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Per non dimenticare: la Shoah e quella "non appartenenza dei siciliani alla razza italica"

Accertare e documentare vuol dire non dimenticare e non permettere che continui l’erronea considerazione che riteneva l’Isola risparmiata da questo terribile orrore

Susanna La Valle
Insegnante e scrittrice
  • 27 gennaio 2021

Shoah, ovvero "catastrofe, rovina, disastro e desolazione, è un termine che viene usato metaforicamente per ricordare quello che forse impropriamente chiamiamo Olocausto che significa in ebraico, Sacrificio.

In questa tragedia non c’è nessun sacrificio, nessuna vittima immolata per ottenere la protezione di un Dio. C’è solo una follia collettiva, accompagnata da interessi economici e tenuta sociale.

Di pulizie etniche la storia ha le pagine piene, ma questa è fra le più raccapriccianti: le modalità, le motivazioni, il coinvolgimento legato ad assurde e pretestuose concezioni suprematiste ( prive di qualsiasi fondamento scientifico, e accettate come ineluttabile destino vittorioso di una presunta stirpe superiore) non ha eguali sui libri di storia, considerando tra l’altro che non si rifanno a tempi remoti dove conoscenze ed usi non erano certamente quelli che possedevano gli uomini del secolo scorso.

In Sicilia gli effetti di questo delirio, si è pensato per diverso tempo, fossero minori rispetto alle altre regioni. Si è ritenuto infatti che lo sbarco degli alleati nel 1943, abbia impedito o attenuato il dilagare della Shoah.



In realtà dietro a questo fatto storico troviamo l’allontanamento voluto o forzato di tanti siciliani dalla loro terra, e che furono in seguito internati nei campi di concentramento nazisti. Se tra questi vi furono quelli partiti per la guerra e che dopo l'8 settembre vissero una situazione di sbandamento, i lavoratori al Nord, troviamo anche gli internati in campi di concentramento.

Sull’esistenza di questi luoghi ne parlano numerosi documenti e libri. Uno di questi è quello di Giovanna D’Amico per Sellerio, dove racconta che già dal 1938 vi erano campi di detenzione in Calabria, Sicilia, Molise e Campania, destinati agli ebrei stranieri e dissidenti.

Da quello che abbiamo appena letto, sappiamo, quindi, che tra i deportati siciliani non vi furono solo ebrei, il cui censimento chiesto da Benito Mussolini nel 1938, annoverava un numero di 202 unità residenti sull’Isola.

Un numero esiguo probabilmente dovuto alla situazione in cui si trovava la città di Palermo, che pur essendo una delle 26 comunità metropolitane stabilite dal R.D.L. del 1930, non aveva di fatto, alcuni dei luoghi cardini per lo svolgimento dei rituali della comunità ebraica.

Infatti non vi era una Sinagoga, un luogo per il Bagno Rituale, o dove si macellasse il bestiame secondo i rituali Kosher, inoltre non veniva praticata la circoncisione perché non c’era chi fosse in grado di eseguirla (dal libro della storica Lucia Vincenti).

Questo vuol dire che per arrivare alla cifra di oltre 800 deportati siciliani, accertati dalle ultime indagini storiche, (e il numero è calcolato per difetto e in continuo aggiornamento), dobbiamo inserire tutte quelle altre categorie che condivisero l’orrore nazista, mi riferisco ai dissidenti, omosessuali, etnia Rom, partigiani, Testimoni di Geova, sacerdoti.

Lascia attoniti l’elenco di oltre settecento siciliani, presenti nel solo lager di Bolzano e poi avviati ai campi di sterminio, riportati in rete a cura della Regione Sicilia Assessorato dei Beni culturali e dell’Identità siciliana.

È uno straziante susseguirsi di nomi, con la data di partenza, destinazione, ubicazione della baracca, numero di matricola, e per la maggior parte di loro, data della morte.

L’idea che la Sicilia fosse immune dalla Shoah va dunque rivista, del resto già sul Manifesto della Razza del 1938, (ideato e sottoscritto da scienziati e intellettuali dell’epoca), nel punto nove leggiamo: "Dell'occupazione araba della Sicilia nulla è rimasto se non qualche nome".

Menzione che se da un lato assolve la Sicilia dall’essere terra di popolazioni che non potevano essere assimilate all’Italia «perché costituita da elementi razziali non europei» poteva però lasciare qualche suggestione sulla non completa appartenenza dei siciliani alla razza italica.

Considerazioni che non sfuggirono a professori e presidi siciliani che si affrettarono a firmare quel documento e che così facendo si resero anche loro responsabili morali della morte di questi innocenti.

Gli studi storici alla ricerca dei siciliani coinvolti nella Shoah continuano, accertare e documentare vuol dire non dimenticare, non permettere che continui l’erronea considerazione storica che riteneva l’Isola risparmiata da questo evento. Riportare nomi e circostanze vuol dire evitare quella latente e mai sopita abitudine a cancellare quello che ci fa più orrore.

Bisogna restituire onore e dignità a chi ha subito quest’abominio, non dimenticando mai che appartiene a tutti, e che insegnare alle generazioni future questa tragedia, vuol dire porre le basi perché questo non avvenga più.
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