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Vestiva di nero, era "schietta" e amava Dio e i dolci: quando in Sicilia c'era a zza' monaca

Ricamavano, cucinavano e dirimevano controversie familiari. Erano al centro di leggende su passioni proibite e stregoneria. La ricetta dei biscotti della monaca

Annamaria Grasso
Insegnante e storica dell'alimentazione siciliana
  • 22 novembre 2022

foto tratta da ItCatania-Italiani.it

In Sicilia era ‘a zza monaca, ovvero la monaca di casa, la bizzocca, la beghina, come si chiamava in tutta l'Italia meridionale, dove dal Medioevo agli inizi del Novecento è stata un’istituzione familiare, spesso anche con un ruolo sociale importante, quasi “politico”.

Vestite sobriamente di un abito nero con un collettino di pizzo bianco e i capelli raccolti in un tuppo, (n.d.r. crocchia), erano donne che rimanevano zitelle per scelta o perché prive di dote e, senza prendere i voti, vivevano tra la casa - dove un altarino con il crocifisso, le immagini dei santi e un lumino sempre acceso era il cuore dell'abitazione - e il convento, pregando e svolgendo lavori manuali.

Per lo più appartenevano a famiglie nobili o benestanti, all'interno delle quali esercitavano un vero e proprio potere carismatico per la loro saggezza. Accadeva infatti, che la "monaca" fosse chiamata anche a dirimere controversie familiari nate da contrasti economici, grazie all'imparzialità che le era attribuita, e la sua autorevolezza divenne tale che in età borbonica in Sicilia fu riconosciuta addirittura come persona giuridica, beneficiaria di considerevoli vantaggi.
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Numerose testimonianze attestano il ruolo fondamentale di alcune di queste pie donne in missioni rischiose e in delicate trattative con soldati, ufficiali e persino con banditi e briganti. Una posizione di privilegio che fu probabilmente la causa scatenante dell'invidia di molti, se luci di santità ma anche ombre di leggende misteriose si proiettano su questa figura femminile, la cui identità è molto più complessa di quanto possa sembrare in apparenza.

Una vox populi insinua che le bizzocche fossero donne preda di passioni e desideri e perciò era consigliato loro il consumo di origano fresco, aromatica tipica della nostra isola, dove prolifica sui terreni calcarei. Tale prescrizione non deve apparire strana perché sin dall’antichità si pensava che l'origano avesse il potere di scacciare i demoni e allontanare le streghe. Perciò le nostre nonne raccontavano di un piatto prediletto dalle monache di casa per allontanare i pericoli di impulsi e ardori terreni: una ricetta di pasta al sugo di pomodoro arricchita da una abbondante spolverata di origano fresco. E le leggende popolari non si contano.

Durante il Medioevo c'era la convinzione, assai diffusa nei paesi alle pendici dell’Etna, dell’esistenza di un diavolo meridiano che si manifestava all'improvviso sotto mentite spoglie nella “controra” (come si indica nel Meridione il più infuocato momento estivo della giornata), proprio quando le fanciulle, fiaccate dalla calura, non riuscivano a respingerlo. Così, per un intervento diabolico, si spiegava il tentativo di seduzione del sagrestano della Chiesa di San Martino a Randazzo da parte della decana delle bizzocche del luogo!

Triste sorte quella delle povere beghine che se da una parte, intente a cucire, ricamare, inamidare corredi, insegnare la devozione alle fanciulle in età da marito e confezionare dolci squisiti, godevano di stima e considerazione sociale, dall'altra suscitavano diffidenza e sospetti.

Non solo in Sicilia: basti pensare al caso di una monaca di casa, Angioletta Regnanese, processata nel XVI secolo per stregoneria e murata viva in una grotta in Puglia o ancora alle pie fanciulle di Serra San Bruno, in Calabria, che risulta essere un'area fortemente caratterizzata da questa presenza religiosa, come leggiamo nelle testimonianze di viaggiatori stranieri dell’Ottocento. In famiglia i bambini erano molto affezionati a questa zia per la quale nutrivano una sorta di timore reverenziale.

Nel ricordo di un nipote, “ ‘a zza monaca” era raffigurata così: “La zia(…) poteva dirsi alta, la sua faccia spigolosa era di forma allungata, con labbra sottili e occhi appuntiti. Dal suo mento, a destra, emergeva un neo sul quale prosperava un ciuffo di peli scuri e ispidi che rendevano impietosi i suoi baci. Aveva due amori: Dio e i dolci" (P.Perni).

E le ricette che apprendeva in convento, dove trascorreva molte ore della sua laboriosa giornata, avrebbero dovuto restare segrete ma puntualmente venivano (sempre “in grande segretezza”!) rivelate alle donne di famiglia. Tra queste, i Biscotti ad Esse, passati alla storia col nome, appunto, di “biscotti della monaca”, sono ancora oggi radicati in modo così inscindibile nel territorio di Catania e nella cultura dei Catanesi, da essere riconosciuti dal Ministero delle politiche agricole come Prodotto Tradizionale Tipico legato al territorio.

Eccone la ricetta: si impastano 1 kg di farina, 500 gr. di zucchero, 100 gr di burro ( ma anticamente si usava lo strutto), la buccia grattugiata di un limone, due bicchieri di vino bianco e semi di anice. Dopo avere ottenuto un impasto sodo ma non troppo duro ( si può eventualmente aggiungere dell'altro vino), si formano dei bastoncini di dieci cm circa ai quali si dà forma di S. Si infornano a calore moderato finché assumono un bel colore dorato.

Da aggiungere infine che la scelta di abbracciare la vita monacale domestica era irreversibile, perché la sventurata che avesse voluto abbandonarla sarebbe stata disonorata per sempre!
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