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Non immagineresti mai l'origine della parola "sceccu": in Sicilia le storie sono (ben) due

Il siciliano non smette mai di stupire e dietro a ogni singola parola, anche la più banale, può nascondersi una storia con radici profonde, tra realtà e leggenda

Alessandro Panno
Appassionato di sicilianità
  • 23 marzo 2023

Lo "scecco"

Oggi nelle scuole si parla, fortunatamente, di bisogni educativi speciali e appositi programmi di apprendimento, e se una maestra, o un professore, si arrischia adare una boffa (spesso meritatissima) ad un alunno, bene che vada parte la denuncia, nel peggiore si vede arricampare i parenti della “vittima” fino alla settima generazione, tutti cric-muniti.

Altri tempi, quando l’educazione impartita dagli insegnanti era di diverso tenore, e se ti lamentavi a casa c’era pure il resto.

Per la precisione, nelle scuole elementari, da me frequentate, erano le suore a farci da educatrici, sulle quali non darò giudizi perchè risulterei blasfemo, le quali non si facevano scrupoli di alcun genere, e nella migliore delle ipotesi le boffe volavano come le rondini a primavera.

In ogni caso, se il metodo a base di manrovesci non era sufficiente, scattava allora il più incisivo metodo della gogna sociale, per cui al malcapitato venica messo al collo un cartello con scritto, a caratteri cubitali, asino e quindi "gentilmente" accompagnato in un simpaitco giro turistico di tutte le altre classi dell’istituto in modo tale che tutti potessero prendere atto della punizione in corso e ribadirla cantando in coro “Asino- asino-asino...”.
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Minchia cianchi..., non stupiamoci poi, se alcuni della mia generazione sono cresciuti con un manifesto sentimento anticlericale.

Fatto sta che non tutti i bimbetti usavano il linguisticamente corretto termine "asino", bensì il più poplare e dialettale “sceccu”, per cui le suore, che avevano una sorta di idiosincrasia verso la lingua del popolo, afferravano coloro che si erano macchiati di tale delitto linguistico per sottoporlii allo stesso metodo educativo speciale, entrando così in un loop che terminava solo dopo l’esame di licenza elementare.

Appurato quindi, senza se e senza ma, che in Sicilia la persona di poca cultura, credulona, che non è in grado di fare ragionamenti arguti e senza senso critico, viene semplicemente definito sceccu, verrebbe da chiedersi che male possano aver mai fatto i poveri asini per essere associati a delle caratteristiche tanto ingiuriuose, appurato che, addirittura, pare che questi adorabili animali siano anche più intelligenti della media animalara, e probabilmnete anche di quella di qualche umanoide.

Pare che il termine derivi etimologicamente dal greco Iccos, ma siccome siamo qui per tampasiare e babbiare andiamo a conoscere la versione più folkloristica e fantasiosa della storia.

Quando gli arabi coquistarono la Sicilia, intorno all’800, la convivenza con i siciliani non fu proprio delle più pacifiche.

Gli autoctoni non se l’accollavano a farisi mettere i peri in testa, e i turchi, dalla loro, ribadivano con forza il loro status di dominatori. Ma Navarra, La figlia dell’allora re arabo Amir al-Mu’minin, amichevolmente detto dalla popolazione Miramolino, non fu immune dal fascino del tipico maschio alfa siculo, e si innamorò perdutamente di un nobile del luogo.

Avendo interesse nel portare pace ed armonia tra i due popoli, convinse il padre ad essere meno severo nei confronti dei conquistati, ma Miramolino, che era più duro di una ciaca, concesse ai siciliani solo qualche libertà come coltivare la terra e commerciare per mare e terra,ma proibì in ogni caso che potessero usare i cavalli come mezzo di trasporto, relegandoli al solo uso arabo.

I siciliani non si accollarono la cosa, per cui "sprigiusi" come pochi, si organizzarono nottetempo per avvelenare tutti gli abbeveratori facendo cosi morire, in poco tempo, tutti i cavalli presenti sull’isola.

Miramolino a quel punto, che si era abbastanza sicilianizzato, affermò autorevolmente che per un cornuto, un cornuto e mezzo, e fece caricare dei cavalli su alcuni bastimenti provenienti dal nord Africa.

Ma la sfortuna, si sa, ci vede benissimo, per cui la nave che aveva a bordo i cavalli, a causa di una tempesta, affondò, e l’ unica altra nave che arrivò in porto fu quella carica di asini raglianti.

Quindi i signori arabi, compreso Miramolino, furono cotretti, loro malgrado, a cavalcare tali bestie al posto dei cavalli, e potete facimente immaginare a pigghiata pu culo dei siciliani, i quali cominciarono a storpiare il titolo nobiliare di sceicco in sceccu, coniando così il defintivo termine.

Miramolino non la prese bene, si sa come sono i masculazzi quando gareggiano tra loro, ed allora impose che tutti i siciliani dovessero sempre inchinarsi dinanzi al passaggio di un asino, fosse esso con cavaliere o meno.

Fortunatamente la figlia Navarra, con la pacatezza e saggezza tipica delle donne, lo portò a più miti ragionamenti, facendogli notare quanto fosse ridicola la cosa e che sicuramente non avrebbe portato a smorzare le tensioni.

Fu così che Miramolino accettò i consigli della figlia e la convivenza tra i popoli divenne pacifica. Ma non finisce qui. Vi è una seconda storia riguardante l’origine del termine.

Nel 1469, il vicerè spagnolo Giovanni D’Aragona, tramite apposito dispaccio reale, proibì, tassitamente, a nobili e borghesi di avvalersi dell’uso degli asini, a favore dei più nobili cavalli, come cavalcature, riservandoli alle sole classi povere.

Associando l’animale a tali persone, il termine sceccu divenne sinonimo di stolto, ignorante e poco intelligente, riferendosi proprio a quel ceto sociale che, a quel tempo, era interdetto dalla possibiità di avere un’istruzione ed un tenore di vita adeguato.

Ora non fate gli scecchi e diffondete la storia!
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