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Le foto che fecero la storia di Palermo: il tesoro (recuperato) dall'ultima erede degli Incorpora

Matilde Incorpora, insieme al figlio, rappresenta l’ultimo ramo di un albero genealogico votato all’arte della fotografia da ben cinque generazioni, con 80 anni di attività

Rosa Guttilla
Giornalista
  • 5 maggio 2021

Giuseppe Incorpora, uno dei primi fotografi italiani (foto di Real Fotografia Incorpora)

Matilde Incorpora è al momento, insieme al figlio, l’ultimo ramo di un albero genealogico votato all’arte della fotografia da cinque generazioni e che ha segnato la storia di Palermo, soprattutto negli anni dal 1860 al 1940.

«Il primo antenato - ci ha detto Matilde - che cominciò il filone della fotografia fu Giuseppe Incorpora Senior, passato alla storia come ritrattista, nato nel 1834. Dopo di lui fu la volta del figlio, Francesco, vedutista, poi Giovanni e, infine, Giuseppe junior, nonno di mio nonno».

Il patrimonio prodotto nei decenni era certamente inestimabile: si contavano nello storico studio fotografico, con sede in via Cavour a Palermo, circa 70.000 lastre e decine di migliaia di fotografie, raccolte in 80 anni di storia.

«Con i bombardamenti del maggio del 1943 moltissimo di questo materiale andò perduto. Il danno causato all’edificio dalle bombe provocò la rottura di un grosso tubo dell’acqua che allagò la sede, cancellando quasi un secolo di testimonianze della città.



Sto cercando con grande fatica e dedizione di custodire quanto ho potuto recuperare, ho ritrovato qualche migliaio di scatti e circa 110 lastre dell’epoca, ma è nulla rispetto a ciò che era custodito nello studio.

Molte fotografie le ho anche acquistate, nel tentativo di recuperare pezzi simbolici della mia famiglia; ed altre mi sono state regalate dalle persone che le avevano in casa».

Sulla famiglia Incorpora, e sulla sua produzione fotografica, sono stati scritti anche dei libri che raccontano la genesi di un talento passato attraverso i geni e gli eredi.

E anche la stessa Matilde, nel 2015, ne ha pubblicato uno (“Il fotografo cuoco – diario gastronomico di Giuseppe Incorpora”) che riporta, in particolare, la predilezione del volere fotografare, del nonno Giuseppe, cibi e pietanze.

È l’estate del 1973 quando a Matilde, studentessa alla Facoltà di Architettura, viene assegnata una stanza nel grande scantinato, nel villino di famiglia a Mondello, per studiare lontano dalle distrazioni e prepararsi all’esame di Fisica tecnica.

«Adiacente a questo locale c’era un ripostiglio un po’ sinistro, che mi intimoriva ma nello stesso tempo mi attirava. Un giorno decisi di esplorarlo e nella stanza umida e buia, alla luce fioca di una lampadina, scoprii un tesoro.

Cataste di cassette di legno, scatoloni, bauli e colli di ogni tipo permettevano appena di passare; aprendo le scatole trovai, tra due elmetti militari, sigilli per ceralacca, bicchieri di peltro, pettini di tartaruga, lettere e cartoline, soverchiato da pacchi di vecchie riviste legate con lo spago, un baule di legno grezzo e di semplice fattura.

Lo aprii e dopo avere estratto i più disparati oggetti, poggiati sul fondo, trovai molte fotografie, cartelle di documenti, fatture, lettere e decine di contenitori, alcuni marcati A. Lumière & ses Fils provenienti da Lione, altre M. Cappelli, prodotte a Milano, altre ancora Agfa ritirate da Berlino.

Erano le ultime lastre della produzione dei miei antenati in 80 anni di attività professionale, miracolosamente sopravvissute non solo al bombardamento che distrusse l’archivio ma anche ai traslochi e all’abbandono in cui erano state lasciate per trent’anni.

Questo patrimonio era stato tenuto da mio padre serbato solo nella sua memoria; ne parlava solo di rado e con malcelata amarezza.

Ho sentito subito il dovere di custodire e preservare tutto questo materiale; trovai un consistente numero di quaderni, agende, libri-contabili, diari e tra questi otto preziosi taccuini di studio, nei quali i miei antenati prendevano minuziosamente nota delle sperimentazioni fotografiche».

Su tre libretti dai fogli ingialliti, poi, Matilde ha scoperto anche 76 ricette, scritte con calligrafia ottocentesca dal nonno di suo nonno, Giuseppe Incorpora, in un periodo compreso tra il 1855 (anno in cui prese in moglie la diciassettenne Rosina Pagano) e il 1914, anno in cui morì.

«Nonno Pepè non abbandonò mai la sua grande passione per la cucina: tra i suoi appunti ho trovato il Beefsteak alla Svizzera, antesignano dell'odierno hamburger, le ricette originali della frittella, della caponata e della pasta con le sarde, oggi sostanzialmente modificate, il cui antico sapore è ormai scomparso.

Nel giardino non mancava l’orto di casa e una grande spalliera di gelsomino, da cui all’imbrunire raccoglieva i fiori profumati, essenza fondamentale per la preparazione del suo gelo di Mellone.

Ogni venerdì mattina, giorno di chiusura dell’atelier fotografico che restava aperto anche la domenica, il nonno andava al mercato per acquistare gli ingredienti per le sue ricette; curava personalmente la preparazione, la cottura e la guarnizione dei suoi piatti che serviva alla famiglia e agli amici, frequenti commensali».

Oggi Matilde Incorpora, in attesa di mettere a frutto nuovi progetti sta lavorando ad un sito, oltre alle pagine dei canali social, (compreso il più recente profilo Instagram, aggiornato giornalmente) che raccolga e racconti a fondo la storia della famiglia, fatta anche di tantissimi aneddoti particolari.

Ha già realizzato un film-documentario - dal titolo "Marenegato - Volevo solo fare un tuffo" - con frammenti di fotografie dell’epoca, che ricostruisce parte di questa storia che tocca anche la città di Palermo.

«Il mio lavoro continua e non è di certo concluso - ci ha detto Matilde - ho avuto anche nel tempo il sostegno della videoteca regionale ma c’è ancora molto, di interessante, da fare e raccontare sulla famiglia Incorpora».
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