LA RECENSIONE

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Le invasioni barbariche: la forza dei legami

Una storia di ordinario dolore, ma anche una storia di illusioni fallite e di famiglie rattoppate, di grande amicizia e di grandi sentimenti, di ironia pungente

  • 14 gennaio 2004

Le invasioni barbariche
Canada – Francia 2003
drammatico
di Denys Arcand
con Remy Girard, Stephane Rousseau, Marie- Josee Croze, Dorothee Berryman,  Pierre Curzi, Yves Jacques

E’ una storia amarissima quella raccontata in questo film franco-canadese pluripremiato a Cannes. Una storia di ordinario dolore (perché il cancro è un male con il quale troppo spesso facciamo i conti, direttamente o indirettamente), ma  anche una storia di illusioni fallite e di famiglie rattoppate, di grande amicizia e di grandi sentimenti, di ironia pungente. A Montreal un professore (Remy Girard) sta morendo. L’ospedale in cui è ricoverato è un disordinato labirinto di sofferenza. La cinepresa, dopo poche sequenze tranquille, ci accompagna frenetica attraverso corsie e stanze seguendo il figlio che, dal dorato mondo della Londra finanziaria, fa ritorno al capezzale del padre. Sembra che di là dall’Oceano, come qui in Italia, un posto letto dignitoso e delle cure adeguate, in una struttura pubblica, siano un lusso.



Ma il professore è di quelli che hanno fatto il ’68, ha creduto nel marxismo, ha creduto in Mao e, piuttosto che rifugiarsi in un’efficiente ma anonima clinica privata negli Stati Uniti, sceglie di restare lì. Lì dove sono anche le persone care, la moglie separata che lo ama ancora, i ricordi. Lì vuole finire l’esistenza. Sébastien (Stephane Rousseau), quel figlio che lui non ha mai voluto capire, deve rassegnarsi. Il suo compito sarà pagare le ultime radioterapie, e, di nascosto, per rendere più sopportabile la degenza, generosissime mance ad infermieri, sindacalisti e personale amministrativo corrotto. Ma, soprattutto, dovrà stargli vicino e ricucire lo strappo di una vita.

Così a poco a poco, con un delicato tam tam, intorno al malato si riuniranno gli amici più fedeli (chi è stata sua amante, chi è gay e si è affermato con un bel lavoro in Italia), e tutti insieme cominceranno a ripercorrere gli anni, le scelte, le opinioni, i credo, le vicende che li hanno uniti e quello che sono diventati, e la stanza d’ospedale diventerà un luogo caldo e apparentemente allegro. Fino alla fine, nonostante serva l’eroina e l’aiuto di una giovane tossica (Marie-Josee Croze) per procurarla, per sopportare il dolore. Fino alla scelta estrema della cosiddetta “dolce morte”, al centro da sempre di accessi dibattiti e che in tanti ci rifiutiamo categoricamente di accettare come scelta possibile, dal punto di vista etico e religioso.

Il film sta qui, nella estrema durezza del vissuto e nella forza dei legami che, anche quando sembrano sopiti e distanti, aiutano ad affrontarlo. E’ un “Grande Freddo” malinconico, non cinico, che si chiude aprendo a nuove speranze. Con il titolo, poi, il regista e sceneggiatore (Denys Arcand) ci pone un ulteriore argomento di riflessione: il periodo che stiamo vivendo, è quello delle nuove invasioni barbariche? I terroristi di Al-Quaeda stanno davvero minacciando la sopravvivenza del nostro mondo?

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