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Lo scalpellino (miracolato) di Siracusa: a 16 anni diede vita a un "manoscritto artistico"

Nel 1693, un violento terremoto distrugge la parte superiore della facciata e il rosone. È proprio quest'ultimo il protagonista di una storia particolare

Francesca Garofalo
Giornalista pubblicista e copywriter
  • 1 aprile 2024

Un sole di petali floreali, raggi che convergono verso il centro e irradiano nell’atmosfera una storia centenaria: quella del rosone che si fa aureola nella Chiesa di San Martino a Siracusa.

Situata nell’omonima via e datata tra fine '400 e inizio '500, è una delle prime costruzioni cristiane della città aretusea, la cui dedica a Martino ha destato supposizioni da parte degli studiosi.

In particolare tre.

La Chiesa in origine era intitolata a San Marziano, primo vescovo della città e dopo, forse durante la dominazione araba, si è arrivati a Martino per un errore di trascrizione.

Altra ipotesi è il legame con San Benedetto, che aveva fatto erigere a Subiaco una chiesa in onore di S. Martino, e proprio a Siracusa accanto alla costruzione c’è la Chiesa e il monastero dei frati Benedettini.

Ultima congettura è quella di una dedica dei siracusani al re Martino Aragonese, noto per elargire titoli, privilegi e doni ai cittadini.
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Tesi differenti tra loro, che vedono come più accreditata quella di San Marziano per la presenza di un altare dedicato a lui nel 1919 e un polittico con la sua effige, posti entrambi nella Chiesa a pianta rettangolare, con tre navate e doppia fila di pilastri.

A guardarla bene, non si direbbe della lunga storia di rimaneggiamenti sia nella parte interna, che in quella esterna. Quest’ultima, un tempo di stampo bizantino, composta da conci squadrati e sistemata nel XIV secolo con l’aggiunta di un rosone e un portale di pietra calcarea in stile aragonese - catalano recante la data del 1338.

Un rimaneggiamento seguito, poi, da quello del 1693 dopo un terremoto violento che distrugge la parte superiore della facciata e il rosone, sostituito da un’antiestetica finestra rettangolare.

E proprio il rosone è protagonista di una storia peculiare.

Esso è il risultato dell’abilità di uno scalpellino siracusano, Giuseppe Gallone (1901) che all’epoca dell’ennesima ristrutturazione della Chiesa (1917) aveva da poco compiuto 16 anni. Un elemento decorativo scritto nel destino di questo ragazzo che doveva stare al fronte, a cui sfugge grazie alla sua data di nascita.

La leva, infatti, recluta solo ragazzi nati entro il 1900. Così, Giuseppe, si fa assumere da un’impresa edile che svolge soprattutto lavori di restauro per chiese e conventi. Da subito, i titolari capiscono le abilità di questo sedicenne e insieme alle altre maestranze, per ordine dell’arcivescovo della città Monsignor Luigi Bignami, avrà il compito di ristrutturare la Chiesa di San Martino.

E tra i lavori da effettuare, Bignami ne ha uno che gli sta particolarmente a cuore: sostituire la finestra rettangolare sopra il portale trecentesco con un rosone. Ma non uno qualunque, bensì una copia di quello della Chiesa di San Giovanni alle Catacombe.

Senza alcun frammento esistente del precedente rosone e partendo da un calco in gesso di quello laterale della Chiesa di San Giovanni, lo scalpello diventa così la penna di Gallone con cui sagoma i conci per la cornice circolare e dà vita a una nuovo "manoscritto artistico".

Il materiale usato è la pietra (balata) che sosteneva l’inferriata demolita del Duomo, assemblate un pezzo dopo l’altro e in poche settimane sul pavimento della Chiesa.

A opera ultimata il collega Giuseppe Amato (Avola), mediante un impasto di calce bianca e sabbia sistema il rosone nella facciata. Nel 1919 la Chiesa è pronta in tutta la sua magnificenza per essere mostrata ai cittadini e Monsignor Bignami entusiasta, fa i complimenti a tutte le maestranze, compreso quel giovane e talentuoso scalpellino sedicenne.

Ma ben presto per Giuseppe arriva la chiamata alle armi. È il 1919 e sulla nave Marsala attraversa l’Adriatico per una grande impresa: difendere Fiume dall’occupazione dei legionari di Gabriele D’Annunzio.

Lui e i suoi compagni riescono nell’operazione e giunti salvi nel porto di Napoli, seguono i festeggiamenti per il genetliaco di Vittorio Emanuele. Ma durante la baldoria qualcosa va storto. Un incendio violento costringe tutti gli arruolati ad abbandonare la nave e, nonostante il pericolo, nessuno compreso Giuseppe riporta ferite: è l’11 novembre, la festa di San Martino.

Casualità? La logica spingerà verso questa opzione, ma la spiritualità vira sempre sul destino.

Ebbene, il fato e la figura di San Martino non abbandoneranno mai la vita di questo scalpellino diventato poi titolare di un’impresa edile tutta sua e riconoscente a quel rosone sotto il quale prenderà in sposa l’amore della sua vita.

(Fonte: Anna Abbate (“Il rosone di Giuseppe Gallone, maestro scalpellino da Siracusa”) - I Siracusani, anno III, n.11, 1998).
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