Le avventure della Contessa d'Orsay: chi fu Francesca, cugina di Franca Florio
Personalità nota in tutta Europa durante la Belle Epòque, era in realtà siciliana e legatissima a donna Franca: migliori amiche, furono entrambe immortalate da Boldini
Il ritratto di Francesca Notarbartolo di Villarosa
Ad accomunare le due “Checchine”, oltre lo stesso nome, c’era anche la buffa coincidenza di essere state entrambe “modelle” di Giovanni Boldini, il pittore delle “divine femmes”. Ecco come la Contessa d’Orsay ricordava il suo primo incontro con l’artista ferrarese: “Mi disse che conosceva Palermo dove aveva eseguito il ritratto di mia cugina Florio, e, poi, divagando sulla siciliana, disse che ci assomigliavamo. [...] Mi fissò negli occhi e mi disse: «Voglio farvi il ritratto». (…) Andammo tutti i giorni da lui, e con me ebbe il suo da fare. Una volta facendo un disegno gridò: «No i colori non servono: voi avete dei colori già troppo belli».
Francesca Notarbartolo di Villarosa ebbe una vita avventurosa, che raccontò (almeno in parte, tacendo particolari scottanti) nel suo libro di memorie, pubblicato nel 1926 col titolo: "Ce que peux écrire" (Quello che si può scrivere ndr). Un affresco di avvenimenti, aneddoti e personaggi nel periodo che si estende dall’infanzia della scrittrice fino alla maturità e all’avvento del fascismo. Descrizioni di fatti, luoghi e persone sono molto minuziosi: quasi certamente il libro costituisce la sintesi di numerosi diari tenuti da Francesca, durante la sua vita. Le prime pagine del libro narrano il periodo felice dell’infanzia, nella casa dell’Olivuzza a Palermo o nel "feudo" di Villarosa, in provincia di Enna.
La scrittrice traccia anche un piccolo quadretto familiare: delinea l’immagine della madre severa e rigorosa, del padre amatissimo e del nonno Francesco, detto Ciccio, che aveva una netta preferenza per quella nipote che portava il suo stesso nome. Racconta inoltre che quando era nato il padre Pietro, il nonno Ciccio si era affacciato al balcone del palazzo e aveva mostrato il neonato a tutto il popolo di Villarosa, che aveva acclamato con giubilo il futuro duca.
All'età di nove anni Francesca cominciò a frequentare a Firenze l’Istituto Figlie del Sacro Cuore di Gesù, un collegio per signorine della buona società, dove alcune fanciulle di altissimo lignaggio erano trattate come regine. Francesca studiò: pianoforte, mandolino, francese, tedesco, inglese, catechismo, disegno…e ovviamente buone maniere. Si fece subito benvolere dalla “Madre Superiora” e dalla “Madre generale”, che erano due dorelle, suor Cristina e suor Virginia Gazzelli. Purtroppo le religiose non erano tutte buone, ragionevoli e intelligenti come le due “madri” dell’istituto…così quando arrivava il momento delle vacanze la fanciulla era felice di tornare a casa.
L’educazione ricevuta al Sacro Cuore e le relazioni consolidate con le compagne, tra le mura del collegio, avrebbero un giorno facilitato l’ingresso di Francesca nel bel mondo che contava. A 16 anni Checchina conobbe in vacanza in montagna, alle porte di Firenze, un gentiluomo biondo, era il giovane marchese Amerigo Gondi (nato a Firenze nel 1865), esponente di una delle più illustri e antiche famiglie fiorentine. I due giovani si frequentarono per un po’, con le farfalle nello stomaco. Francesca era seria, timida e molto riservata per la sua età. Era cresciuta in un ambiente dove la regola era: “puoi parlare solo se interrogata”; ma crescendo si era fatta un’idea ben precisa, non avrebbe mai sposato un siciliano.
Quando Amerigo le domandò, con sguardo supplicante, dopo diversi mesi di corteggiamento: “Se vi chiedessi di sposarmi, cosa mi rispondereste?”. Lei si sciolse in un triste sospiro e mormorò commossa:” Amerigo, dovete prima parlare con mia madre…”. Mamma Irene stroncò ogni iniziativa del giovane Gondi sul nascere: impossibile parlare di nozze; Francesca era troppo giovane e lui era malato, così delicato di polmoni…. Lasciò tuttavia aperto un piccolo spiraglio: “Se ne potrà tornare a parlare forse il prossimo anno, quando torneremo a Firenze”. Detto ciò madre e figlia partirono per Palermo.
