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Parche e streghe che scatenano tempeste di mare: chi sono le "animulari" siciliane

Inesorabili come le Parche del mondo classico, sono sposate ai marinai e volano di notte per sabba e fatture. Sono “donni di vento” che scatenano trombe marine

  • 7 marzo 2021

Retaie di Carzano (Montìsola, Brescia), 1963

Tutt’altro che animelle – per come noi siciliani siamo soliti indicare le persone innocue e inconsistenti – sono le animulari che si aggirano nella Sicilia occidentale, dal trapanese all’agrigentino e che appaiono ben diverse dalle più note e diffuse donni di fora.

Con queste condividono lo status di streghe, il volo in spirito e il rapporto ambiguo con i bambini, ma hanno accenti sicuramente più neri e funesti.

Si dice che siano diventate streghe avendo donato la propria anima, la propria vita, al diavolo (nato dal loro ventre) e che, spesso mogli di marinai, di giorno conducano una vita ordinaria e di notte, tra parole e balsami misteriosi e magici, diventino invisibili ed escano dalle proprie case, passando, come soffi di vento, attraverso i buchi della serratura, le fessure delle porte o le canne del camino, per incontrarsi in luoghi stravaganti, bui e sperduti (come il monte Cofano di Trapani!), per intrattenersi in sabba malefici e danze frenetiche, rivelarsi vicendevolmente formule segrete e per pianificare soprattutto il male da arrecare alle vittime prescelte.



Dette anche donni di vento e assimilate alle trombe marine (non a caso vengono pure chiamate draunari o dragunari), vaporose, nude, con vesti bianche o nere come il fumo, e coi capelli scarmigliati, volano furiosamente nell’oscurità, per terra e per mare, facendo danni, distruggendo tutto, e portando con sé l’anìmulu (da cui il loro nome), ossia l’arcolaio, che spesso, cadendo dall’alto, può rompersi spargendo ovunque spiritelli, fatuzze e u Mazzamareddu, il folletto che genera vortici di vento, trombe marine e violenti temporali.

La presenza dell’arcolaio ci rimanda immediatamente all’atto del tessere e recidere il filo della vita. Non è improbabile ipotizzare che le capricciose, volubili e inesorabili animulari siano in qualche modo connesse alle antiche Moire greche (assimilate dai Romani alle Parche) di cui ci parla Esiodo.

Tre vecchie divinità, sorelle tra loro e di Ananke, la Necessità, legate all’ineluttabilità e all’imperscrutabilità del destino e responsabili dello svolgimento della vita umana: Cloto, la “filatrice” dal cui arcolaio si nasce, Làchesi, “la detentrice”, responsabile della sorte toccata a ciascuno di noi, e Àtropo, “l’irremovibile”, colei che stabilisce quando recidere con le forbici il filo della vita e causare la morte.

Pitrè ci fa sapere che le animulari sono molto diffuse «a Trapani […], specialmente tra la gente di mare. Se, passando dinanzi un cortile ove abitano famiglie di marinai, vedete un crocchio di donne intente a far calza o cordicella, o a rattoppare reti sdrucite, potete esser sicuri che in mezzo a quelle ci deve esser un’animulara».

Sono descritte come vecchie dall’aspetto brutto e mostruoso, con occhi di serpente o di gatto, labbra gonfie e cadenti e capelli lunghi e ingarbugliati, ma anche come giovani, belle e seducenti ragazze, di cui però non bisogna mai innamorarsi perché il loro bacio è fatale.

Si narra, ad esempio, di una giovane animulara innamorata che, non resistendo più al giogo di un’attesa straziante, sentendo la mancanza del futuro sposo, un giovane marinaio partito per un lungo viaggio, lo raggiunse volando in spirito fino alla sua barca e lo baciò mentre dormiva: appena sfiorate le labbra, il marinaio tuttavia morì all’istante ed ella, stremata, rientrò a casa, in preda al rimorso e alla più tragica disperazione.

Dopo il viaggio notturno e prima che il gallo canti o suonino le campane, le animulari infatti tornano nelle loro case e nei loro letti.

Appaiono ai mariti infreddolite, rigide, pallide, emaciate, malaticce e in procinto di svenire: i loro uomini allora tentano subito di riscaldarle, le coprono con coperte pesanti, sfregano le loro mani intirizzite alle proprie, le stringono al proprio corpo, finché il calore profuso le faccia stare di nuovo bene.

Tutti i marinai le temono, credono che tempeste, trombe d’aria e vortici marini siano provocati dagli incantesimi di queste maghe o che siano addirittura le stesse animulari trasformate e venute a trovare i mariti in mare aperto o ad arrecare morte e distruzione.

Si fanno allora il segno della croce per “tagliare” in due il cono della tromba marina, oppure la recidono con un rapido gesto della mano sinistra o con un falcetto, recitando preghiere propiziatorie o sconciuri apotropaici: la draunara cade allora in pezzi e chiunque può vedere arcolai, scarpe vecchie, pupazzi per le fatture e tanti altri oggetti piovere improvvisamente dall’alto.

Chiamate anche madri, sono tutt’altro che materne: streghe ripugnanti in grado di profetizzare il futuro e divinare gli scogli del mare, praticano anche le fatture, servendosi di pupazzi antropomorfi trafitti da spilli per causare atroci sofferenze alle proprie vittime (specialmente uomini che hanno tradito le mogli o che non vogliono ricambiare un amore).

Gli spilli al cuore del fantoccio generano violenti strazi d’amore, alla testa confusione e follia; se invece un grosso chiodo attraversa il suo petto, la malattia e soprattutto la morte della vittima sono assicurati.

I pupazzi o eventuali altri oggetti lavorati (fotografie, brandelli di abiti, capelli, unghie, uova, limoni etc.) vengono poi nascosti in posti improbabili o tra i laidi materassi nelle case fatiscenti delle stesse animulari, affinché, non potendo essere scovati, il maleficio non venga più annullato.
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