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Un grande amore ispirò una rivolta in Sicilia: così (forse) nacque la pasta con le sarde

Dietro il profumo del finocchietto selvatico, il sapore intenso delle sarde e il colore dorato dello zafferano nascondono una storia che intreccia politica e passioni personali

Marco Giammona
Docente, storico e saggista
  • 19 marzo 2026

Pasta con le sarde

La storia della pasta con le sarde, uno dei piatti più celebri e identitari della tradizione siciliana, non appartiene soltanto alla gastronomia dell’isola ma affonda le proprie radici in una vicenda che cambiò profondamente il destino della Sicilia medievale. Dietro il profumo del finocchietto selvatico, il sapore intenso delle sarde e il colore dorato dello zafferano si nasconde infatti una storia che intreccia politica, passioni personali e trasformazioni del Mediterraneo.

È una storia che inizia nel IX secolo, quando la Sicilia faceva ancora parte dell’Impero bizantino e quando la ribellione di un uomo, il comandante Eufemio da Messina, avrebbe aperto la strada alla spedizione musulmana che nel 827 sbarcò sulle coste occidentali dell’isola. È proprio attorno a quei giorni che la tradizione colloca anche la nascita della pasta con le sarde, frutto dell’incontro tra gli ingredienti della terra siciliana e le spezie portate dal mondo arabo.

Per comprendere l’origine di questa vicenda bisogna tornare agli anni in cui la Sicilia era ancora una provincia strategica dell’Impero bizantino. Nell’825 il comando della flotta imperiale dell’isola era affidato a Eufemio, detto anche Eutimio, originario di Messina e titolare della carica di tumarca, uno dei più alti ufficiali dell’organizzazione militare bizantina. Era un uomo di grande prestigio e di forte personalità, capace di raccogliere attorno a sé il sostegno di alcuni nobili siciliani e di esercitare un’influenza considerevole negli equilibri politici dell’isola. Le cronache e la tradizione popolare raccontano che all’origine della sua ribellione non vi fossero soltanto ambizioni politiche ma anche una vicenda personale destinata a trasformarsi in tragedia.

Eufemio era legato a una giovane donna chiamata Omozia, descritta come una fanciulla di straordinaria bellezza. La sua sorte cambiò quando il governatore bizantino dell’isola, il patrizio Gregorio, si invaghì di lei e, abusando della propria autorità, decise di sottrarla al suo promesso sposo. Per impedire qualsiasi relazione con Eufemio, la fece rinchiudere in convento, trasformando un gesto di potere in una profonda umiliazione personale per il comandante messinese. Secondo la tradizione fu proprio quell’atto di arbitrio a scatenare la reazione di Eufemio. Offeso nell’onore e deciso a vendicarsi, egli organizzò una ribellione contro l’autorità imperiale. Liberò Omozia, fece eliminare il governatore Gregorio e riuscì a farsi proclamare re di Sicilia, sfidando apertamente il potere dell’imperatore Michele II il Balbo.

Per un breve periodo sembrò che la sua audace impresa potesse riuscire, ma la risposta di Costantinopoli fu rapida e determinata. L’imperatore inviò nell’isola un nuovo generale, Fotino, con il compito di reprimere la rivolta e ristabilire l’autorità bizantina. Lo scontro decisivo avvenne nei pressi di Siracusa, dove l’esercito del ribelle fu sconfitto. La posizione di Eufemio diventò rapidamente insostenibile e il comandante messinese fu costretto alla fuga.

Braccato dalle truppe imperiali e ormai privo di appoggi, attraversò il Mediterraneo e trovò rifugio sulle coste dell’Africa settentrionale, nella regione che gli Arabi chiamavano Ifriqiya, territorio che corrispondeva in gran parte all’antica provincia romana d’Africa e che comprendeva l’attuale Tunisia insieme alle aree orientali dell’Algeria e alla parte occidentale della Cirenaica.

