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Misteri "buffi": in una villa vicino Milazzo c'è un folletto che non fa avvicinare nessuno

Nel patrimonio del folklore siciliano, i folletti sono presenze diffuse come numi tutelari delle case, al punto che anticamente le donne erano solite lasciare del cibo per loro

Beniamino Biondi
Critico cinematografico
  • 10 ottobre 2020

Villa Muscianisi (foto Facebook)

A guardarla da lontano, Milazzo, nella dolce cornice che sbava il cobalto del mare all’azzurro del cielo, troneggia magnifica assumendo il profilo del suo castello, la più estesa cittadella fortificata della Sicilia.

Lì è tutto chiaro e composto, e non v’è luogo al mistero che gli sia più estraneo. Come un rumore fuori scena, che fa paura, lo sguardo si volge altrove, a una bellissima dimora patrizia – Villa Lucrezia – meglio conosciuta come Villa Muscianisi.

Disabitata dai primi anni '60, essa cela una presenza insolita e grottesca, non prevista e inquietante: un folletto dispettoso e ridanciano che salta qua e là all’interno lasciando che nessuno si avvicini alla villa.

La notizia fece eco per Milazzo alcuni anni fa, dopo l’avvistamento della figura di un uomo molto basso da parte di alcuni ragazzi entrati per gioco oltre la soglia di quelle mura abbandonate. E fu una gran polemica cittadina che accese sospetti e mosse all’incredulità, e che però nella leggenda trova una sua spiegazione culturale.



Nel ricchissimo patrimonio del folklore siciliano, i folletti sono presenze diffuse come numi tutelari delle case, al punto che anticamente le donne erano solite lasciare del cibo in cucina durante la notte affinché il folletto stesso se ne servisse a suo piacimento.

Se in taluni casi i piccoli elfi erano apportatori di fortuna, in altri – per il loro carattere molesto – costituivano un intralcio alla vita domestica, fino a quando si fosse riusciti a catturarli e a fargli cadere il cappello provocando una felice complicità familiare che non avrebbe mai più subito impedimenti.

Insomma, per bizzarro che sia, il folletto siciliano è una vera e propria categoria dagli aspetti unici: ha per ornamento un cappellino rosso che non cede mai e si adagia sul petto di chi dorme fino a che non perda il respiro.

Se nelle antiche feste germaniche si assiepavano a frotte gli gnomi, in Sicilia le piccole creature si distinguono per nome e per attributi: c’è Birritteddu Russu, che appare di notte e indica, a chi lo incontra, il luogo nel quale giace sepolto un tesoro e dove poi l’ignaro che gli da ascolta trova soltanto carbone e lumache.

Ci sono i Fatuzzi, che secondo un’antichissima leggenda sarebbero degli spiriti a volte benigni, altre malefici, che sono soliti nascondersi sotto una tegola che si portano dietro le spalle, assumendo talvolta le sembianze di fantasmi dagli abiti monacali; ci sono i Munacheddi, figure capricciose di piccoli frati con la tonaca e il berretto rossi, che passano il proprio tempo rubando denaro agli uomini, e, solo in qualche caso, si affezionano a una famiglia dotandogli la ricchezza delle loro ruberie.

Se a Catania il folletto prende il nome di Scauzzo, apparso di notte nella camera di una signora cui offrì una tazza di caffè che lei non accettò, lasciando per sempre la sua casa, altrove è dialettizzato come nfullettu, fuddettu, fudditto o spirito nfuletto.

Il popolo crede si tratti di un diavolo buono, che non fu precipitato nell’abisso come angelo ribelle quanto piuttosto condannato a vagare nell’aria trovando dimora nelle case, e a Nicosia si crede che per non per non essere molestati dal folletto si debba tenere sotto il letto un ramo d’alloro. Infine compare la figura del Farfareddu, meno crudele del Farfarello dantesco che appare nella Divina Commedia per il passaggio della triste bolgia dei barattieri (puniti tramite immersione nella pece bollente).

A Villa Muscianisi s’aggira chissà quale tra i folletti siciliani, e contro l’idea della leggenda sul fronte della casa emerge la misteriosa scritta «Qui lieto mi fiorisce il lare antico», curiosa conferma di un’ipotesi surreale.

Il Lare era una divinità domestica verso la quale si celebravano offerte e rituali in cambio di protezione della casa e della famiglia, e durante il tempo della dominazione romana vi era un vero e proprio culto di questi spiriti del focolare (che avrebbero potuto essere proprio dei folletti).

La scritta incisa all’ingresso di Villa Muscianisi è un dettaglio di non poco conto, peraltro risalendo al periodo in cui venivano tramandati questi racconti, cui si aggiunge l’origine più remota del luogo che sorse come monastero prima che lo acquistasse come residenza privata Domenico Muscianisi.

Coincidenze paurose, o forse solamente dispetti messi in opera da uno spirito ghignante che risolve la solitudine dei suoi giorni e delle sue notti dando noia agli intrusi nell’atmosfera ei bellissimi tramonti del golfo di Milazzo, con l’Etna alle spalle e il mare di fronte.

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