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La Sicilia, Ulisse e il gigante Polifemo: la leggenda (e i segreti) delle "isole" dei Ciclopi

Il cosiddetto sito "Vulcaniti dell’arcipelago dei Ciclopi ed Aci" si staglia sul tratto di mare antistante il paese di Acitrezza, da lungo tempo meta prediletta di molti turisti

Livio Grasso
Archeologo
  • 22 agosto 2021

I faraglioni di Acitrezza

Il cosiddetto sito "Vulcaniti dell’arcipelago dei Ciclopi ed Aci" si staglia sul tratto di mare antistante il paese di Acitrezza, da lungo tempo meta prediletta di molt turisti.

Qui si trovano le tanto rinomate “Isole dei Ciclopi”, area marina dotata di grande pregio naturalistico che si diparte da Punta Aguzza a Capo Mulini, incantevole borgo marinaro situato nei pressi di Acireale.

Le "isole dei Ciclopi" non sono altro che un piccolo arcipelago costituito da quattro grandi scogli, disposti ad arco rispetto alla costa, e da tre isolotti principali: Faraglione grande, Faraglione piccolo e Lachea.

Gli studi geologici riportano che il complesso insulare ebbe origine durante la prima delle quattro fasi evolutive dell'Etna, avvenuta circa cinquecentomila anni addietro a seguito del violento impatto tra le placche eurasiatica ed africana.

Gli studiosi spiegano che da quel momento si generò un’intensa attività sottomarina che, mediante l’emissione di lave basiche, plasmò progressivamente l’isola Lachea e i Faraglioni.
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Questa splendido luogo, inoltre, nasconde dei segreti molto accattivanti che rientrano nel patrimonio culturale della medesima. Proprio qui, secondo le fonti mitologiche, il celebre Ulisse si sarebbe imbattuto nel gigante Polifemo, famoso ciclope citato da vari autori dell’antichità classica.

Nell’Odissea di Omero, infatti, il re di Itaca sarebbe approdato nella terra popolata dai ciclopi, figure favolose dall’aspetto sproporzionato e, soprattutto, contraddistinte dalla particolarità di avere un occhio al centro della fronte. L’aneddoto racconta che Ulisse , a capo di un gruppo pari a dodici uomini, abbia fatto ingresso nella grotta di Polifemo.

Poiché quest’ultimo, al momento del loro arrivo, era affaccendato a badare al suo gregge nelle verdi vallate, i greci si fiondarono su tutte le vivande che avevano rinvenuto all’interno della spelonca, trangugiando con voracità ogni sorta di leccornia.

La narrazione prosegue rivelando che il ciclope, appena tornato alla dimora, scovò quel gruppo di uomini seduti al cospetto dell’appetitoso banchetto. Andato su tutte le furie, afferrò improvvisamente due di loro e li addentò divorandoli senza pietà alcuna. Subito dopo, affinché gli altri non potessero sfuggirgli di mano, sbarrò il passaggio della caverna con un’enorme roccia.

Ulisse, rammentato per la sua lodevole astuzia, escogitò un piano per circuire quell’orrido mostro. Consapevole di non poterlo combattere a viso aperto, ebbe la brillante idea di raggirare il suo nemico con mirabile scaltrezza.

Presosi di coraggio, infatti, si mostrò al cospetto di quella spaventosa creatura e, in segno di amicizia, offrì in dono del vino che aveva portato con sé dalla nave. Sorpreso di questo inaspettato gesto volle sapere dallo straniero il suo nome e, secondo quanto tramandato dalla leggenda, il re greco si presentò come “Nessuno”.

Il terribile omone accettò di buon grado l’offerta e, senza indugio, iniziò a bere tutto d’un fiato sino all’ultima goccia. In breve tempo l’effetto inebriante della bevanda lo stordì a tal punto che, del tutto avvinazzato, si assopì profondamente.

Vedendolo tra le braccia di un dolce sonno, Ulisse e gli altri compagni sollevarono furtivamente un'incandescente trave di legno e gliela conficcarono nell'occhio con un colpo secco.

Colpito alla sprovvista, urlò a perdifiato e si levò subito in piedi nel vano tentativo di acciuffare qualcuno di loro. Il prolungato grido di dolore allarmò pure i suoi fratelli, che si fiondarono lì in un baleno. Una volta arrivati davanti all’ingresso della grotta , dunque, vollero accertarsi di cosa fosse successo e il gigante, tra lamenti e strida, rispose che era stato accecato da "Nessuno".

I consanguinei, meravigliati di una simile baggianata, non diedero ascolto alle sue parole e andarono via dando per certo che fosse in preda alla follia. Al sopraggiungere dell’alba, Polifemo, affinché i prigionieri non scappassero, fece uscire all'esterno il suo gregge tastando con le mani ogni pecora .

A quel punto Ulisse disse ad ogni greco di aggrapparsi al ventre degli animali per svignarsela senza destare alcun sospetto. Una volta varcata la soglia dell'antro, corsero a piè rapido verso la nave che ormeggiava sulla costa e salirono frettolosamente a bordo dell’imbarcazione.

Ben presto, però, il mostro si accorse dell’inganno e scrostò delle cime rocciose dal suolo scagliandole a casaccio in direzione della nave di Ulisse, che riuscì a scamparla nonostante il facile rischio di essere colpita e affondata.

Secondo la leggenda i così chiamati faraglioni, ammirabili ancora oggi nelle acque che bagnano Acitrezza, alluderebbero proprio ai grossi massi lanciati da Polifemo per vendicarsi dell'inganno teso dai greci.
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