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Vino e Sicilia: viaggio nella storia di un binomio inscindibile

Giorgio Aquilino
Ospite
  • 2 febbraio 2006

E’ stato scritto che "dietro ogni bottiglia di vino c'è l'immagine viva, dolce ed a un tempo un po' amara della terra in cui il vino è nato". Il vino, dunque, non è solo il prodotto della terra ma possiede anche una dimensione culturale, ed è solo attraverso la conoscenza del suo passato che si può comprendere la sua realtà attuale; è solo attraverso la conoscenza delle sue vicende produttive che si comprende appieno il suo presente. Il merito di aver introdotto in tutto il Mediterraneo e, naturalmente, anche in Sicilia “la più igienica e sana delle bevande”, come la definì il chimico e biologo francese Louis Pasteur, spetta ai Fenici, anche se il ritrovamento di viti nell’Etna e nell’Agrigentino ne ha dimostrato la presenza già nell’Età Terziaria. Con l'arrivo dei Greci nell'Isola (VIII secolo a.C.), la cultura enoica del luogo, sino ad allora ancorata a poche e rudimentali nozioni, si sviluppò enormemente. Nella lunga permanenza nell'Isola, i Greci trasformarono i Siciliani in esperti non solo nella coltivazione della vite, ma anche dell'olivo e del grano. I Greci portarono in Italia dapprima i vini, avviando lucrosi commerci, quindi i vitigni, che avevano diligentemente selezionato durante secoli di pratica agricola, infine le tecniche di coltivazione e vinificazione, un patrimonio inestimabile su cui si basò gran parte delle fortune dell'universo vinicolo romano. I primi vini che i Siciliani poterono degustare furono di eccelsa qualità, a tal punto che diventarono, di diritto, protagonisti di opere immortali nella poesia, nella pittura, nella scultura. Emblematico a riguardo appare il ritratto che del vino hanno saputo dare i sapienti dell’antica Grecia: Platone, ad esempio, affermò in uno dei suoi testi che “il vino per l’uomo è come l’acqua per le piante, che in giusta misura le fa stare bene erette”, ed Euripide continuò sostenendo che “dove non è vino non è amore e null’altro diletto havvi ai mortali”. Nonostante la politica espansionistica dell’Impero avesse imposto una radicale trasformazione colturale nell’Isola, che divenne il “granaio” di Roma, la produzione vinicola siciliana dell’epoca suscitò pari apprezzamento nei palati dei colti esponenti della società romana, che poterono seguitare a degustare i grandi vini dell’Isola: Giulio Cesare amava il Mamertino, un vino liquoroso che ancora oggi si produce (in attesa del riconoscimento DOC) in provincia di Messina, comparabile, con un salto di oltre venti secoli, al più secco dei White Port. Plinio il Vecchio, invece, aveva un debole per il Tauromenitanum, un vino prodotto nelle coste di Taormina ed oggi perduto; ed i buongustai romani prediligevano il Pollio, un vino dolce e liquoroso, ricavato da uve moscato leggermente appassite, tutt’ora prodotto in provincia di Siracusa.

Con la caduta dell’Impero Romano (476 d.C.), l’isola fu teatro di una lunga serie di invasioni barbariche e di guerre che segnarono una battuta d’arresto in tutta la produzione agricola isolana, ivi compreso il settore vitivinicolo. Si dovette aspettare l’arrivo degli Arabi per assistere ad una, seppur breve e parziale, rinascita della viticoltura sicula: la coltivazione della vite, infatti, in osservanza delle leggi coraniche che vietavano e continuano a vietare l’uso di sostanze alcoliche, aveva come unico risultato la produzione di uva passa (dall’arabo “zibib”, da cui viene prodotto lo zibibbo o moscato di Alessandria). La situazione rimase praticamente inalterata con l’arrivo dei Normanni (1061 d.c.), ma è con gli Aragonesi e successivamente con gli Spagnoli che l’agricoltura e la coltura della vite si svilupparono producendo risultati significativi: nel secolo XV da porti siciliani salpavano navi cariche dei vini di Siracusa, dell’Etna, di Palermo e di Trapani verso l’Italia centro-settentrionale. Tuttavia è dal 1773 che la produzione del vino in Sicilia registra una clamorosa espansione grazie alla commercializzazione su scala industriale, ad opera degli inglesi John e William Woodhouse, di quel vino speciale che ha reso la Sicilia famosa in tutto il mondo, il Marsala. Questo eccezionale vino liquoroso prodotto nella provincia di Trapani (escluse le isole e il Comune di Alcamo) ha saputo dimostrare come la gloria di un vino, nei secoli recenti, sia maggiormente legata alle risposte del mercato, piuttosto che ai versi dei poeti che oggi sanciscono esclusivamente, ma con autorevolezza, le qualità già accreditate per vie commerciali. Non fu sufficiente, infatti, a valorizzarne gli innumerevoli pregi, il fascino che suscitò nei confronti dell’artista tedesco Rubens, sceso in Italia per conoscere l’arte di Tiziano e Caravaggio, e tornato in patria con un abbondante scorta di vino siciliano. Si dovette attendere più di un secolo affinché il Marsala ricevesse la stima che si era onorevolmente guadagnata. Successivamente Garibaldi brinderà con questo vino al successo della spedizione dei Mille, alzando i calici insieme al francese Dumas, che ne resterà rapito.

Il legame tra la Francia ed il vino siciliano non si esaurì in questo breve incontro, poiché nel 1870 e nei decenni successivi, in seguito alla distruzione di gran parte dei vigneti francesi per l'invasione della fillossera e della peronospora, la produzione enologica sicula costituì una importante fonte d'importazione per gli industriali francesi, almeno sino a quando (1880-1881) il temibile insetto fece la sua comparsa anche nell’isola, causando l’inevitabile disastro economico. L’emergenza venne risolta solo nel 1920, quando il reimpianto delle viti europee innestate sull’immune ceppo americano produsse i primi veri frutti. L’avvento del fascismo e la lentezza burocratica negli espropri ai proprietari latifondisti bloccò, tuttavia, l’atteso rilancio del settore vitivinicolo. La ripresa avvenne soltanto alla fine dei conflitti mondiali, con la nascita delle prime cantine sociali (1950-1960). La creazione del Mercato Unico Comunitario nel 1970, il miglioramento delle tecniche di coltivazione unita alla possibilità di irrigazione, importanti scommesse imprenditoriali, sostenute da vincenti strategie di marketing, ed una intelligente attività di riqualificazione del vino siciliano, da parte dell'Istituto regionale della vite e del vino, hanno ridato nuova linfa alle ambizioni dell’Isola. Sono apparse nuove realtà produttive, numerose DOC (Denominazione d'origine controllata) e IGT (Indicazione geografica tipica), la prima DOCG (Denominazione d'origine controllata e garantita), ed oggi il vino siciliano ha raggiunto un posto di prestigio nel mercato vinicolo italiano ed internazionale. La cultura del vino scorre in tutte le città della regione, e dai mercati popolari ai quartieri più “in” la cena comincia sempre con una bella bevuta, perché, come diceva Baudelaire nei "Fiori del male", “il vino sa rivestire il più sordido tugurio d'un lusso miracoloso e innalza portici favolosi nell'oro del suo rosso vapore, come un tramonto in un cielo annuvolato".

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