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Storie (vere) di Palermo che non trovi sui libri: la terribile "Rivolta del sette e mezzo"

Fu una delle più sanguinarie insurrezioni di popolo contro un Governo nazionale: la censura, i tribunali speciali e le condanne a morte continuano a tenerla nell'ombra

Santi Gnoffo
Ricercatore storico e delle Tradizioni popolari siciliane
  • 12 settembre 2019

Il 15 settembre 1866 ebbe inizio la Rivolta del "Sette e mezzo", così chiamata per la sua durata: andò avanti dal 15 al 22 settembre 1866, sette giorni e mezzo. I palermitani scesero in piazza per ribellarsi agli assassini e predoni di casa Savoia per finire repressi tra tribunali speciali, condanne a morte (perfino di uomini di Chiesa) e bombe via mare.

Ma non affannatevi a cercarla nei libri di testo su cui tutti abbiamo studiato: non troverete alcuna notizia, quando troverete qualche rara e striminzita citazione, non sarà mai accompagnata da una sola riga di spiegazione, e se invece avrete la fortuna di trovarne una, peggio sarà, perché la troverete sinteticamente rubricata come una piccola sommossa promossa da malandrini sanguinari, in alcuni casi addirittura cannibali, in combutta con i nostalgici dei Borboni.

Ecco come andò: Palermo sembrava una città in via di trasloco, si spostavano masserie, le famiglie facevano incetta di "bummuluni" di acqua, misure d’olio, pane di casa e mazzi di verdure, mentre nelle traverse e nei vicoli del centro si concentravano un numero anomalo di carretti di trasporto.

I commercianti e gli artigiani lavoravano a rafforzare con tavole di legno le porte dei loro locali e dei laboratori a piano terra. Spuntavano, spesso, all’improvviso, per le strade, bandiere rosse con l’immagine di Santa Rosalia al centro che le pattuglie dei poliziotti della Questura fingevano di non vedere. Le spie di quartiere (mestiere che allora era considerato normale) si allontanavano dalle loro case o addirittura dalla città, senza neanche avvisare i parenti, taluni trascinandosi dietro anche le loro famiglie, perché affettuosamente consigliati "ri canziarisi" (di mettersi di lato al sicuro per evitare il peggio).

Agli angoli di strada, folti capannelli di giovani, vociavano animosamente contro "i piemuntisi" ed "i pagnottisti", le monache nei conventi allestivano cucine da campo, rifinivano bende e mettevano su improvvisate infermerie. La sera le strade si svuotavano e sulle colline tutte intorno si accendevano centinaia di falò minacciosi, esattamente come avevano fatto i garibaldini sei anni prima. Insomma, l’approssimarsi “ru burdellu” non era esattamente un segreto inesplicabile.

La notte del 15 servì per innalzare le prime 65 barricate. Alle 5 del mattino del 16 settembre si sparava mentre dalle colline attorno la Conca d’Oro scendevano in città le squadre dei picciotti ribelli, come nel 1860 ai tempi di Garibaldi, ma molto più numerose di allora.

Pochi mesi prima, Giuseppe Garibaldi aveva scritto ad Adelaide Cairoli: "Se dovessi ripercorrere le strade della Sicilia, i siciliani mi prenderebbero a sassate". E non aveva torto.

La "Rivolta del sette e mezzo" fu un’insurrezione di popolo, vi parteciparono o vi parteggiarono la stragrande maggioranza delle classi sociali. La effettiva guida politico-militare fu appannaggio dei repubblicani filosocialisti eredi del cosiddetto "partito di Giovanni Corrao" (assassinato dai savoiardi solo tre anni prima), adesso guidato dall’amico di sempre Beppe Badia (nda. che materialmente non poté partecipare alla rivolta perché ancora in carcere da un anno) ed altre persone che sei anni prima avevano sorretto Garibaldi contribuendo in maniera determinante alla vittoria "dei Mille".

La rivolta segnò la rottura completa, politica e anche sentimentale, tra i siciliani e lo Stato unitario italiano a trazione savoiarda.

