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Nato e cresciuto a Palermo, ora gira ad Hollywood: chi è il regista Nicola Rinciari

La passione per i film arriva con una folgorazione, quando aveva cinque o sei anni dopo il liceo vola negli Usa per studiare cinema, non senza nostalgia di casa. La storia

Tancredi Bua
Giornalista
  • 14 marzo 2026

Il regista Nicola Rinciari sul set

Adora Steven Spielberg e Damien Chazelle, Robert Zemeckis e Luca Guadagnino, è nato e cresciuto a Palermo e adesso gira film a Hollywood, prodotto dallo stesso produttore che ha realizzato i primi film di Sean Baker (il regista che lo scorso anno ha trionfato agli Oscar con “Anora”), con un cast che conta fra i suoi attori il Jake Lacy di “The White Lotus” e Nazanin Boniadi di “Il Signore degli Anelli – Gli Anelli del Potere”: classe ’97, il suo nome è Nicola Rinciari, fresco di regia del suo primo lungometraggio, “A Mosquito in the Ear”, il film che ha aperto l’ultima edizione del Santa Barbara International Film Festival, e che lì si è aggiudicato il Panavision Spirit Award per il cinema indipendente.

Ma riavvolgiamo un attimo il nastro. La passione per i film a Nicola Rinciari è arrivata con una folgorazione, quando aveva cinque o sei anni: «Avevo visto, per caso, alla fine della videocassetta de “Il re leone”, un dietro le quinte che mostrava come venivano realizzate le animazioni, e così ho pensato che nonostante sembrasse molto difficile, fare film era una cosa che “si poteva fare”. E quindi, per come potevo, cercavo di replicare quello che avevo visto in quel dietro le quinte, da autodidatta».

Dall’animazione al cosiddetto “live action”, i film (o, nel suo caso, cortometraggi) con attori in carne e ossa, «già alle medie, per ogni progetto scolastico cercavo di realizzare dei corti fatti in casa, girando con amici, o lavorando in animazione. Ogni volta che chiedevano di fare un resoconto per una materia, io chiedevo di poter fare un cortometraggio a conclusione del percorso, di allineare la “prova finale” con il cinema». All’esame di maturità, la scelta di lasciare Palermo e volare negli Stati Uniti: «Avevo già deciso di studiare cinema al liceo – dice Rinciari, dal suo appartamento di Los Angeles, California, nove ore di fuso orario con l’Italia – e quando dagli USA mi hanno offerto una borsa di studio, non ci ho pensato due volte. Il vantaggio è che lì c’erano più corsi istituzionalizzati che iniziavano subito dopo il liceo, in Italia invece c’era bisogno di laurearsi prima per fare il centro sperimentale, così ho scelto di andare».

Ad accoglierlo è il Savannah College of Art and Design, in Georgia, una scuola su cui il regista era anche un po’ indeciso «se non fosse stato per una pubblicità che beccai su un giornale, a Palermo, in cui avevo letto che per il primo Spider-Man con Tom Holland che avevano finito di girare, molti studenti del Savannah College of Art and Design erano stati chiamati a lavorare sul set. Fu un segno. Accettai la borsa di studio e partii».

Sino a quel momento, Nicola Rinciari non aveva mai messo piede negli Stati Uniti, e «adesso invece arrivavo per studiare regia e sceneggiatura, in una lingua che conoscevo ma che non avevo mai dovuto parlare come lingua madre». Un po’ di nostalgia di casa – di Palermo e della sua famiglia, che vive ancora oggi nel capoluogo, a novemila chilometri di distanza – era inevitabile. E quel fuoco, che a volte può trasformarsi in rabbia o un momento di sconforto, diventa a un certo punto così forte che divampa in uno dei primi cortometraggi importanti per Nicola, “Le pagine del destino”, la storia – a cavallo fra Spielberg e “Pagemaster – L’avventura meravigliosa” di Pixote Hunt e Joe Johnston – di un bambino che deve scegliere «se lasciare la libreria magica in cui vive, e che sparirebbe al suo addio, o rimanere per tenerla in vita. Era una metafora, credo. La libreria, nel corto, vuole che il bambino la abbandoni e viva la sua vita, mentre il bambino vuole restare fra le sue pareti conosciute. La libreria simboleggiava la mia famiglia, che voleva che io seguissi il mio sogno, e il bambino era una metafora di me che non volevo lasciare le mie radici».

Nonostante la lontananza da casa, per Nicola, quelli al Savannah College of Art and Design sono stati, dice, «gli anni più belli, in cui potevo fare finalmente cinema a tutto tondo, con persone che coltivavano le proprie specializzazioni. Ho incontrato tanta gente che lavora ancora con me, e stretto relazioni umane che sono durate anche al di fuori dell’università (una su tutte, quella con Emily Dillard, che è stata al suo fianco come produttrice esecutiva già dal primo cortometraggio ed è ad oggi la sua compagna di vita, ndr.)».

