non scrivo storie di finzione, parlo delle cose che ho vissuto, che conosco, non sono proprio un’autrice intesa come qualcuno che inventa storie.

Tutti mi dicono «Ma no, una scrittrice fa anche questo (raccontare fatti personali non inventati, ndr.), però secondo la mia personale definizione un’autrice è qualcuno che crea personaggi, che non è il mio caso. Sono un’affabulatrice, una che racconta storie, favole, ricordi… per me era molto importante conservare questo linguaggio molto accessibile, molto facile anche da leggere. La mia preoccupazione era fare da testimone di un tempo che non c’è più, di una città che non c’è più, è una “responsabilità” che mi sono inventata, possiamo dire».

Nelle duecento pagine del testo, sono i luoghi dell’infanzia quelli che ritornano maggiormente protagonisti: «Il quartiere in cui mia nonna aveva il köşk (termine che in italiano ha dato vita alla parola “chiosco”, ma che in turco si riferisce alle grandi residenze interamente in legno, con le pareti esterne dipinte, a due o più piani, ndr.) darei veramente tanto per poterlo rivedere com’era nella mia infanzia, con i giardini sempre verdi, con queste residenze di legno, con la vita con i vicini, la vita di noi bambini, è un ricordo che mi commuove sempre. In questo quartiere io non misi più piede da quando la residenza di mia nonna venne venduta. Avevo tredici anni.

Ci sono tornata per andare a visitare amici di famiglia, e quando sono andata non riuscivo più a riconoscere nulla, perché mancavano i miei punti di riferimento, tutte queste residenze sono state distrutte, al loro posto hanno costruito dei palazzi di cemento alti. Poi a un certo punto ho riconosciuto un köşk, una residenza che aveva anche una torretta, e sono scoppiata a piangere. Per me era struggente essere in quella strada, non riconoscere più niente e sapere che era la strada che ricordavo era quella giusta perché quella torretta sulla residenza mi indicava la direzione».
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