Fu un violento pronunciamento contro sei anni di malgoverno, esercitato con l’arbitrio e la violenza dei colonialisti, ingiusti e voraci contro i siciliani, caduti in uno stato di crescente miseria materiale dalle pesanti introduzione di 41 nuovi balzelli vessatori, per non parlare delle ossessive, oltraggiose e vessatorie misure poliziesche di controllo.

Un esempio su tutti è il "lasciapassare per il lavoro": una sorta di passaporto interno che rilasciavano i sindaci e attestava i posti in cui eri autorizzato a risiedere ed a lavorare, per spostarsi a vivere e a lavorare legalmente altrove era necessario essere autorizzati.

Ciò creò, soltanto a Palermo e provincia 17mila disoccupati, quasi tutti capifamiglia. Nuovi disoccupati, procurati ed arrabbiati, che andavano a sommarsi a migliaia di renitenti di leva, gli ammoniti, gli ex impiegati borbonici licenziati, i contadini delusi che non avevano avuto la distribuzione delle terre come promesso da Garibaldi, gli ecclesiastici espropriati, i repubblicani socialisti, i mazziniani, gli autonomisti, etc.

Tutte queste persone parteciparono alla Rivolta perché accomunati nell’avversione a un regime accentratore, ottuso e dispotico, che nulla concedeva alle attese ed alle esplicite concessioni che il nuovo Stato Unitario aveva promesso.

Gli aristocratici si defilarono ambiguamente e quando la rivolta fu sedata, essi si dissociarono dicendo di essere stati costretti con la forza a farne parte. Gli insorti armati furono almeno quarantamila, provenienti da Misilmeri e Monreale, etc. L’urlo di rivolta di tutti i palermitani contro la dittatura savoiarda si condensasse nel motto “Repubblica e Santa Rosalia ! ”

Palermo per sette giorni rimase così in mano ai rivoltosi. Il Governo italiano proclamò lo Stato d'Assedio ed adottò contro il popolo palermitano una dura repressione. Fu inviato un esercito di occupazione comandato da Raffaele Cadorna.

Palermo fu bombardata dal mare dalla flotta italiana della Regia Marina che distrusse mezza città indifesa, provocando centinaia di morti e migliaia di feriti, per lo più civili non armati, donne, bambini, anziani.

Dopo lo sbarco dei fanti della Real Marina e di contingenti per almeno 46mila militari per sedare la rivolta, migliaia dei rivoltosi catturati furono fucilati sul posto o nella stessa giornata della loro cattura, taluni furono persino arsi vivi tra gli applausi dei militari ubriachi, si combattè casa per casa.

I rivoltosi, a parte l’uccisone di Pubblici Ufficiali sabaudi, mantennero un contegno corretto, non vi furono saccheggi né vendette personali o ruberie. Ad eccezioni del palazzo del marchese Di Rudinì, il ventisettenne Sindaco reazionario ed ultrà savoiardo.

L’edificio fu saccheggiato e dato alle fiamme. I rivoltosi non avevano digerito che Di Rudinì si fosse reso responsabile di aver dato ordine alle Guardie Municipali, ed a ciò che restava della Guardia Nazionale, di sparare sulla folla dei suoi concittadini palermitani, nonché per tutto il tempo della Rivolta aveva condiviso la resistenza savoiarda in città, minacciando una sanguinaria repressione, che poi avallò.

Il Console Francese ci tenne a testimoniare il corretto comportamento dei rivoltosi: "I numerosi soldati ed ufficiali italiani, che sono stati fatti prigionieri, non sono stati fatti oggetto di alcun cattivo trattamento. Tutti i Consolati e le Delegazioni straniere sono stati rispettati. Questa condotta non è certo quella dei briganti, ma di veri rivoluzionari che si rifanno ad un ideale, ad uno scopo politico ed a una giusta causa".

Altrettanto non si potè dire della smisurata reazione sabauda. In una lettera l’ufficiale dei granatieri Antonio Cattaneo raccontò ad alcuni amici: "Vi posso assicurare che qualche vendetta la facemmo anche noi, fucilando quanti ci capitavano. Anzi il 23 Settembre, condotti Fuori Porta circa 80 arrestati si posero in un fosso e ci si fece fuoco addosso, finchè bastò per ucciderli tutti".

