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"Stupor mundi" per alcuni, "l'anticristo" per altri: storia di un controverso re di Sicilia

Parlane bene, parlane male, l'importante è che se ne parli. Un modo di dire che probabilmente, seppur in altra declinazione, già esisteva ai tempi di Federico II, amato e odiato

Antonino Prestigiacomo
Appassionato di storia, arte e folklore di Palermo
  • 10 marzo 2022

Federico II riceve un libro da Michele Scoto nel dipinto di Giacomo Conti/Palazzo dei Normanni (foto di A. Prestigiacomo)

Su Federico II si è scritto un'infinità di cose. Gli storici spesso lo hanno raccontato come un luminare “troppo avanti” rispetto al suo tempo, ovvero particolarmente “maturo”, visionario, eccentrico, colto, emblematico, salomonico, ma al contempo sovrano terribile e spietato. I fidati lo chiamarono «Stupor mundi», altri, che lo stimavano meno, «l'anticristo».

Indubbiamente è un personaggio storico divisivo, come tanti del resto, e sarebbe un madornale errore esprimere sul suo conto giudizi, oggi, studiandolo a distanza di più di ottocento anni, usando, tanto peggio, il nostro metro o più che mai la nostra morale. Tuttavia si può ben capire perché i contemporanei ne scrissero bene o male di Federico, ovviamente dopo la morte e a seconda delle esigenze e della convenienza.

Ma proviamo a chiederci perché questo sovrano è ritenuto il personaggio più influente della sua epoca, tanto da affascinare sino ai nostri tempi fior fiori di storici, ricercatori, letterati nonché scribacchini della buonora. Si è scritto che Federico II in realtà non amasse stare in Sicilia più di tanto, nonostante si legga in continuazione quella ormai famosissima frase attribuitagli “Non invidio a Dio il paradiso perché sono ben soddisfatto di vivere in Sicilia”, perché in effetti la sua corte fu itinerante, e d'altronde come dargli torto, era un accentratore, un “dittatore illuminato”, i nobili durante il suo Regno erano stati ridotti all'obbedienza, tranne qualche fidato al quale consentiva di fare le leggi. Non era difficile pensare che da un giorno all'altro l'aristocrazia potesse ordire un complotto contro di lui. Così fu negli anni, infatti.



Quando si spostava, però, portava con sé tutta l'essenza della Sicilia: la corte, un harem con 300 donne, animali esotici, piante, pietre, tesori, dotti, letterati, scienziati di ogni parte del mondo che pagava per le loro conoscenze. Di recente qualche storico ha sostenuto che la sua vera corte fosse impiantata a Foggia e non a Palermo. C'è un fondo di verità. Federico II visse la sua seconda età lontano dalla Sicilia, piuttosto che nella capitale del Regno, tanto che morì in un paese in provincia di Foggia.

Qui vi passò circa un quindicennio in modo piuttosto saltuario, ma vi trasferì la sua corte e fece edificare diverse “domus”, fra cui un palazzo imperiale, del quale purtroppo non rimane molto. Ma in realtà l'Imperatore, aveva il “viaggio nel sangue”, nel senso che nacque a Jesi il 26 dicembre 1194, nelle Marche, proprio durante il viaggio che avrebbe dovuto condurlo a Palermo. Nella città capitale del Regno lo “Stupor mundi” verrà incoronato re a soli 4 anni. Dopo la morte della madre Costanza crescerà sotto l'ala protettiva di papa Innocenzo III, prenderà i pieni poteri dieci anni dopo e sarà incoronato imperatore ad Aquisgrana nel 1215. In questa occasione prometterà di intraprendere una crociata in Terra Santa, lo farà più volte a papi diversi, ma soltanto dopo una scomunica deciderà di muovere il suo esercito contro gli infedeli.

In realtà riuscirà a farsi incoronare re di Gerusalemme senza nessun spargimento di sangue grazie ad accordi raggiunti con il sultano Al-Kamil. Un imperatore diplomatico, ce ne fossero oggi! Si è scritto anche che suo nonno, re Ruggero II d'Altavilla, “fu meglio di lui”, può darsi, ma come dicevo è inutile esprimere giudizi rispetto a personaggi storici di tale portata.

Sicuramente Federico ha avuto una grande fortuna, ha potuto “rubare” conoscenza da diverse parti del globo, allora conosciuto grazie all'eredità dei suoi familiari, ciò, misto alla grande propensione a spostarsi, a viaggiare e alla passione e la curiosità per il sapere, ha fatto sicuramente di lui il personaggio importante, temuto, amato e criticato che oggi grossomodo conosciamo. Federico II è paragonabile ad un sovrano-mecenate del Rinascimento perché anticipa in qualche modo l'umanesimo.

