Vitaliano Brancati e "I piaceri" della memoria: un po' di Sicilia alla Maturità 2026
Nato a Pachino (Siracusa) nel 1907, Brancati è morto a Torino nel 1954. Lo scrittore e intellettuale è famoso per aver indagato e sbeffeggiato il "gallismo"
Un giovane che legge "I piaceri" di Vitaliano Brancati (foto realizzata con AI)
L'opera "I piaceri (parole all'orecchio)" dello scrittore siciliano Vitaliano Brancati selezionata dal ministero dell'Istruzione per la prima prova scritta della Maturità di quest'anno si inserisce in questo filone che annovera letterati, artisti e intellettuali di ogni epoca. Si tratta di una raccolta di prose saggistiche e racconti pubblicata nel 1943 da Bompiani. I testi sono stati redatti durante gli anni del fascismo.
Nato a Pachino (Siracusa) nel 1907, Brancati è morto a Torino nel 1954. Lo scrittore e intellettuale è famoso per aver indagato e sbeffeggiato il "gallismo" ovvero l'ossessione per l'ostentazione della virilità e del machismo provinciale. Tra i suoi capolavori spiccano "Don Giovanni in Sicilia" (1941) e Il "bell'Antonio" (1949).
Nel saggio "I piaceri", il diario nel quale lo scrittore ha espresso meditazioni, fantasie, nostalgie e ricordi di esperienze anche dolorose, Brancati oppone un "libero pensiero", fatto di piccole dignità e piaceri quotidiani alla retorica della forza e dell'eroismo tipica del regime. Un modo sottile, apparentemente quasi innocuo, di resistere ai punti fermi della propaganda che in quegli anni andava per la maggiore. Un'esortazione a non dimenticare negli anni infelici che un tempo c'era il sole.
Più in generale la critica letteraria assimila queste prose alle "Operette morali" di Giacomo Leopardi per la loro struttura che unisce satira, analisi del costume e riflessione filosofica. Più nel dettaglio, il passo scelto per la Maturità 2026 si concentra specificamente sul valore della memoria e del ricordo come rifugio e bussola morale per l'individuo. Anche in questo caso la prosa è caratterizzata da una spiccata ironia e da una forte componente autobiografica.
Ecco il passaggio scelto nella traccia.
I piaceri della memoria
«Se noi non ricordassimo, il mondo sarebbe sottilissimo, una lastra priva di spessore, sulla quale fulmineamente stampato, un perpetuo presente attirerebbe su di sé i nostri sguardi stupiti e incantati. Ma per fortuna noi ricordiamo, e dietro al mondo cosiddetto reale, dietro al mondo che si tocca, vede, sente, odora, il quale è veramente sottile come una lastra priva di spessore, mettiamo quello irreale, o almeno non più esistente, di uno, due, mille momenti prima, e assegniamo in tal modo un volume immaginario a qualcosa che in realtà non lo possiede. […]
Si possono trascorrere delle ore accanto a un vecchio taciturno purché di lui si sappia che ha la testa piena di bei ricordi. Dato che un nero presente ha il potere di cancellare piano piano anche i vivaci colori della memoria, e chiudere tutta una persona nel sentimento di essere stata sempre infelice, coloro che, dentro di sé, preservano i ricordi lieti, difendendoli dal pericolo di oscurarsi, corrompersi, dilavarsi, compiono un’opera utile come chi non lascia spegnere il fuoco in un paese privo di fiammiferi e di pietre focaie. Una delle condizioni più misere delle epoche infelici, non è di rimpiangere vanamente la felicità, ma di averla totalmente dimenticata. Immaginate che nel mondo per cento anni il cielo sia coperto di nuvole; tutti si saranno accostumati a un giorno tenebroso poco meno della notte: sarà allora che l’intera umanità dovrà vegliare premurosa attorno al vecchio di centodue anni, l’unico che ricordi la luce del sole. Che questo vecchio viva il più a lungo possibile! Con lui vive il ricordo della luce, vivono la speranza e il desiderio di rivederla. Con lui perirebbe un bene comune. Io ho l’abitudine di sorvegliare continuamente la mia memoria e contare ogni sera i miei ricordi come l’avaro conta i suoi marenghi, e la notte svegliarmi per paura che me ne manchi uno. Quaderni e quadernetti mi aiutano, ma non basterebbero se con cura meticolosa io non pensassi di ravvivare i ricordi più deboli, e continuamente distinguere quelli che minacciano che minacciano di confondersi. […] Per questo, le malattie della memoria sono fra le più paurose. Quale mano di ladro può essere così sacrilega come quella che si introduce nel più interno di noi stessi per rubarci i ricordi? Tutto è incerto e precario in questo mondo, tranne le cose che abbiamo fatte, le quali pare che ci appartengano per la vita e per la morte: e tuttavia anche queste possono non appartenerci più il giorno in cui non riusciamo a ricordarle».
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