Ma ancor più raccapricciante fu la fucilazione di due gruppi di detenuti, durante la loro traduzione a Palermo, avvenuta il 12 ed il 15 gennaio 1867. Essi morirono senza alcun processo e senza alcuna sentenza, quando era già stato revocato lo Stato d’Assedio.

Stesso destino ebbero altri cinque prigionieri provenienti da Misilmeri, fucilati ad un paio di chilometri dal capoluogo. Questa rivolta popolare e la conseguente repressione, fu un fatto talmente grave per il neo Stato unitario d’Italia, che si cercò di nasconderla.

I pochi cronisti dell’epoca che la raccontarono si allinearono alle direttive della macchina della propaganda savoiarda omettendo a più non posso, cercando di sminuire la portata dei fatti accaduti, dando per buone le sciocchezze inventate da Cadorna sui cittadini di Misilmeri cannibali che si erano mangiati una dozzina di carabinieri.

La censura funzionò a perfezione: i memoriali degli insorti sparirono, ci furono soltanto racconti tramandati dai pochi sopravvissuti e dai loro parenti. Il massiccio ed efficace muro di omertà degli storici, sul piano nazionale al di fuori dell’ossequio ai dettami savoiardi fu rotto solo nel 1954 dal grande Paolo Alatri, nel suo "lotte politiche in Sicilia 1866-1874".

Il moto popolare durò qualche giorno in più nei paesi della provincia. I rivoltosi che ne presero parte, sebbene fossero consapevoli dell’azzardo che quella rivoluzione comportava, si gettarono nelle mischie con la forza della disperazione ed i primi quattro giorni i risultati furono a loro favore.

Quando il Generale Cadorna entrò in Palermo alla testa delle truppe vittoriose, furono arrestati l’Arcivescovo di Monreale, ottantenne filosofo Benedetto D’Acquisto ed il coetaneo Arcivescovo di Palermo Giovan Battista Naselli. I membri del Comitato furono processati: gli aristocratici rinnegarono di aver apposto le loro firme in calce ai proclami affermando sul loro onore che avevano firmato, in stato di costrizione, ottennero di evitare l’onta del carcere cautelare e, subito dopo prosciolti, non subirono neanche il fastidio occasionale di dover metter piede in un aula di Tribunale.

I tribunali militari speciali, foglie di fico insediate da Cadorna su pressione del primo ministro Bettino Ricasoli - con gli avvocati di fiducia della Corte per gli imputati palermitani, con l’ausilio di interpreti con il compito di tradurre dal siciliano all’italiano o al francese - inflissero pure 8 condanne a morte, 48 ergastoli, 17 condanne ai lavori forzati, disciolsero i Conventi e 256 frati furono spediti al confino.

Il 21 ottobre del 1867, quindi circa un anno ed un mese dopo, sul Monte Pellegrino, in modo che fosse visibile a tutta la città e dal mare, fu issata da ignoti un enorme bandiera rossa con al centro l’immagine di Santa Rosalia.

Un canto popolare raccontò l’epilogo dell’avvenimento e la delusione del popolo: "Lu vìttimu, lu pèrsimu di vista, lu Setti e menzu durò veru picca, ca mancu è bonu chi si nota a lista! Morsi affaticatu comu gatta licca! Gridàvanu: Repùbbrica! a la vista; fu pri spugghiari la genti cchiù ricca, cà nasciu ‘n mezzu chidda razza trista chi cu la robba d’àutri cci licca" (trad L’abbiamo visto, l’abbiamo perso di vista, il Sette e mezzo (rivoluzione) durò veramente poco, tanto che non è menzionato! Morì come la gatta ghiotta! Gridavano: Repubblica! apparentemente; fu per spogliare la gente più ricca che nacque in mezzo alla triste razza che desidera la roba d’altri).

Si trattò di un grande movimento democratico, repubblicano, autonomista e di autodeterminazione popolare che riunì tutte le variegate anime culturali e politiche, che precedette di soli quattro anni, facendone parzialmente da modello, la famosa Rivolta di Parigi del 1870: La Comune ancora oggi ricordata nei libri di Storia.

Sulla Rivolta del Sette e mezzo palermitana, al contrario,per molti anni calò l’oblio; che per l’identità di un popolo è peggio della sconfitta. Ancora oggi non si trova nei testi scolastici.

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