Lontano dalla Sicilia Eufemio non rinunciò al progetto di riconquistare l’isola. Per riuscirci aveva bisogno di una flotta e di un esercito che gli permettessero di sbarcare nuovamente sulle coste siciliane e affrontare le guarnigioni bizantine. Decise quindi di rivolgersi all’emiro aghlabide di Qayrawān, Abū Muhammad Ziyādat Allāh I, sovrano di un potente emirato che governava l’Ifriqiya e che rappresentava una delle realtà politiche più dinamiche del Nord Africa islamico. Nel 827 l’emiro accettò di sostenere l’impresa e organizzò una spedizione militare imponente. Furono radunati circa diecimila fanti e settecento cavalieri, imbarcati su una flotta di circa cento navi.

L’esercito era composto in larga parte da guerrieri berberi del Nord Africa, affiancati da contingenti arabi e persiani, mentre il comando fu affidato al celebre giurista e qādī di Qayrawān Asad ibn al Furāt, figura autorevole sia dal punto di vista religioso sia politico. Nelle intenzioni iniziali dell’emiro l’operazione doveva essere soprattutto una grande spedizione di razzia contro le ricche terre della Sicilia, evitando uno scontro diretto con l’Impero bizantino. Gli eventi presero però rapidamente una piega diversa. Le difficoltà interne dell’Impero e la debolezza delle difese bizantine trasformarono quella spedizione in qualcosa di molto più ambizioso, aprendo la strada a una vera e propria conquista destinata a cambiare il volto dell’isola.

La flotta salpò dal porto di Susa, fece una breve sosta nell’isola di Lampedusa e il 18 giugno 827 raggiunse le coste sudoccidentali della Sicilia. Le navi approdarono a Capo Granitola, nei pressi dell’attuale Mazara del Vallo, dando inizio a una lunga campagna militare che nel giro di alcuni decenni avrebbe portato alla caduta del dominio bizantino e all’affermazione del potere musulmano sull’isola.

È proprio attorno a quei primi giorni dello sbarco che la tradizione popolare colloca la nascita della pasta con le sarde. Si racconta che le truppe, stremate dalla traversata, avessero bisogno di un pasto capace di nutrirle rapidamente e che un cuoco dell’esercito abbia utilizzato ciò che offriva il territorio. Nelle acque vicine vennero pescate le sarde, nei campi cresceva abbondante il finocchietto selvatico e tra le provviste portate dal Nord Africa vi erano spezie preziose come lo zafferano. Dall’unione di questi ingredienti, mescolati alla pasta di grano duro, sarebbe nato un piatto destinato a diventare uno dei simboli più amati della cucina siciliana.

Il destino di Eufemio fu però molto diverso da quello della ricetta che la tradizione collega alla sua impresa. L’uomo che aveva innescato gli eventi destinati a cambiare la storia della Sicilia non riuscì infatti a vedere compiuto il proprio progetto. Nel tentativo di ottenere nuovi alleati tra le città dell’isola si recò a Castrogiovanni, l’odierna Enna, ma proprio lì trovò la morte. Fu vittima di un tradimento improvviso, quando due uomini che fingevano amicizia lo avvicinarono e, mentre uno lo abbracciava, l’altro lo colpì a morte, decapitandolo e portando la sua testa entro le mura della città. Della sorte di Omozia, la donna che secondo la tradizione avrebbe acceso la ribellione di Eufemio, le fonti non raccontano più nulla. La sua figura rimane sospesa tra storia e leggenda, come un’ombra silenziosa che attraversa il racconto e accompagna il destino del comandante messinese, dissolvendosi lentamente nel tempo.

Di tutta questa vicenda resta però anche un piccolo rammarico, quello di non conoscere il nome dell’ingegnoso cuoco che, con pochi ingredienti raccolti lungo una costa battuta dal vento, seppe dare vita a una ricetta destinata ad attraversare i secoli. Forse non avrebbe mai vinto una competizione culinaria dei nostri giorni come Masterchef, ma è certo che, senza saperlo, lasciò un segno nella storia dell’isola, consegnando alla Sicilia uno dei piatti più celebri e identitari della sua tradizione.
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