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Un vicolo e i casotti (del piacere): chi erano le "donne che facevano la vita" a Palermo

Un altro pezzo di vita nella Palermo degli anni Settanta raccontata da Vincenzo che, in quell'epoca, era il ragazzo del bar di un locale di corso Vittorio Emanuele

Susanna La Valle
Insegnante e scrittrice
  • 1 marzo 2021

Si può arricciare il naso quanto si vuole ma la prostituzione femminile, ha baldanzosamente attraversato la storia dell’umanità, ammantandosi di analisi storiche, antropologiche sociali, religiose mistico-sacrali.

Ho letto quindi con curiosità e divertimento l’articolo di Balarm sulla "Trimmutura", la nota prostituta palermitana, oggi diventata "il piacere di una birra". Ed è leggendo, che mi è tornata in mente una delle storie del mio amico Vincenzo Mallia, frutto di una delle nostre lunghe e belle chiacchierate.

Ormai conosciamo Vincenzo, è il ragazzino dei quartieri popolari di Palermo: primo di una famiglia numerosa, furbetto ma mai insolente, semplice e rispettoso, con un perenne sguardo di stupore e curiosità rispetto alla vita.

L’avevamo lasciato come "ragazzo del bar", professione che continuava a svolgere seppur presso un altro locale di Palermo, in Corso Vittorio Emanuele.



Sono gli inizi degli anni Sessanta, e tra i suoi clienti fissi vi erano "una ventina di donne che facevano la vita", all’angolo del vicolo Del Gran Cancelliere. Ai tempi di questa storia, erano ormai trascorsi alcuni anni dalla famosa Legge n.75 del 20 febbraio 1958” della senatrice Merlin.

La legge, come sappiamo, abolì la regolamentazione della prostituzione, introducendo i reati di sfruttamento e favoreggiamento, con conseguenza chiusura delle "case di tolleranza". L’iter di questa legge fu piuttosto lungo e tribolato, durato ben 10 anni da quando venne per la prima volta formulata nel 1948.

Dalla sua promulgazione nel febbraio 1958 trascorsero alcuni mesi fino a quando alla mezzanotte de 19 settembre, furono chiusi sul territorio nazionale, 560 postriboli, dove vivevano 2700 prostitute.

La particolarità di questa norma fu che non condannò la professione che rimase legale, purché il meretricio fosse una scelta volontaria e compiuta da maggiorenni non sfruttati, questo perché considerata come parte della libertà personale e inviolabile (articoli 2 e 13), sanciti dalla Costituzione.

Alla senatrice socialista era ben chiaro che nessuna legge avrebbe potuto estirpare il problema, e si concentrò su un aspetto specifico: lo Stato come un "moderno Lenone" (un ruffiano), traeva sostentamento economico dallo sfruttamento delle donne.

Era effettivamente quanto mai curioso, che lo stesso potesse affermare da un lato la pari dignità di tutti i cittadini, e dall’altro lato accettare situazioni di schiavitù sulle quali lucrare.

Ma torniamo a Vincenzo e al suo racconto, la sua testimonianza è preziosa, ci racconta che in questo vicolo vi erano tanti casotti in muratura, uno accanto all’altro: «Non so a cosa servissero queste costruzioni, erano lì da prima dell’entrata in vigore della legge Merlin, ora non ci sono più, misuravano circa 3 metri per 2,50».

Vincenzo ricorda che quando entrava in questi casotti che ospitavano le prostitute, c’era un comodino, dove loro conservavano i soldi. «Un lettino grezzo senza spalliera, con materasso. Una saponetta con una bacinella e un bidone dove prendevano l’acqua da mettere nella bacinella».

Ricorda che non avevano le calze, le gambe erano sempre nude, avevano una maglietta scollata, sicuramente senza reggiseno, e poi «ricordo che la maggior parte di loro portavano una gonna molto corta, che si apriva con due bottoni su un fianco». C’era Cettina che aveva un difetto fisico alla mano, Gina con sua figlia, Enza Montori che poi fu accusata di omicidio insieme a “Pinuzzu u pullu”.

Vincenzo portava quello che loro ordinavano al bar. «Avevo circa 14 anni, quelle donne, mezze nude, mi piacevano tantissimo, io in particolare mi ero innamorato di una bellissima ragazza molto snella, che per soprannome la chiamavano "Maria la piccolina" per la sua statura.

Lei lo sapeva che a me piaceva tanto, perché glielo facevo sempre capire, ma lei mi vedeva sempre come un bambino, e so che non mi avrebbe mai ricevuto, anche se gli avessi dato le 1000 lire che loro prendevano. Quindi non ci fu niente da fare, ricordo che lo disse anche al suo "Protettore", ma quello ridendo mi disse: «Maria non si può mettere con te perché sei minorenne».

A Vincenzo piaceva andare là, riceveva delle mance abbastanza generose.

«Un giorno mi dissero che dovevano festeggiare tutte insieme non so cosa, mi chiesero di andare a prendere 20 bicchierini di Anisetta. Quando mi presentai con questo vassoio molto pesante pieno di bicchieri, mi accorsi che a terra, vicino ai miei piedi, c’era una banconota da 1.000 lire tutta piegata».

«Davanti a tutte quelle prostitute non era facile appropriarmi di quei soldi - racconta -, e allora subito, ci misi il piede sopra, nascondendoli dalla loro vista, ma mi dovevo muovere per forza, dovevo dividere quei bicchieri, allora mi abbassai, facendo finta di grattarmi il piede, e così misi le mille lire dentro la scarpa.

Ma un poco per la paura di essere scoperto, un po' per l’emozione, persi l’equilibrio del vassoio che tenevo in mano, e mi caddero tutti i bicchieri a terra, rompendosi tutti.

Queste donne vedendomi disperato mi dissero: "Non ti preoccupare gioia, adesso ci parliamo noi con il principale, gli paghiamo noi i bicchieri e il liquore perso".

Così due di loro accompagnarono il ragazzo al bar e parlarono con il titolare pregandolo di non rimproverarlo, dissero che la colpa di quanto era successo, era di una loro che aveva involontariamente urtato il vassoio. Aggiunsero che gli avrebbero pagato il danno, ma il proprietario non volle niente.

«Così il titolare mi riempì di nuovo i bicchieri e li portai dalle donne, e forse quella era la mia giornata fortunata, perché quando finirono di bere, mi pagarono i liquori e si misero tutte d’accordo: "Diamo una bellissima mancia a Enzuccio".

E così mi raccolsero quasi 2000 lire! Senza dimenticare le 1000 lire che continuarono a rimanere ben nascoste dentro la mia scarpa».
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