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Lascia la Sicilia e una vita che non voleva: Giulia e la traversata del Pacifico in barcastop

Ha intrapreso un lungo viaggio in solitaria fino all'Australia. Uno dei tanti giorni in cui si affliggeva per il suo status, si disse: «non avrò il denaro, ma ho una moneta ben più preziosa: il tempo»

Jana Cardinale
Giornalista
  • 24 febbraio 2022

Giulia D'Angelo

Etno-musicologa, appassionata di antropologia ed ecologia, scrittrice e viaggiatrice. Giulia D'Angelo, 34 anni, trapanese, di origini favignanesi, ha intrapreso un lungo viaggio in solitaria dall’Italia all’Australia, servendosi di poche risorse e sfruttando tutti i passaggi possibili via mare/oceano e via terra, per andare alla ricerca di un sogno.

Il suo viaggio è sfociato nella narrazione in parte contenuta nei Diari dai giardini del mondo, il libro uscito il 3 febbraio scorso, ma non si è mai fermato, continuando a coltivare l’interesse per la diversità, lontano da sprechi e conformismi. Giulia oggi vive in Spagna, ma anche “un po' dove capita”, e quando torna in Italia lavora come docente e operatrice culturale e turistica, mentre all’estero si adatta: come marinaia, project manager o volontaria, visitando luoghi e vivendo di scambio, o poco più.

Le storie raccolte nel suo libro, si svolgono fra il 2016 e il 2018, in un'opera a metà fra saggio e diario, ma potrebbero essere di pochi giorni fa, perché lei continua a viaggiare da allora. Non più in barca a vela, come scritto, con capitoli dedicati anche al viaggio backpacking, ma sempre in giro per il mondo. Giulia ha attraversato il Pacifico in barca stop, come forma di reazione a un lavoro che non andava come sarebbe dovuto, per dare forma e concretezza ai suoi desideri nascosti.



«Sono nata e sopravvissuta a Trapani – dice – studiando e lavorando, troppo spesso contemporaneamente. Ero ambiziosa, ma in silenzio. La lettura e la scrittura erano i miei maestri e la mia scuola. Desideravo crescere, imparare, andare via da casa. Ovunque, ma tendenzialmente pensavo all’Australia. Finito il Conservatorio sono andata a vivere a Torino dove con pesanti pene economiche ho raggiunto i miei obiettivi prendendo un dottorato e cominciando il cammino verso quello che credevo il mio posto preferito, cioè l’Università. Poi ho compreso quanto il mondo accademico mi avesse mortificata e sono andata via».

Non aveva abbastanza soldi per poter viaggiare oltre il continente e tornare in aereo. Il mare era una risorsa, ed essendo in parte di origini isolane lo aveva sempre visto come un’opportunità. Uno dei tanti giorni in cui si affliggeva per il suo status, nonostante i lavoretti che si ritrovava a fare, si disse: «non avrò il denaro, ma ho una moneta ben più preziosa: il tempo, qui anche poco valutato». Ha iniziato, così, sul web a cercare un porto da cui chiedere un passaggio, conoscendo persone che sono rimaste ferme a Panama un sacco di tempo perché non trovavano compagni per affrontare la traversata oceanica, fino poi a partire da sole per non perdere le occasioni giuste.

«La vela nel Mediterraneo per me era complicata e costosa – dice -. La vela nel mondo è un modo di vivere, semplice, lento, anche faticoso, ma soprattutto è un modo per sfuggire ai costi della società occidentale. Praticamente l’opposto. In tutto il Pacifico sono andata con due barche diverse. Con una barca ho fatto la traversata e con l’altra sono andata in giro in Polinesia. Il tempo più lungo in cui sono rimasta senza toccare terra è stato tra i 32 e i 36 giorni».

Cosa si fa quando si è per mare, lontani da tutti, e senza un rifugio sicuro che sia casa e protezione? «Si impara a dedicare pensieri lunghi alle persone che contano davvero – dice Giulia - e forse ci si esercita anche a non impazzire. Ci vuole tanta pazienza, soprattutto se non si è soli. E per me la solitudine non è mai stata un problema, al contrario, invece, lo sono le relazioni». Si esplorano tutti i sentimenti più profondi, buoni e cattivi, che legano alle persone, e si combatte contro gli agenti atmosferici che destabilizzano.

«Ho avuto fortissimi mal di testa che passavano magicamente quando il sole andava via. Il caldo equatoriale in un tappeto in mezzo al mare è un incubo». Ma dopo aver vissuto per tanto tempo in mare aperto la terraferma appare così comoda e semplice che risulta difficile capire a fondo i problemi e le tematiche che vi si affrontano. Non si diventa invincibili, ma semplicemente si vivono situazioni talmente estreme per i nervi e di agghiacciante paura, che poi la tolleranza verso gli sprechi odierni si rimpicciolisce.

«Mi viene da piangere quando entro in un vano doccia e vedo i tanti prodotti per capelli delle mie sorelle – sottolinea - non sopporto più di avere tanti vestiti e ho smesso di comprare cose a caso. La mia vita adesso è minimal, e mi piace perché viaggio leggera, non possedendo praticamente più nulla». Il tempo in mare passa anche sonnecchiando, e attivando lo spirito di sopravvivenza. «Io cucivo spesso le vele, ma per farlo dovevo stare sul ponte e non sotto la cappottina. C’è troppo sole e si rischia di stare male per un sacco di tempo con una scottatura “da equatore”. Si è così soli in Oceano che quando finalmente si approda e si vede qualcuno a bordo si diventa fratelli di avventure e sventure e si vogliono conoscere le storie degli altri, perché se non sono successe a noi, ci riguarderanno presto».

Oggi il viaggio di Giulia si trasformato in un libro, e in ogni capitolo interfaccia il suo vivere in Australia, sogno di tutta una vita, con quello che è stata disposta a fare pur di arrivarci. È un viaggio interiore in cui mette anche a nudo un passato di indigenze e negazioni, in cui analizza alcune vicende della scena accademica italiana e di quanto quello che voleva in termini di “successo” l’abbia portata ad allontanarsi dai suoi sogni originali.

«Prima di affrontare questo viaggio sapevo ciò che volevo. Adesso credo di aver imparato anche ciò che non volevo. Volevo imparare, conoscere il diverso, occuparmi di antropologia ed ecologia, volevo scrivere e raccontare. Non volevo che un’accademia o una rivista decidesse il mio valore. E penso di aver raggiunto quel tipo di libertà, perché il tempo dedicato alle passioni mi ha regalato la libertà». E lei ha vissuto, dalla Colombia all’Australia, da Torino al Canale di Panama, con un viaggio attorno al mondo diventato l’occasione per scoprire se stessa e per imparare che il tempo è una moneta di scambio più preziosa del denaro.

È stata un vero marinaio, che durante la navigazione appuntava emozioni e sensazioni sul suo diario di bordo. E la meta finale di quest’avventura sono stati i giardini del mondo: fatti di corallo, di mangrovie, di cactus o di frutta tropicale, che le hanno permesso di capire se tutto ciò che aveva inseguito era davvero quello che desiderava.
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