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Palermo e le imprese al femminile: il grido d'allarme di un'imprenditrice del benessere

In una lettera aperta, la titolare di una compagnia di bellezza racconta le paure e le speranze in vista della riapertura che, spera, possa essere anticipata

Giulia Noera
Giornalista e nuotatrice
  • 8 maggio 2020

Claudia Calò

Questo mio blog desidera dare spazio ad ogni "voce" che abbia qualcosa da dire, che metta sul tavolo problemi sui quali confrontarsi.

Chi mi conosce sa che fra gli argomenti di mio interesse e con i quali lavoro c'è il sostegno alle donne: in un momento delicato come questo, in cui l'economia ed il tessuto delle piccole e medie imprese stanno pagando un prezzo (a mio avviso) insostenibile, ho voluto ospitare la testimonianza di un'imprenditrice palermitana, per condividere con tutti voi la situazione ed eventialmente cercare di comprendere se esistono soluzioni plausibili.

Ecco la sua lettera.

«Sono Claudia Calò e lavoro in un istituto di bellezza professionale con compagine societaria e personale tutto al femminile. Il comparto del benessere è uno dei più penalizzati dall’avvento della pandemia che ha ridotto le libertà personali e chiuso le attività commerciali.

La nostra apertura è programmata per il 3 giugno, ciò vuol dire bruciare tre mesi di fatturato, far crescere l’indebitamento, far lievitare i costi derivanti da esposizioni debitorie e nuova profilassi per la sanificazione e contingentazione. Ciò non vale solo per la mia azienda, ma per l’intero settore che ricordo essere formato da un piccolo esercito di donne lavoratrici e imprenditrici che conciliano ogni giorno vita, lavoro e gestione dei figli.



Dal 3 giugno le mie collaboratrici, alla difficile routine quotidiana, dovranno aggiungere nuove importanti responsabilità: abbiamo il compito di gestire in team la ripartenza, una sorta di anno zero con una nuova organizzazione intrecciata a rigidi protocolli di sicurezza, senza dimenticare il relax. Chi ci conosce sa che eravamo molto diligenti già prima dell’avvento del Coronavirus, figuriamoci alla ripartenza. A me l’arduo compito di tracciare le nuove fasi operative, delineare l’organizzazione aziendale e riscrivere il bilancio previsionale, non senza voci in rosso.

Intanto sono al varo nuove procedure per la gestione della formazione, degli appuntamenti contingentati, l’aggiornamento di protocolli e procedure per la sanificazione che tengano conto di un nuovo virus patogeno. Dovremo, insomma, condividere una nuova programmazione a medio e lungo termine, consapevoli dell’esistenza di nuove incertezze finanziarie, dando il massimo della sicurezza e qualità ai nostri clienti, tutto questo mentre i figli permangono a casa con nonni, parenti o amici che corrono in aiuto.

No, non è affatto facile. Per noi imprenditrici la strada è tutta in salita, ripartire in assenza di liquidità e fiducia nei confronti delle istituzioni diviene un percorso impegnativo, soprattutto quando i pesi si sono raddoppiati. Inutile negarcelo, le aziende già prima della pandemia erano indebitate per via di una pressione fiscale esasperante, oggi si aggiungono tre mesi di mancato incasso che hanno inevitabilmente ridotto le nostre casse all’osso.

Cosa mi preoccupa oggi? La fase 3, il futuro mio e delle mie collaboratrici. In un primo momento abbiamo ritenuto opportuno chiudere per la sicurezza del personale e dei clienti, oggi chiediamo ad alta voce di aprire immediatamente perché riteniamo di poter garantire la massima protezione a personale e clientela, grazie a sistemi di sanificazione e presidi medici all’avanguardia.

Un’intera task force di 17 menti fra top manager, economisti, sociologi, una psicologa, uno psichiatra e persino un fisico ad oggi non è riuscita a produrre alcuna misura a favore delle aziende con quote rosa, nonostante le donne lavoratrici siano le più penalizzate da questa crisi economica.

Il dream team a cui spetta il compito di riavviare l’economia per trasformare questa crisi in un’opportunità, ovvero trasformare l’Italia in un Paese più moderno e competitivo, avrebbe dovuto fare un’analisi più profonda dei ruoli sociali, sarebbe dovuto partire dalle donne, coloro che ogni giorno si fanno carico della gestione sia lavorativa che familiare del nostro Paese».

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