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Nove vite, forse troppe per un solo film

Maria Teresa de Sanctis
Attrice, regista teatrale e scrittrice
  • 12 settembre 2005

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Nove vite da donna (Nine lives)
U.S.A, 2005
Di Rodrigo Garcìa
Con Glenn Close, Sissy Spacek, Robin Wright Penn, Holly Hunter, Dakota Fanning

Capita talvolta di trovarsi talmente presi da un pensiero che non si presta attenzione a quel che si sta facendo, e così distrattamente non ci accorgiamo di quel che succede intorno. Qualcosa di simile accade vedendo il film “Nove vite da donna” (il titolo originale è “Nine lives”) diviso in episodi distinti, ma non del tutto, e contraddistinti da un nome di donna. Le storie, pur nella loro brevità, sono incisive e affondano impietose la lama nelle innumerevoli ferite che un oggi moderno e scomposto, nuovo e antico al tempo stesso, arreca alle anime che si dibattono nelle loro piccole ma onerose esistenze. E allora accade che il pensiero rimasto imbrigliato in una vicenda or ora narrata, abbia difficoltà a seguire la successiva, le cui immagini già scorrono sullo schermo, e così poi non sia pronta, se non distrattamente, a seguirne i nuovi piccoli grandi eventi. Una donna in prigione, Sandra, che è madre e brama per vedere la propria figlia, apre questa carrellata di tristi storie, nelle quali il denominatore comune sembra essere la sofferenza. Ecco infatti la violenza dell’amore, in Diane, quello che crediamo finito e invece scopriamo che continua a logorarci l’anima, il dolore eterno, per Holly, che divora per quei inenarrabili drammi consumati all’interno della famiglia, la crudele superficialità di certi uomini per Sonia, per una teenager, Samantha, il peso della famiglia gravata dalla malattia del padre, il duro confronto di una donna, Camille, con l’asportazione di un seno e ancora altre donne per le altre meste storie.



C’è poi il tentativo, il cui fine peraltro non ci è neppure tanto chiaro, di collegare le storie le une con le altre, seguendo l’esempio dell’inarrivabile maestro americano Altman di “America oggi” (dove erano i personaggi a creare quella catena con la quale tutte le storie erano poi abilmente congiunte in un’unica trama), ma tale rimane, creando solo un’inutile concatenazione di causalità, tra l'altro accennata e solo per alcuni dei personaggi che scorgiamo qui e là quasi per caso. Ciò nonostante è molto interessante e pregevole la sceneggiatura del film che delinea perfettamente e con poche battute le storie dei personaggi, rendendo assai chiari i profili psicologici delle protagoniste femminili (e non solo) pur nella fugacità dello sguardo concesso e nella rapidità dell’episodio. Inoltre non si può negare l'intensità e la forza di alcune scene e probabilmente è questa abbondanza di contenuti ed emozioni che disorienta e quasi "ubriaca" lo spettatore. Poi, per alcune delle storie, lo spazio narrativo definito dalla struttura di una così composita sceneggiatura, si rivela scarso e qualcuna avrebbe di certo potuto aspirare a più ampi orizzonti, ma ovviamente non era quel tipo di scrittura cinematografica, canonica con una sola vicenda, ad interessare il regista. Comunque sia, il cast è formato da attrici eccezionali (Glenn Close, Sissy Spacek, Robin Wright Penn, Holly Hunter, Dakota Fanning) ed inoltre il film ha vinto il Pardo d'oro al 58° Festival internazionale del film di Locarno. Un’ultima nota: il regista Rodrigo Garcìa è il figlio dello scrittore premio Nobel Gabriel Garcia Marquez (l'autore di “Cento anni di solitudine”, oltre a tanto altro). Insomma, se volevamo avere un piccolo breviario, con stile e perizia senza dubbio, sulle mestizie al femminile (ma non tutte per fortuna, qualcosa ci è stata risparmiata), siamo stati accontentati.

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