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Un "quaittuoiddici" che faceva ridere tutta Palermo: il Bar Santoro nei ricordi di Vincenzo

Un racconto tenero e scanzonato che fa sorridere e riflettere e ci presenta l’intelligenza creativa di un personaggio che ha vissuto nella Palermo dei primi anni Sessanta

Susanna La Valle
Insegnante e scrittrice
  • 30 gennaio 2021

Il chioschetto del bar Santoro in piazza Indipendenza a Palermo

Dalla pubblicazione del primo articolo, con Vincenzo abbiamo continuato a sentirci, siamo rimasti stupiti e felici dall’accoglienza ricevuta e Vi ringraziamo. Così con il mio giovane amico di 70 anni (vi assicuro che è solo un dato anagrafico, è un ragazzo) abbiamo pensato di aggiungere un altro suo "pezzetto" ambientato in una Palermo dei primi anni Sessanta.

Ricorderete chi è Vincenzo, il bambino che lavorava portando 25 kg sulla testa per Ballarò, ignaro di cosa volesse dire sfruttamento e lavoro minorile, considerava il suo era un atto dovuto per aiutare la sua numerosa famiglia.

I suoi racconti sono teneri e scanzonati, fanno sorridere e riflettere, ci presentano l’intelligenza creativa di questo personaggio.

«Avevo circa 13 anni, era un po' di tempo che lavoravo con la signora della cartoleria, ma i rapporti con lei si erano guastati, era un continuo rimprovero, non gli andava mai bene niente - racconta -.



Mi diceva di guardare i giornali esposti sul muro del liceo Benedetto Croce, di fronte al negozio, per controllare che gli “spataioli”, così li chiamava, non potessero rubare qualche cosa, (ancora oggi dopo 60 anni ci sono i chiodi che avevo piantato sul muro), ma se rimanevo fermo, per più di cinque minuti, mi sgridava perché non facevo niente».

«Era un autentico inferno - continua Vincenzo -. Così decisi che era il momento di cambiare lavoro, la scuola l’avevo lasciata ed era più che mai necessario aiutare la mia famiglia che con il tempo continuava a crescere. Fu così che, girando per le strade della mia amata Palermo, finì a Piazza Indipendenza, dove c’era il bar Santoro».

«Ricordo che entrai senza timore chiedendo al principale se aveva bisogno di un ragazzo per le consegne. Mi dissero subito di sì. Il mio lavoro prevedeva due turni: il primo dalle 6 di mattina alle 14.00, il secondo dalle 14.00 alle 2,00 di notte, mentre la retribuzione era di 300 lire al giorno, sette giorni su sette, con turni alternati settimanalmente con un altro ragazzo.

La paga era poca e per spingerci a fare più velocemente le consegne, come incentivo, erano previste 10 o 20 lire in più in base a quanto e cosa recapitavamo a casa dei clienti».

«Questi accordi scatenarono una gara tra me e il mio “collega” - aggiunge Vincenzo -. Se ad esempio sentivo dire che la “comanda” successiva alla mia era più abbondante e con prodotti con la percentuale più alta, correvo come un pazzo per arrivare prima di lui; bastava che entrando nel bar dicessi …” Primooo” e la consegna era mia. Era divertente, a volte con l’altro ci vedevamo da lontano e ci scatenavamo in una gara per accaparrarci la consegna.

Correvamo con vassoi carichi di tazzine, bottiglie, piattini, saltavamo aiuole e muretti, svicolavamo tra le macchine, senza mai far cadere nulla; eravamo degli autentici giocolieri, spesso le persone per strada rimanevano a fissarci stupiti per le nostre acrobazie. Una tappa fissa delle mie consegne era la Legione dei Carabinieri, a Corso Vittorio Emanuele.

Ogni volta che arrivavo all’ingresso, facevo il saluto militare alla sentinella e questa a sua volta rispondeva alzando il fucile e sbattendo i tacchi sulla pedana della garitta. Mi piaceva tanto vedergli fare questo movimento così marziale. Penso che anche lui si divertisse, mi sembrava quasi un riconoscimento al mio saluto, ma forse era anche una maniera per muoversi un po'. Durante l’estate, tra le tante ordinazioni, il caffè freddo era quello più richiesto. Io portavo con me dal bar non solo quei 3 o 4 caffè ordinati, ma un intero recipiente pieno fino all’orlo.

Una volta consegnati, mettevo in atto il mio piano: nella portineria della caserma c’era una grande vasca con dei pesci rossi, e facendo finta di giocare con loro, senza che nessuno se ne accorgesse lavavo di nascosto i bicchieri appena usati, e una volta “puliti” con il contenitore che avevo con me, tornavo dentro le camerate chiedendo agli altri carabinieri se volevano del caffè. Una volta accontentati, correvo di nuovo a pulire tutto nella vasca e tornavo a offrire.

Così da pochi caffè, con questo stratagemma riuscivo a venderne anche 20, con un buon guadagno. Ricordo che ero diventata una mascotte, c’era un carabiniere che non era di Palermo, ogni volta che mi vedeva, mi chiedeva di pronunciare il numero 14 in dialetto; io prontamente rispondevo “quaittuoiddici”, ridevano tutti come matti, ed io con loro.

Questo lavoro mi piaceva tanto, unica nota stonata, il turno di notte. Per tornare a casa (io abitavo di fronte la Cattedrale) dovevo passare per un vicolo con delle scale, per me era un incubo poiché non c’era una sola luce che mi facesse vedere cosa avevo intorno, così avevo preso l’abitudine di appoggiarmi ai muri per non rischiare di cadere.

Una notte, erano le due e trenta, non mi accorsi che appoggiato a una delle finestre, c’era un gatto che, spaventato quanto e più di me, appena mi vide, iniziò a miagolare così forte che sembrava posseduto e non contento mi saltò sulla testa; mi scantai da morire e incominciai terrorizzato a gridare con il felino in testa, svegliando tutti».

Questa è un altro dei racconti di Vincenzo.

Ho consigliato al mio amico di continuare a prendere appunti, sul suo passato, io trasporterò in parole emozioni e ricordi cercando di restituirli fedelmente, sono piccoli frammenti di una vita intensa, a volte buffa, sicuramente faticosa, ma sempre vissuta senza rimpianti e come un dono.
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