Grazie al successo de “Le pagine della nostra vita”, Nicola Rinciari inizia a dedicarsi al suo cortometraggio successivo, “Our Side”, «che era invece ambientato a Palermo – racconta il regista – ed era la storia di una badante ghanese che si occupa di una persona anziana. Quando le viene revocato il visto, e l’anziano che accudisce ha bisogno di andare in ospedale, lei deve scegliere se proteggere sé stessa e non accompagnarlo o aiutarlo e venire allo scoperto come migrante regolare». “Our Side” raggiunge un successo enorme: al Tulipani di Seta Nera Film Festival di Roma si aggiudica il Diamond Jury Prize, viene nominato al Los Angeles Italia di Los Angeles, trionfa agli Emmy giovanili (cioè il College Television Award, presentato dalla Television Academy Foundation) e fa da vera e propria rampa di lancio per dare a Nicola la credibilità necessaria per proporre il primo, attesissimo lungometraggio. Quel primo lungo s’intitola oggi “A Mosquito in the Ear”, cioè “Una zanzara nell’orecchio”, ed è tratto dall’omonimo graphic novel degli italiani Andrea Ferraris e Daniela Mastrorilli.

Il 4 febbraio scorso è stato presentato al Santa Barbara Film Festival di Santa Barbara, un’edizione che ha visto sfilare sul suo red carpet Leonardo DiCaprio, Sean Penn e Benicio Del Toro, portandosi a casa il Panavision Spirit Award per il cinema indipendente. «A questi livelli, per me – dice Rinciari, emozionato – è la prima volta. Questa cosa mi fa sentire “like I belong”, dicono da queste parti, cioè di essere nel posto giusto, dove ho sempre sentito di appartenere. Conoscendo il settore, non sai mai cosa riserva il domani, fare parte del Santa Barbara è uno di quei momenti in cui ti senti effettivamente parte di questo spazio, è una bella sensazione».

In Italia, “A Mosquito in the Ear” sarà presentato il 24 marzo al Bari International Film and TV Festival. Il 28 marzo, per l'opera prima sarà la volta dell'Annapolis Film Festival, mentre il 12 aprile la produzione volerà in Florida per presentare il film al Miami Film Festival. «È una storia che ho proposto io – dice Rinciari – . Mi sono imbattuto nella graphic novel che era appena uscita, avevo ricevuto l’e-mail da Einaudi (la casa editrice italiana, ndr.) con una breve sinossi. Chiesi di leggerla, e mi impressionò subito perché rovesciava molte idee che, da spettatore, avevo sull’adozione. Parlava di temi molto cari, come la difficoltà di comprendere l’altro, una cosa che ho vissuto sulla mia pelle quando ho messo piede negli Stati Uniti. Ero da solo quando sono arrivato a Savannah, e anche se l’inglese lo conoscevo, quello che parlano a Savannah non era esattamente quello che avevo studiato (ride, ndr.). Non capivo bene la lingua, e avevo lasciato qualcosa che amavo per qualcosa che non conoscevo. Ho rivisto molto di me nel personaggio principale della storia, anche lei lascia qualcosa che ama per qualcosa che non conosce».

Il graphic novel è interamente raccontato dal punto di vista di due genitori – che combaciano poi con gli autori, Andrea Ferraris e Daniela Mastrorilli, visto che la storia narrata in quelle pagine è quella della loro stessa esperienza di adozione – e così è proprio con loro che Rinciari decide di parlare per capire più da vicino come trasformare il racconto a fumetti in un mondo cinematografico: «Tutti e due si sono molto aperti per raccontare quello che era stato incluso nella storia e quello che invece non c’era. Insieme alla mia compagna, Emily, abbiamo scritto la sceneggiatura, e il fatto di essere noi stessi una coppia ci ha aiutato a metterci nei panni dei protagonisti».

Una porta dopo l’altra, Nicola ed Emily bussano a quella di Darren Dean, «uno dei primi produttori – dice Rinciari – di Sean Baker (il regista premio Oscar nel 2025 per “Anora”, ndr.), che con lui aveva lavorato a “The Florida Project”. C’erano dei punti di contatto fra il lavoro che lui aveva fatto con Baker e quello che gli stavo proponendo io, eravamo a cavallo tra favola e realismo molto ruvido. Dopo alcune revisioni abbiamo iniziato a proporlo. L’unica differenza che c’è con il graphic novel è che nella versione originale il protagonista si chiama Andrea, nel mio film è Andrew. Ma proprio perché è una storia universale, non importa la nazionalità dei personaggi principali».

Nei tre ruoli centrali di “A Mosquito in the Ear”, troviamo Jake Lacy (lo Shane Patton della serie HBO “The White Lotus”), Nazanin Boniadi (Bronwyn della serie “Il Signore degli Anelli – Gli Anelli del Potere”) e per la prima volta sullo schermo la piccola Ruhi Pal, che nel film interpreterà la piccola Sarvari. «Jake è sempre stata una delle mie prime scelte – dice Rinciari – . Lui era partito da “The Office”, interpretando un ragazzo per bene, e poi aveva fatto “The White Lotus” che aveva cambiato la sua percezione nel pubblico, interpretava questo personaggio incontentabile.