Alla fine i Notarbartolo furono costretti a cedere alle richieste dei due innamorati: Francesca e Amerigo riuscirono a fidanzarsi ufficialmente e lui le regalò un magnifico diamante rosa, circondato da diamanti bianchi. Le nozze furono celebrate il 16 Gennaio del 1892 a Firenze e dopo la cerimonia religiosa gli sposini partirono in luna di miele per Viareggio, con uno strano e terribile presentimento che finiva per offuscare la loro felicità... Scelsero di abitare a palazzo Gondi, a Firenze. Nel mese di ottobre intrapresero un viaggio in Sicilia, per conoscere parenti e amici dei Notarbartolo: furono giornate e notti intense, con scambi di visite, inviti per pranzi o cene dai Lanza di Trabia, dai Mazzarino, dai Whitaker, dai Florio. Amerigo, intelligente e simpatico giovane si faceva benvolere da tutti; ma a Palermo la sua salute peggiorò; cominciò a sentirsi molto male. I Florio misero a disposizione della coppia un’imbarcazione, per raggiungere Livorno e poi da lì Firenze Il 30 Novembre alle 8 di sera, a Grignano, il giovane Amerigo Gondi spirava.
Francesca era prostrata dal dolore… Trascorse un paio di anni in solitudine; fino a quando non incontrò per caso il conte Maximilian Grimaud d’Orsay, d’origine ungherese; un D’Orsay di un ramo collaterale di quel famoso Alfredo d'Orsay (m. 1852) che nel XIX secolo “uguagliò e forse superò Lord Brummel in eleganza e nelle conquiste amorose, tanto che Byron lo definì un cupido scatenato”. Firenze era all’epoca una piccola capitale, elegante e cosmopolita e molti nobili stranieri venivano a trascorrervi l’inverno. Il conte d’Orsay frequentava i medesimi salotti dove Francesca era di casa. Fu un vero e proprio colpo di fulmine per entrambi: si sposarono a Firenze il 3 dicembre del 1896. Lei aveva 22 anni, lui 37: erano belli, eleganti, nobili e ricchi. Trascorsero la luna di miele a Venezia, soggiornarono all’Hotel Danieli, e visitarono chiese e musei. La coppia prese a frequentare insieme il bel mondo, spostandosi continuamente (Vienna, Salisburgo, Monaco, Berlino…) e facendo la spola tra la dimora di Firenze e quella di Parigi. Tutto era bellissimo …ma un vago senso di inquietudine a volte prendeva il sopravvento in Francesca, perché si rendeva conto che il marito era troppo geloso, era possessivo in modo maniacale: le faceva spesso delle violente scenate, mettendola in imbarazzo o terrorizzandola. Il giorno seguente Max si calmava; si pentiva, e finiva per chiedere e ottenere ogni volta il perdono della moglie.
Uno dei peggiori attacchi di gelosia del Conte D’Orsay si verificò in Sicilia. La coppia era arrivata a Palermo: Pietro Villarosa di Notarbartolo aveva riservato per la figlia e il marito un intero piano dell’Hotel Trinacria. C’era una magnifica terrazza da cui si vedeva tutto il golfo, dal mare alle montagne…ma la felicità di Francesca sarebbe stata di breve durata… I Florio erano riuniti con altri amici a Marsala e invitarono i Conti D’Orsay a raggiungerli. Francesca era sempre contenta di rivedere la cara cugina Franca. Ad accoglierli oltre Ignazio e Franca, c’erano un gruppetto di parenti stretti e di amici d’infanzia a lei cari: la baronessa Giovanna D’Ondes, il conte Pignone, i cugini D’Ondes il Duca e la Duchessa di Palma, i Conti Trigona, Maria Bardessono, il barone Ramione, il famoso pittore Ettore De Maria Bergler… tutti l'accolsero con baci e abbracci.
Fu allora che la vacanza che avrebbe dovuto essere un momento di spensieratezza, si trasformò invece in un vero incubo: Francesca tornata in camera sua trovò Max fuori di sé, col volto in fiamme. Non sopportava tutte quelle persone che parlavano un dialetto incomprensibile, che abbracciavano e baciavano sua moglie, che erano così intimi e affettuosi con lei! Ne aveva abbastanza di Marsala e dei siciliani e voleva andare via! Francesca non riconosceva più suo marito: sembrava impazzito. Lo prese la febbre a 40°, aveva i nervi scossi e nel suo delirio cominciò ad arrampicarsi sulle pareti della stanza. Tutti avevano sentito le urla, gli strepiti, le minacce… Fu costretta a intervenire Giovanna D’Ondes: venne a vedere di persona come stava Max e gli diede una medicina, per calmarlo.