Dante Alighieri scrive di Federico nel De vulgari eloquentia: «Ma questa fama della terra siciliana...mi sembra sia rimasta soltanto a vergogna dei principi italiani, che seguono la superbia, vivendo non in maniera esaltante, ma plebea. Quei famosi eroi, re Federico e il suo ottimo figlio Manfredi, mostrando la nobiltà e rettitudine del loro spirito, si comportarono da veri uomini, sdegnando di vivere da animali» che risulta come la versione prosastica di quella magnifica terzina imboccata ad Ulisse nell'Inferno «fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza».

Questa era l'opinione di Dante al riguardo di Federico: un imperatore non dedito soltanto al comando e alla conquista, un uomo capace di viaggiare con lo spirito oltre che con il corpo. Lo stesso Dante però, guelfo convinto, per “amor papale”, collocò Federico all'inferno, come eretico epicureo, perché condusse una politica “antipapale” (infatti fu scomunicato) e fu dedito ai piaceri della vita. Federico fu un giudice giusto? Fece delle leggi importanti?

Non solo, fece di più, sognò il governo di un Regno che il mondo avrebbe invidiato basato sul Diritto e le leggi: «Il regno meridionale doveva essere, nelle intenzioni di Federico, così come è scritto nelle Costituzioni di Melfi – tale: da...diventare nell'ammirazione di tutti a simiglianza di uno specchio, l'invidia dei principi regnanti e il modello dei regni». Eppure pochi anni prima, nel 1224, era stato lo stesso Federico II a promulgare una legge contro gli Ebrei e gli eretici, obbligandoli a provvedere ai bisogni dei giudici della Santa Inquisizione, mostrandosi antitetico rispetto alla tolleranza religiosa che si era profusa in Sicilia nel passato. Un aneddoto, che sa di leggenda, vuole che Federico “inventò” l'orario di lavoro.

Si tratta della famosa leggenda della “Pietra dell'imperatore”: «Per limitare la giornata lavorativa, l'imperatore fece innalzare alle falde del Monte Pellegrino una specie di obelisco formato da un masso grezzo. Quando l'ombre della vicina rupe – detta Primo Pizzo – investiva tale masso, s'intendeva che ogni lavoratore avesse già fornito la sua opera e non poteva essere obbligato a proseguirla. L'obelisco fu chiamato “Pietra dell'imperatore”». Non c'è nulla da dire, Federico II fu un personaggio controverso e di difficile lettura, sebbene conosciamo moltissimo sul suo conto.

Così come il nonno Ruggero II, Federico amava circondarsi di poeti, astrologi, stregoni, fisici, matematici: «La lingua letteraria nazionale italiana nacque fra le mura del vecchio palazzo dei Normanni e i primi ottimi rimatori furono Guido e Odo delle Colonne, Rinaldo D'Aquino, Jacopo da Lentini […] Ma oltre che nella poesia, Federico era versato nelle scienze fisiche e naturali[...] Alla sua corte lavorò Michele Scoto, medico e astrologo». Appassionato degli uccelli, in particolare dei falchi, scrisse un trattato sull'attività venatoria dal titolo De arte venandi cum avibus.

Amava la cultura in modo viscerale, oltre a fondare l'università di Napoli «egli istituì scuole di arti liberali e di ogni scienza riconosciuta, con ricompense munifiche invitò insegnanti dalle varie parti del mondo, stabilì stipendi per loro e assegni per gli studenti poveri, attingendo con larghezza al suo tesoro privato; voleva infatti che uomini di ogni condizione e censo si dedicassero agli studi, senza essere impediti dalla povertà».

L'amore per la cultura e la scienza (per studiare l'anatomia umana vivisezionava i cadaveri) addirittura non gli impedirono, per fare un esperimento, di isolare la crescita di alcuni bambini, vietando perfino alle rispettive madri o nutrici di parlar loro, al fine di scoprire il linguaggio dei primi abitatori della Terra. Era ateo, ma obbligava la popolazione ad abbracciare una religione, probabilmente per una questione di Stato, per ordine delle cose, eppure «Un cronista racconta che prima di congedarsi dal mondo, Federico convocò al suo capezzale l'Arcivescovo di Palermo, Berardo, indossò la tonaca dei Cistercensi e, dopo essersi confessato, morì in grazia di Dio».

Volle così, in maniera imprevedibile, riassumere la sua vita di contraddizioni e il suo lato anticonformista conformandosi.
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