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Si odono urla e scrosci di catene: la Torre dei Diavoli di Palermo tra leggende e bombe

Si credeva che all’interno della torre venissero a conversare gli spiriti, perciò la gente suggestionata raccontava che si sentivano urla e scrosci di catene

Santi Gnoffo
Ricercatore storico e delle Tradizioni popolari siciliane
  • 2 agosto 2019

Il palazzetto suburbano dei Chiaramonte a Palermo (foto del 1931)

Lo storico Piola racconta una leggenda che riguardava questa torre. Si credeva che all’interno della torre venissero a conversare gli spiriti, perciò la gente suggestionata raccontava che si sentivano urla e scrosci di catene.

Si diceva anche che all’interno vi fosse un immenso tesoro. Una sera, in una bettola che si trovava nelle vicinanze, quattro avventori ne discutevano. Uno di essi era talmente povero da non potere sposare la figlia. Gli amici gli proposero che se fosse entrato nella torre allo scoccar della mezzanotte ed avesse piantato un chiodo in una parete lo avrebbero ricompensato. Il poveretto volle provare perciò tentò l’impresa. Avvolto il suo corpo con il pastrano (mantella) e munito di un grosso chiodo e di un martello entrò all’interno della torre. Nonostante la paura ed il tremore delle ginocchia, riuscì ad entrare e si trovò in una immensa stanza.

Nonostante il buio fitto riuscì a piantare il chiodo in una parete ma non si accorse che insieme al chiodo aveva appuntato un lembo del suo mantello. Fece un passo indietro per intraprendere la strada del ritorno ma qualcosa gli impediva di muoversi.

Tastò con la parete il muro per svincolarsi e palpò un oggetto gelido. Era il grosso chiodo ma a lui parve la mano di uno spirito. Immaginò di essere sprofondato all’inferno, incominciò a gridare cercando suo malgrado di svincolare dal presunto spirito ma ogni tentativo era vano.

Poco dopo le forze lo abbandonarono e cadde a terra tramortito. Gli amici lo aspettavano e non vedendolo tornare dopo alcune ore incominciarono a cercarlo: "Per la qual cosa accesero fasci di ampelodesmo, e tutti uniti entrarono nella torre. Qual fu il loro spavento scorgendo disteso per terra quell’infelice, che più non dava segno di vita".

La Torre dei diavoli era un palazzetto di campagna adibito a padiglione di caccia ed era ubicato sul lato destro della chiesa della Guadagna, in prossimità del fiume Oreto.

Lo storico Antonino Mongitore, asserì che da un diploma si evince che fu costruita prima del 1328. Il Di Giovanni, nel suo "Palermo restaurata" asserì che apparteneva alla famiglia Chiaramonte, poi a quella Abatellis e poi ad altri proprietari.

Si trovava probabilmente all'interno del Parco di Maredolce ed il complesso agricolo fu ceduto dalla Magione ai Chiaramonte forse come segno di gratitudine per la donazione del regio sollazzo. Secondo Gioacchino Di Marzo, fu così denominata perché lasciata incustodita divenne rifugio di una banda di ladroni.

Il manufatto era composto di mura possenti, con grosse pietre rettangolari molto compatte. Il prospetto era formato un muro su cui si aprivano quattro finestre dal pianterreno sino alla metà dell’edificio e terminava con una elegante cornice su cui erano impostate i piedritti (struttura resistente verticale, con funzione di sostegno) delle finestre.

Tra le finestre si scorgevano alcune colonnine scolpite a cordoni annodati. Nel timpano (parete triangolare) c’era lo stemma della famiglia Chiaramonte. L'edificio fu restaurato alla fine dell'Ottocento ma distrutta completamente dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale.

Rimasero pochi resti insignificanti e, anche questi, nel 2011 furono completamente abbattuti per far posto alla galleria del passante ferroviario. Tuttavia l'intero basamento e parte del piano terra esistono ancora perchè le macerie (prima dell'intervento delle Ferrovie dello Stato erano state incementate).

Nella metà del XIX secolo, diversi paesaggisti tedeschi vennero a Palermo, tra essi si distinse Louis Gurlitt che disegnando il Monte Pellegrino definì "il re dei Monti" e ritrasse alcuni gli edifici storici palermitani. In uno dei suoi disegni ritrasse la sponda settentrionale del fiume Oreto, inserendo le casupole immerse nella vegetazione, la chiesa suburbana "sotto l’invocazione di Nostra Signora della Grazia", il Ponte della Guadagna e la Torre dei diavoli.

Proprio in questo disegno è evidente un canale sotterraneo che univa la palazzina con il fiume Oreto. Anche i sotterranei e gli ingrottati (alcuni visibili) della zona benchè distrutti parzialmente si potrebbero recuperare: al di sotto dell'edificio erano state scavate nella viva pietra due stanze comunicanti e sopra di esse scorreva un ruscello: si trattava di un bagno pubblico.

Era infatti usanza nella Sicilia dell'epoca frequentare i bagni, un uso che si diffuse dai greci e i romani fino ai tempi dei saraceni.

Ma è risaputo che la città di Palermo non ha mai avuto un buon rapporto con il fiume Oreto e con i monumenti che si trovano nei pressi delle sue sponde.

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