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Non solo arancine: anche a San Giuseppe ci sono le "concorrenti" catanesi delle sfinci

Il 19 marzo a Catania si prepara un dolce fritto a base di riso che venne ideato dalle monache del Monastero dei Benedettini nel XVI secolo. Ecco la storia delle "crispelle"

Claudia Rizzo
TV producer
  • 19 marzo 2021

Le crispelle di riso catanesi

Del patrimonio che rende straordinaria la nostra Sicilia, una menzione speciale va alle tradizioni religiose, che spesso mescolano sacro e profano e che, di generazione in generazione, continuano ad arricchire di significato i nostri riti.

Un periodo particolarmente felice per gustarne molte è senz’altro quello legato alle celebrazioni di San Giuseppe, santo patrono di tanti comuni siciliani e venerato da tutti con un fiorire di processioni e manifestazioni che, ovviamente, non possono non essere accompagnate da prelibatezze che ne sottolineano l’eccezionalità: altrimenti che festa sarebbe?

Per i siciliani, d’altronde, ogni occasione è buona per mangiare. E infatti “città che vai, tradizione culinaria che trovi”. Ce n’è per tutti i gusti e, chiaramente, per tutti i palati: da Nord a Sud, da Est a Ovest, ognuno rende omaggio al padre putativo di Gesù a proprio modo.

Sfinci di ricotta, pasta con le sarde, pani votivi con i semi di finocchio o pasta col macco sono alcuni esempi di bontà che non fanno altro che confermare la straordinarietà della cucina siciliana. Fra queste, nessun palermitano si offenda, non possiamo non celebrare le “crispelle di riso”, dolce catanese noto anche come “zeppole di San Giuseppe” o “benedettine”.



Dolce fritto a base di riso aromatizzato all’arancia e cosparso di miele, secondo leggenda le crispelle vengono preparate in occasione della festa di San Giuseppe perché sembra che di secondo lavoro, dopo quello di falegname, facesse proprio il friggitore (chissà, forse per questo in Sicilia siamo tanto legati alla sua figura!).

Leggenda o meno, quel che è certo è che una tira l’altra: impossibile resistervi, neanche il tempo di prepararle e spariranno in un battibaleno. Già con l’acquolina in bocca? Fortunatamente proprio in questi giorni non avrete difficoltà a trovarle, ma intanto conosciamone la storia.

Secondo quanto riportato dagli antichi cronisti, le crispelle, così come altre delizie, furono create dalle monache del Monastero dei Benedettini di Catania nel XVI secolo.

Si narra, infatti, che le suore cucinassero dolci per la città per mantenersi, utilizzando alimenti poveri e di facile reperimento, e che questi poi venissero venduti dai frati del monastero. Ecco perché sono conosciute anche come “benedettine”.

Perfino Federico De Roberto, nel suo celebre romanzo “I viceré”, ne fa menzione: «In città, la cucina dei Benedettini era passata in proverbio; [..] i crespelli melati erano piatti che nessun altro cuoco sapeva lavorare». Insomma, un vero e proprio capolavoro culinario che ha portato i catanesi a volerlo gustare non soltanto a San Giuseppe ma durante tutto l’anno.

Tanto che il cosiddetto crispiddaru è una figura mitica che incanta chiunque lo incontri, un po’ come quella del panellaro a Palermo. D’altronde, impastare e friggere non è cosa da tutti: ci vuole maestria e in Sicilia lo sappiamo bene.

Il crispiddaru, oltre a manualità e tecnica, ha poi una sua ricetta e un suo piccolo segreto che fa delle crispelle mangiate per strada un dolce leggermente diverso da quello cucinato in casa: chissà che non sia simile al leggendario “sputo nell’olio” che ha reso famose le panelle!
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