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"Mangiare bene e male a Palermo e provincia": cari commentatori, leggete qui

I commentatori dei gruppi facebook che parlano di ristoranti spesso dimenticano le leggi di mercato: e allora a Palermo l'unica a restare democratica è l'arancina

  • 15 maggio 2018

Ciascuno di noi, per rilassarsi dopo un’intensa giornata lavorativa, è solito dedicarsi alle attività più disparate, aventi in comune la sola caratteristica di richiedere un impegno intellettivo pari a zero. C’è chi ascolta la musica, chi si dedica al giardinaggio, chi apre YouTube e guarda video di gattini danzanti.

Io mi dedico alla lettura dei post, e ancor più dei commenti, che ogni giorno vengono pubblicati numerosi sul gruppo Facebook “Mangiare bene e male a Palermo e provincia”.

Nato con il nobile intento di creare una community di buone forchette che potessero scambiarsi consigli sui migliori (o peggiori) locali della città, e giunto ormai a quasi ottantamila iscritti, il gruppo sta gradualmente iniziando a soffrire i disagi di ogni piazza troppo affollata: voci che si accavallano, alterchi continui, scoppi di sciarriatine a cadenza quotidiana e, soprattutto, una tendenza sempre più marcata alla ripetitività.

Se dal punto di vista delle recensioni la ripetitività potrebbe rappresentare un punto di forza, perché contribuisce ad aumentare la visibilità di un locale, lo stesso non può dirsi dei casi, numerosissimi, in cui ad essere ripetitivi sono i commenti, specialmente quelli polemici.

Non ci sono differenze di genere, età, estrazione sociale che tengano, un commento polemico può scriverlo chiunque, a patto che veicoli, utilizzando un linguaggio più o meno standardizzato, il medesimo concetto: quello della ristorazione, signora mia, ormai è un business pensato soltanto per derubare noi comuni mortali, una vergogna (signora mia).

Seguono gli immancabili conti della massaia, quelli in ragione dei quali un piatto di pasta variamente condita – costi 5 euro oppure 15 – sarà sempre e comunque “caro”: perché se un chilo di pasta al supermercato costa in media 80 centesimi, e 4 pomodorini a Ballarò te li regalano pure, e poi via di questo passo al solo scopo di rendere edotto il popolo della rete del grande raggiro in atto.

Perché no, un piatto di pasta non potrà mai costare più di 5 euro. Capita spesso che qualcuno faccia notare l’incidenza delle spese collaterali di gestione del ristorante (affitto, luce, gas, tasse e stipendio dei dipendenti giusto per citarne alcune) sul prezzo di quel singolo piatto di pasta; ma in quel caso allora finisce per essere colpa dello Stato, quindi non se ne esce.

I miei commenti preferiti sono quelli di chi, presentandosi come assiduo viaggiatore e, di conseguenza, grande esperto degli ingranaggi che fanno muovere il mondo, cerca di dare fondamento alla sua tesi complottista tirando in ballo usi e costumi di altre parti del globo.

Orgogliosamente ignaro degli astrusi meccanismi che regolano il mercato, il commentatore giramondo si scandalizza per il costo “spropositato” delle pizze palermitane e reclama a gran voce un adeguamento dei prezzi al ribasso, assumendo come unità di misura il costo di una pizza margherita nella bottega napoletana di Gino Sorbillo.

Stessa storia per il costo di sushi, spritz e carbonare: se nel loro luogo d’origine costano pochissimo, perché a Palermo si dovrebbe pagarle qualche euro in più?

È evidente come queste persone non abbiano la benché minima idea di quanto costa un’arancina al di là dello Stretto. Lo sappiamo noi emigrati, noi che dopo aver sborsato 3 euro per un’arancina, 4 per una brioche con due palline di gelato e 5 per un panino ca meusa sorridiamo bonari ai loro commenti indignati.

Quasi dispiace dovergli comunicare che non è in atto nessun complotto contro il loro portafogli, né a Palermo né altrove, e che non è neanche questione di essere in regola con le tasse, ché quelle le pagano anche i nostri commercianti.

Ruota tutto lì, intorno alla legge della domanda e dell’offerta, in nome della quale il prezzo di un piatto tipico sarà più basso nella città in cui viene venduto in quantità industriali e dove la concorrenza tra i rivenditori è di conseguenza più accesa.

I napoletani potranno anche andare fieri delle loro pizze a 4 euro, noi per contro ci vanteremo delle nostre democraticissime arancine e tutti saremo sazi e felici. Fino alla prossima recensione.

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