Il Conte D’Orsay aveva molta stima di madame Florio e non osò dirle nulla: se si fosse trattato di un’altra persona l’avrebbe di certo defenestrata… A fatica Francesca riuscì a convincere il marito a restare in Casa Florio, almeno fino a quando non si fosse sentito meglio. Max si comportò in maniera scontrosa, non parlò con nessuno; lui che aveva sempre modi educati e belle maniere fu scortese con tutti. La Contessa d’Orsay si sentiva morire di vergogna ed era al tempo stesso dispiaciuta, per il comportamento villano del marito in casa della cara cugina, che l’aveva accolta con tanto affetto. Finalmente riuscirono a tornare a Palermo e da lì andarono a Firenze e poi a Vienna, a Venezia... Max continuava con i suoi eccessi di gelosia, finchè la moglie, stremata, trovò la forza per lasciarlo: una vita comune non era più possibile. Max entrò in sanatorio; Francesca tornò a esser padrona della propria esistenza.
Rientrò a Firenze e si dedicò alle sue grandi passioni: la musica, l’arte, la storia, la letteratura: amava Gabriele D’Annunzio, Grazia Deledda, Giovanni Papini. Continuò a viaggiare per tutta Europa e a frequentare aristocratici e teste coronate. Visse con grande dispiacere l’assassinio dell’Imperatrice Sissi e di Re Umberto. Spesso tornava anche a Palermo, ad esempio vi andò nel 1906, in occasione della visita dei sovrani o poi per l’arrivo con lo yacht Thistle dell’imperatrice Eugenia, vedova di Napoleone III.
Insieme ai Florio e ai Trabia, la Contessa D’Orsay fu invitata a prendere un thè con Eugenie. Francesca trascorse diversi giorni a Palermo anche nel gennaio 1922. Franca Florio scriveva sul suo diario: “Abbiamo ospitato per alcuni giorni nostra cugina ..e’ sempre bello rivederla…è cambiata pochissimo rispetto al ritratto che di lei fece Boldini vent’anni fa esatti. Abbiamo parlato tanto…della sua passione per Rodolfo Valentino e per Gabriele D’Annunzio..della sua tentazione di darsi alla scrittura”.
A proposito di D’Annunzio: la Contessa D’Orsay divenne molto amica del Vate (così come lo era la cugina Franca Florio). Si frequentavano spesso e a Firenze lui stava alla Cappoccina. D’Annunzio aveva l’abitudine di dare alle donne dei soprannomi e per Francesca Notarbartolo scelse quello di “la Basilissa Irene”, perchè la trovava, anche nei colori, un tipo bizantino. Il libro di memorie della Notarbartolo si chiude con l’episodio storico de “La marcia su Roma”.
Oltre al suo libro di memorie la contessa d’Orsay fu anche autrice di alcuni romanzi - «Cendre, rien que cendre», Cenere nient’altro che cenere, (Éditions Excelsior, Paris, 1928), «Quand les cyprès se penchent», Quando i cipressi si inclinano, (Argo, Paris, 1930); «Gradeniga, ou le rêve d’or», Gradeniga o il sogno d’oro, (Éditions Revue mondiale, Paris, 1931), «En est il?», Davvero (Éditions Revue mondiale, Paris, 1932), «Vierges de Sicile», Vergini di Sicilia, (Édition Denoël et Steele, 1934) - e di alcune opere teatrali.
Nel Marzo del 1938 moriva D’Annunzio e ad ottobre dello stesso anno si spegneva a Firenze, in casa della sorella Emma, anche Francesca di Notarbartolo. Fu un grande dispiacere per Franca Florio che scrisse nel suo diario: “Che dolore! (…) una pagina grande della mia vita se ne va…Ci legava un amore infantile, risalente ai tempi in cui ci chiamavano e ci chiamavamo Checchina. Ha vissuto una vita intensa, ricca di emozioni, di onori negli ambienti culturali che più contano. Ma anche illusioni d’amore…Quanto soffrì pure per Boldini! Addio Francesca, non ti dimenticherò”. Max le sopravvisse di qualche anno; cessò di vivere nel 1943.
Il vibrante ritratto di Francesca Notarbartolo di Villarosa, incisione di Giovanni Boldini, si può ammirare oggi presso la Civica Raccolta di Stampe della Fondazione Achille Bertarelli nel Castello Sforzesco di Milano. Fonti: Francesca Notarbartolo di Villarosa, Ce que peux écrire, 1926. Anna Pomar, Franca Florio, 1986. Salvatore Requirez, Con gli occhi di Franca Florio, 2018.
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