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Lo credevamo perduto: un tesoro di Palermo nascosto nella "chiesa dei Beati Paoli"

I tesori di un luogo adesso dimenticato sono conservati (ma visitabili) a San Giorgio in Kemonia: probabilmente uno dei luoghi di accesso ai cunicoli segreti dei Beati Paoli

Giusi Lombardo
Cercatrice di monumenti
  • 19 febbraio 2019

L'edicola votiva abbandonata a due passi da Ballarò: Ecce Homo dei Biscottari

Palermo è disseminata di edicole votive, parecchie delle quali molto belle, che rendono viva testimonianza di una forte devozione popolare. Specialmente nel centro storico è facilissimo notarle, ma alcune di esse purtroppo risultano trascurate, se non addirittura abbandonate.

Un'edicola votiva molto famosa, che fu spesso meta di fedeli, si trova in via dei Biscottari e faceva parte della chiesa della congregazione di Gesù e Maria sotto il titolo dei Sacri Cuori Coronati di Spine.

Questo chiesa subì un'amara sorte per via dei bombardamenti del 1943 che la distrussero del tutto. Si salvò soltanto l'ampia edicola che conteneva i simulacri della Madonna Addolorata e di un Ecce Homo molto venerato.

Era conosciuto come "l'Ecce Homo di li Viscuttara" (Ecce Homo dei Biscottari) e comunemente chiamato "u piatusu" (il pietoso), per il suo aspetto davvero commiserevole che ha originato svariati aneddoti e citazioni popolari. Per esempio: "Pari l'Ecce Homo di li Viscuttara", per individuare una persona smunta e sofferente.

Oppure "S'arriduciu cu na canna in manu comu l'Ecce Homu ri li Viscuttara", per riferirsi a chi era caduto in disgrazia sperperando i propri beni.

A proposito di questa statua esiste anche una divertente storiella che narra di un uomo ubriaco che si era recato presso l'edicola per elargire la sua elemosina attraverso l'apposita fessura. Ma, nelle condizioni da ubriaco in cui si trovava, tutti i tentativi di inserimento della moneta gli risultarono vani, finché la moneta cadde definitivamente a terra.

Stizzato, l'uomo pensò che l'Ecce Homo rifiutasse la sua offerta e gli esclamò: "Poviru e superbu!". In quel momento si trovò a passare un monello che, ascoltando questa rimostranza dell'ubriaco, pensò bene di rispondere all'uomo con una sonora pernacchia. Ottenendo immediatamente, da parte dell'ubriaco, un'esclamazione ancor più indispettita: "Poviru, superbu e puru vastasu!".

Adesso l'edicola è vuota, in pessime condizioni e priva degli ex voto perché trafugati. Mentre entrambe le toccanti statue dell'Ecce Homo e della Madonna Addolorata si trovano, al fine di salvaguardarle, nella sacrestia della parrocchia di San Giuseppe Cafasso (chiesa di San Giorgio in Kemonia), in cui si può fare un piccolo viaggio fra storia, arte, devozione ed un pizzico di suggestione.

Nella sacrestia si conservano diversi accattivanti oggetti, come il sepolcro monumentale settecentesco (opera di Lorenzo Marabitti, fratello di Ignazio), del presidente della corte di giustizia Carlo Onofrio Buglio.

Sono pure presenti degli scanni antichi, dei bei quadri alle pareti e gli stendardi della confraternita di San Giorgio in Kemonia e del Santissimo Crocifisso alla Pinta. Vi è la statua di Santa Rosalia di uno dei passati festini, lo stemma dei Benedettini olivetani e dei confessionali che riproducono, tramite dei manichini, il momento del Sacramento della penitenza, oltre alle statue di San Giorgio e di San Giuseppe Cafasso.

Non mancano delle teche contenenti oggetti preziosi, come delle pianete ricamate, degli ostensori, dei candelabri e dei messali.

In fondo a destra una porta conduce alla parte retrostante alle absidi della chiesa, dove si trova una sorta di piccola grotta ricavata fra le stesse absidi e le mura puniche della città.

Si narra che vi si accedeva tramite dei cunicoli, ora murati, che si ritiene possano essere stati dei passaggi per i Beati Paoli.

Qui sono state allestite, sempre tramite dei manichini, delle ricostruzioni piuttosto suggestive ispirate ai racconti della setta dei Beati Paoli di Luigi Natoli, come i momenti della condanna, della carcerazione e dell'esecuzione dei prigionieri. La sacrestia è visitabile, in assenza di celebrazioni, chiedendo il permesso al parroco o agli incaricati.

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