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Voleva "mummiare" le belle ragazze anche da morto: il Don Giovanni delle catacombe

Lo storico luogo dei Cappuccini a Palermo conserva numerose storie e leggende: una di queste è legata ad Antonio Prestigiacomo, morto in duello e amante delle donne

Gianluca Tantillo
Appassionato di etnografia e storia
  • 31 agosto 2020

La salma di Antonio Prestigiacomo

Era una notte buia e tempestosa. No, non è vero, sto sparando una fissaria criptica. Era un’afosissima mattinata d’agosto: sudori, fiacchezza, confusione mentale, il sole cafuddava a centro dello strombolone e gli integratori di sali minerali evaporavano tipo acqua santa sul corpo del posseduto.

Che poi non ho mai capito perché tutte le categorie hanno un santo protettore: i rosticcieri san Lorenzo, le fidanzate (le fidanzate!!!) sant’Agnese, scrittori e giornalisti san Francesco di Sales, gli ubriachi san Noè, pure i fulmini e le grandinate hanno il loro protettore (sant’Eurosia di Jaca), i ladri san Disma e perfino internet ha come santo protettore sant’Isidoro di Siviglia; invece quelli che muoiono dal caldo ogni maledetta estate non ne devono avere manco uno, mah...

Io personalmente avrei voluto san Willis Haviland (buonanima) che è quello che ha inventato l’aria condizionata ma nessuno se lo è calcolato mai. Cmq, per non perderci in chiacchiere, altrimenti qualche integralista potrebbe accusarmi di sproloquio aggravato e vilipendio storico con occultamento di cadavere, andiamo al sodo.



Insomma, siccome si squarava dal caldo e mi trovavo in zona Cappuccini a Paldermo decisi di andarmi a stuiare (asciugare) una poco di sudori proprio alle famosissime Catacombe che mi avevano sempre detto essere un posto fresco.

“Tant’è amara che poco è più morte;” pensai (ovviamente!) appena il macabro panorama mi si stagliò davanti, “ma per trattar del ben ch’i’vi trovai, dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte” (e chisti su parole mie, vuol dire niente).

È il 1534 quando i Frati Cappuccini si trasferiscono nella chiesa di Santa Maria della Pace. In questo posto, che ai tempi più che dentro la città era dove ha perso le scarpe il Signore, sono costretti ad arrangiarsi anche perché l’ordine dei frati minori dei cappuccini era nato da una decina di anni e quindi contavano quanto il due a mazze quando la briscola è a denari.

Di mangiare mangiavano, di dormire dormivano, di pregare pregavano e gli toccava, umanamente, pure morire; questo era il problema più grosso di tutti perché non sapevano dove schifio li dovevano mettere sti confratelli che se la coglievano senza preavviso. “Isa, isa, isa, cala, cala, cala”, a forza di tocchi di vino a qualcuno deve essere venuta l’illuminazione.

No, l’illuminazione no perché è buddista; diciamo che a qualcuno il vino gli acchianò a pressione ed ebbe la geniale idea di riempire a tappo una fossa comune collocata sotto l’altare di sant’Anna. Deve essere stato che quel qualcuno ebbe un’altra geniale idea, o magari sant’Anna stanca di tutti quei corpi deve avergli detto: “Ou, ma chi testa aviti!?”, fatto sta che nel giro di due anni i frati scavarono quasi tutto il percorso che oggi conosciamo, dove, inaspettatamente, trovarono 45 corpi mummificati naturalmente.

“Minchia, questo segnale divino è!”, deve avere urlato il priore mentre alle sue spalle i confratelli non sapevano più cosa si dovevano toccare per scongiurare la scalogna (e qua mi si può dire quello che si vuole, ma che in un gruppo di frati, a Palermo specialmente, non ci furono quelli che di fronte ai morti stecchiti s’infilarono la mano per tutte le ruote è fantasia pura).

Cmq, chiamatelo business, chiamatelo attachement à l’argent, chiamatela manciugghia, da quel momento in poi si cominciarono a seppellire i corpi divenendo, qualche secolo dopo, una specie di cimitero dei fighetti dove per farsi esporre sottoforma di mummia ci voleva la moneta forte.

Entrando, il primo corpo che troverete sarà quello di quel mischinazzo di Fra Silvestro da Gubbio che mi ha fatto sempre tenerezza perché, oltre ad essere il primo ad essere seppellito lì (1599), ha un’ubicazione tipo asciugamani nel bagno dell’albergo: a distanza di braccio, sulla sinistra.

Ne troverete una miriade, molti dei quali vi scuoteranno: si tratta di bambini, vergini e non voglio parlare di Rosalia Lombardo, poverina. Quello sui cui però voglio soffermarmi per concludere questo articolo è il corpo (mi spiace quasi chiamarlo corpo) di Antonio Prestigiacomo.

Non c’è bisogno di descriverlo Antonio, lo riconoscete subito perché ha una faccia da “mommo” di quella internazionale (e mummiare a Palermo significa proprio piantarsi come le mummie a godersi la visione di un gran pezzo di femmina). Ecco, era così mommo, il Prestigiacomo, che leggenda vuole che prima di morire, causa duello (e sicuramente c’erano in mezzo donne), espresse la volontà di farsi seppellire (appendere sarebbe la parola giusta) alle catacombe e di avere posto due occhi di vetro per continuare a godersi le donne che passavano. Dal quel 1844 sono passati un bel po’ di anni, Antonio è sempre lì pronto a mummiarsi cu passa passa!

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