“A Mosquito in the Ear” penso sia una sorta di redenzione dal personaggio di “The White Lotus” (ride, ndr.). Il personaggio di Andrew nel mio film si sente inadeguato a gestire il rapporto con la figlia, è quasi Shane di “The White Lotus” ma con un approccio positivo. Jake poi, nella vita di tutti i giorni, è una persona molto divertente, è molto bravo a gestire anche alcuni elementi comici, che secondo me erano importanti nella storia. Il vero Andrea cerca sempre di rifugiarsi nella fantasia, di sdrammatizzare, trovare delle scappatoie dalla realtà, Jake mi ha convinto sin da subito perché non solo è un attore drammatico, ha anche la capacità di fare questo».

Per la Boniadi, invece, «l’avevo vista nella serie su “Il Signore degli Anelli”, uscita proprio quando facevamo i casting. La sua interpretazione di Bronwyn mi ha convinto a chiederle un provino, in quel ruolo risultava una leader, che cercava di convincere in maniera non aggressiva, in maniera molto empatica, gestendo relazioni complicate. Ho pensato che ci fossero punti di contatto importanti con il personaggio di Daniela, ho fatto leggere la sceneggiatura a Nazianin, le è piaciuta tantissimo e l’ha portata ad accettare subito».

Il «vero problema» è stato trovare la piccola Sarvari, la bambina che mette in moto l’intera storia, sia nel film sia nel graphic novel: «Abbiamo visionato più di cento bambini tra self-tape e provini – dice Nicola Rinciari – e Ruhi Pal è stata trovata due settimane prima dell’inizio delle riprese. È stata una delle ultimissime bambine nell’ultima sessione di provini dal vivo che avevamo tenuto, quando oramai avevamo perso le speranze. Peraltro, la cosa interessante di Ruhi è stata che al provino è venuta vestita quasi da principessa, aveva i capelli lunghi, non era facile immaginarla nel ruolo dell’orfana che sarebbe andata a interpretare, però era così empatica, sembrava avesse un’anima così luminosa dietro quegli occhi, pur rimanendo una bambina.

Gli attori a quell’età spesso acquisiscono manierismi da adulti, mentre lei restava una bambina vera. A un certo punto ci siamo messi a guardarle soltanto gli occhi, immaginando come sarebbe stata con i capelli corti, sullo schermo, nel film». L’Italia continua ad animare i film di Nicola Rinciari, che mentre guarda a un altro regista palermitano d’eccezione, Luca Guadagnino, come un’ispirazione («Ha unito l’autorialità europea e italiana – dice l’artista – con il cinema statunitense di grande tecnica»), tiene in mente i classici nostrani come “Ladri di biciclette” di De Sica, che «raccontano in modo oggettivo e lasciano che sia lo spettatore a raccogliere il significato».

«Un’altra influenza importante per me è il Barry Jenkins di “Moonlight”, con quel taglio documentaristico che si presta poi alla narrazione. Adoro Spielberg e Damien Chazelle. Spielberg perché riesce a raccontare tutto, cercando un po’ di far scomparire la sua mano ma mantenendo la sua cifra distintiva, guardi i suoi film ed è come se ti dimenticassi che è lui a girare. Così ti fa immergere in qualsiasi storia. Lo Chazelle di “Whiplash” e “La La Land” ha un modo di raccontare molto ritmato, contemporaneo, una fusione di realtà che crea lui ma in cui riesci a ritrovarti. Anche Zemeckis ha avuto su di me un’influenza. Sono registi che hanno a cuore l’immagine, non la parola, e dalle immagini arrivano i significati più forti. In Spielberg basta vedere come dispone i personaggi attorno a un tavolo».

E della Sicilia, di Palermo, ora che Nicola Rinciari vive da quasi dieci anni dall’altra parte del mondo, nella patria contemporanea del cinema, cosa rimane? «Moltissime cose nei miei lavori sono siciliane. In particolare ce n’è una – confessa il regista – e sono i finali agrodolci, questa complessità dei personaggi. Me lo dicono anche i produttori, perché il mio gusto va là. Crescere in un ambiente così bello, che raccoglie una storia così ricca, pieno di contraddizioni, ti offre una visione specifica che resta dentro di te. Non appena ho un momento io cerco di tornare dalla mia famiglia, che sta lì. E poi c’è una luce unica, in Sicilia, che ti fa avere una considerazione diversa della luce in generale.

I siciliani escono di casa e si ritrovano su via Ruggero Settimo, al Politeama, circondato da una storia e da palazzi che vanno dal Cinquecento al Novecento, che attraversano il Medioevo. C’è una ricchezza che ti rimane come ricerca della bellezza nei fotogrammi, che va oltre lo sguardo di ogni giorno e la mondanità che si può trovare in altri posti. Questa cosa mi manca, il fatto di non poter uscire di casa ed essere immerso nelle strade di Palermo».
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