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Lo scultore siciliano dall'infanzia triste: "denunciò" in Sicilia la monacazione forzata

Uno dei centri più suggestivi della provincia di Catania, Caltagirone, nel 1800 ha dato i natali a uno scultore le cui opere ancora oggi sono oggetto di dibattito

Jessica Di Bona
Appassionata di arte e cultura
  • 23 ottobre 2021

Salvatore Gritta e la scultura "Voto contro natura"

Uno dei centri più suggestivi della provincia di Catania, Caltagirone, nel 1800 ha dato i natali a uno scultore le cui opere ancora oggi sono oggetto di dibattito. Mi riferisco a Salvatore Grita, nato nel 1828.

Salvatore venne affidato in tenera età alle monache di clausura, e il padre lo riconobbe solo nel 1854, quando Salvatore aveva ben 26 anni. Ebbe il primo contatto con la scultura nella bottega del marmoraro catanese Pasquale Privitera, attivo a Caltagirone; poi studiò a Catania e anche a Napoli. Successivamente si guadagnò da vivere dando lezioni ad altri artisti e realizzando alcuni busti, tra i quali quello del ministro Filippo Cordova. Contemporaneamente si dedicava alla realizzazione di alcune opere.

La sua tecnica è caratterizzata dal realismo con rimandi alla scultura toscana del quattrocento. Il tema della sua arte fu quasi sempre l'impegno sociale: era dunque interessato a stimolare lariflessione del pubblico. Alcune delle sue opere più famose sono ''La piccola proletaria'', omaggio al socialismo umanitario di Robert Owen e ''La cieca che legge''.



Ancora oggi si parla di una delle sue sculture più conosciute, la cui ispirazione affonda le radici nell'infanzia travagliata di Grita, ''Voto contro natura''. Realizzata tra il 1860 e il 1870, è la denuncia anticlericale della terribile pratica della monacazione forzata. Il soggetto è una donna in abiti religiosi e in stato di maternità, nascosta in un angolo in un profondo stato di disperazione, quasi come fosse prigioniera.

Vi si trova una dedica incisa nel basamento della scultura: ''Ai protettori e sostenitori del voto contro natura'', un vero e proprio urlo contro chi favoriva la pratica della monacazione forzata delle ragazze incinte. L'ambiente attorno alla donna è inequivocabilmente misero, squallido, a sottolineare la tristezza e l'impotenza del soggetto.

Salvatore Grita volle manifestare il suo disprezzo e il suo dolore contro la pratica dell'epoca di internare in convento le ragazze madri, forse anche perché lui stesso, figlio di una giovanissima ragazza madre, crebbe in orfanotrofio affidato alle suore di clausura, che evidentemente non gli lasciarono un ottimo ricordo. Dunque la vicenda era per lui profondamente sentita.

L'opera si trova attualmente in mostra presso la Galleria d'Arte Moderna di Firenze, all'interno del maestoso Palazzo Pitti. Grita fu anche giornalista. Con la collaborazione nel 1867 alla redazione del periodico fiorentino Il Gazzettino delle arti del disegno, iniziò l'attività di polemista e critico d'arte militante checaratterizzerà l'ultima fase della sua vita.

Ottenne alcuni sussidi e la commissione di qualche busto, come quelli di Alessandro Manzoni (1875-76) e Massimo d'Azeglio (1877-78), tuttavia non riusciva spesso a terminare in tempo i lavori. Dopo gli ultimi busti eseguiti su commissione di Crispi, quello dello stesso Crispi, che andò disperso, e quello della moglie Rosalia Montmasson, le ristrettezze economiche lo portarono allaperdita e al sequestro del suo studio, nel 1897. L'anno successivo abbandonò le idee politiche liberali in favore del socialismo.

Lo scultore siciliano che ebbe il coraggio di denunciare una delle tante ingiustizie subite dalle donne, e non solo, si spense a Roma nel 1912.
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