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La faccia (siciliana) dell'Odissea: in realtà Omero era una "fimmina" dagli occhi scuri

A inventare la teoria è stato un grande scrittore inglese di nome Samuel Butler che lavorò per anni ai suoi studi, compiendo lunghe soste a Trapani e nei dintorni

Beniamino Biondi
Scrittore e critico cinematografico
  • 8 novembre 2020

Il ritratto immaginario di Omero, copia romana del II secolo d.C. di un'opera greca del II secolo a.C. Conservato al Museo del Louvre di Parigi (fonte Wikipedia)

L’Odissea, uno dei grandi poemi dell’epica occidentale, vertice del genio poetico greco, racconta nei suoi 24 libri del lungo e travagliato viaggio di ritorno in patria, a Itaca, di Odisseo (Ulisse), eroe della guerra di Troia.

Intorno al poema – nei secoli – si è sviluppata una letteratura critica impressionante che ha coinvolto filologi e storici i quali hanno predisposto diverse teorie circa la composizione da parte di Omero, l’esistenza dello stesso e, infine, riguardo la corrispondenza nella cartina dei luoghi narrati all’interno dell’opera.

Tutti conoscono Omero, e cioè anche quelli che non hanno letto nulla di lui; e a quanti liceali giudiziosi il suo nome richiama l’adolescenza fra i dettati della poesia e il richiamo dell’amore. Quei liceali, cresciuti, pure ritrattate alcune loro certezze,
avranno di certo mantenuto alcune solide convinzioni, come il fatto che Omero fosse un uomo e che l’Odissea si svolgesse in Grecia.



Chissà cosa proverebbero oggi sapendo invece che Omero era una donna e che l’Odissea Si svolgeva in Sicilia. No, non è il frutto di un impazzimento collettivo della redazione di Balarm, ma è la cosiddetta “Teoria dell’origine siciliana dell’Odissea”,
eccentricamente impensabile quanto misteriosamente affascinante.

A inventarla, letteralmente, un grandissimo scrittore inglese – prova ne sia che in Italia le sue opere sono pubblicate da Adelphi – di nome Samuel Butler.

Egli, come si legge in un articolo su stampa, «dopo aver tradotto l’Odissea, si convinse di voler dimostrare che gli avvenimenti legati al viaggio di Ulisse non si svolsero nell’Egeo, ma nel Mediterraneo occidentale, in Sicilia in particolare.

Addirittura affermò che il poema fu scritto non da Omero, ma da una donna siciliana, di Trapani, che si autonarra nell’opera
nelle vesti di Nausicaa, figlia del re Alcinoo di Scheria. I viaggi d’Ulisse nella mente della scrittrice siciliana coincidono con la circumnavigazione della Sicilia che, iniziando da Trapani, segue la costa settentrionale, attraversa lo stretto di Messina, passa per l’isola di Pantelleria e finisce a Trapani.

Il risultato degli studi portò Samuel Butler alla conclusione che Scheria, sede dei Feaci, e Itaca, patria di Odisseo, coincidano entrambe con la città di Trapani per il fatto che l’autrice, essendole familiare, l’aveva usata per descriverle entrambe.

Nel 1897 Butler raccolse i suoi studi nel volume “L'autrice dell’Odissea", e continuò a lavorarci per anni, compiendo lunghe soste a Trapani e nei dintorni. Individuò Trapani con Scheria e poi le quattro isole a ovest come si legge nell’Odissea: Itaca con Marettimo; Aegusa, l’Isola delle capre, con Favignana; Boukinna, l’Isola del bestiame, con Levanzo; e Dulichium con Isola Longa.

L’isola di Eolo sarebbe Ustica che con l’atmosfera chiara si può vedere debolmente dal monte Erice, e naturalmente avrebbe impressionato una scrittrice per la quale Erice e i suoi dintorni erano tutto il mondo. Ora, l’ipotesi appare meno fantasiosa e campata in aria, e, sebbene impossibile da provare, è certo che prima di Butler anche Strabone e poi Polibio e Tolomeo avevano collocato geograficamente l’Odissea in Sicilia.

A rielaborare questa teoria ci pensò Robert Graves nel suo romanzo “La figlia di Omero” del 1955, e in molti furono a sostenerla apertamente come a criticarla senza mezzi termini, e tra i primi certamente il professore neozelandese L.G. Pocock che riprendendo le teorie di Butler e dando ordine a nuovo materiale pubblicò il saggio “The Sicilian Origin of the Odyssey”.

Lo studio non ebbe alcuna eco in Sicilia, fino a quando il poeta Nat Scammacca, durante le ricerche sui contatti tra letteratura anglosassone e mediterranea, si imbatté nel libro e lo tradusse, coinvolgendo l’Antigruppo – un cenacolo di scrittori siciliani sperimentali – a sostenere questa tesi fino all’organizzazione di un primo Convegno Internazionale di Studi nel 1990 presso l’Università di Trapani e di un secondo nel 2000.

Ché questa teoria anche ai giorni nostri abbia un seguito, anche più di recente lo prova il libro “Rediscovering Homer” dello storico britannico Andrew Dalby che sostiene che “le figure femminili di Iliade e Odissea non possono essere state decodificate da un uomo”.

Più ancora di Butler, Dalby però argomenta la tesi in modo solido, attraverso un’analisi comparata e antropologica di come le donne conservano canzoni, storie e leggende popolari.

Secondo il suo parere, l’autore dei due poemi omerici era probabilmente la moglie di un nobile greco “vissuta nel settimo secolo avanti cristo e contemporanea di Archiloco”, che offriva “una descrizione delle relazioni sessuali in un mondo in cui le donne, ai tempi né più né meno che beni dI consumo, riescono a usare i loro poteri erotici e domestici pur preservando le apparenze di una totale sottomissione.”

La questione è ancora aperta, e si attendono ulteriori prove: studi, ricerche, o semplici intuizioni che ricostruiscano la vicenda. Forse non se ne verrà mai a capo, rimanendo come tutte le teorie solamente un’ipotesi suggestiva, ma del resto non esiste certezza che Omero sia un uomo, se non le abitudini di un immaginario secolare.

E pensarla donna, Omero, con dei begli occhi scuri e la pelle ambrata, che scrive il suo poema respirando il fiato salmastro delle coste trapanesi, non è per nulla una laida congettura ma un’idea curiosamente dolce e imprevista come lo è ogni poesia che ha il potere di cambiare il mondo.
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