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Salviamo il Giardino Inglese di Palermo: rappresenta le nostre radici culturali

Da quasi vent'anni siamo tutti osservatori silenti del primo restauro anti-filologico della storia del Giardino Europeo, realizzato con svariati metri cubi di asfalto

Danilo Maniscalco
Architetto, artista e attivista
  • 7 settembre 2017

Il Giardino Inglese di Palermo

La libertà della natura che si mostra nel paesaggio, come nella sua bellezza lo vagheggiavano gli ordinatori dei giardini all'inglese, come un simbolo della libertà dell'uomo. La natura libera dall'uomo, come prospettiva di libertà dell'uomo. "R. Assunto".

È il 1851 quando un giovane progettista palermitano realizza il Giardino "all'inglese" sul viale della Libertà a Palermo. È Giovan Battista Filippo Basile.

Grande cattedratico, docente di Architettura Tecnica presso la regia scuola di applicazioni per ingegneri e architetti profondamente legato alla tradizione della scuola Marvugliana, si impone nella seconda metà dell'Ottocento come il raffinato progettista del Teatro Massimo che alla sua morte sopraggiunta nel giugno del 1891, vedrà il figlio Ernesto ultimare i lavori.

Scriverà tanto Basile, comporrá testi vitali per la formazione accademica dei futuri tecnici siciliani, insieme al suo assistente Michelangelo Giarrizzo definirá le imponenti trentaquattro tavole telate utilizzate per la didattica e oggi confluite nel fondo Basile custodito presso la ex facoltà di Architettura di Palermo e valorizzate in uno spazio espositivo apposito.

Poche le realizzazioni, ma avvolte tutte da un'aura di formidabile monumentalitá. L'eco proto-liberty del nastro d'ingresso del Villino Favaloro Di Stefano in via Dante, la neogotica Cappella funeraria nel campo santo di Monreale, l'originale soluzione urbanistica della Villa Garibaldi a Piazza Marina, il teatro Massimo appunto, il non-finito Istituto delle Croci vilipeso dalla volgarità delle ultime vicende pubblicitarie, sua anche l'apertura del viale della Libertà su cui innesta il racconto della natura naturans del Giardino Inglese.

Servano per ricordarci quelle atmosfere di fine Ottocento, costruite per la città felice dei Florio, tra dame con l'ombrellino, carri e calessi e foglie caduche, uomini con cilindro e bastone, profumi di agrumi e gelsomini, le romantiche opere di Michele Catti intrise di malinconico profetismo.

Ci bastino allora i suoi pochi oli per immaginare ancora se volessimo, quelle atmosfere. Da quasi vent'anni infatti, siamo tutti osservatori silenti del primo restauro anti-filologico della storia del Giardino Europeo, realizzato con svariati metri cubi di asfalto!

Si, l'asfalto nato per ottimizzare l'uso delle strade carrabili, icona del progresso sfrenato a tutti i costi e nemesi dell'ideale naturale su cui è intessuto il progetto del Giardino, è stato utilizzato per livellare il piano di gran parte del giardino stesso.

Lo so, è incredibile e non se ne comprende la genesi. Ma è ancora più incredibile che nessuno ne parli, che nessuno si indigni, che gli uffici competenti in materia di ville e giardini del comune di Palermo lo abbiano permesso se non addirittura progettato?

È incredibile oltre misura, che la Soprintendenza lo abbia consentito e non abbia perseguito gli esecutori! Accidenti, l'asfalto in un giardino storico! Chi sarà stato questo genio dell'architettura contemporanea?

Mi chiedo come sia stato possibile, mi chiedo se questa volta a questa mia ennesima denuncia, seguirà per la prima volta il ritrovamento di almeno un colpevole.

Già, perché se la risposta progettuale alla sistemazione di un giardino storico, è davvero l'uso improprio dell'asfalto, o siamo dei precursori del gusto alla blade-runner o qualcuno ci deve delle scuse.

Ma questa storia di degrado culturale somiglia molto alla teoria dei vetri rotti, in cui il degrado del primo vetro rotto, porta con se altri vetri rotti e nuovo consolidato degrado.

Tralasciando infatti le vicende note dell'Istituto delle Croci, permane la condizione di assoluto degrado della "stufa-serra" vandalizzata e chiusa da un lucchetto, come vandalizzato e chiuso è il chiosco neo-moresco con le opere di Civiletti, entrambe opere di corredo al parco "basiliane"all'interno del giardino. Situazioni queste, unite nel racconto corale di questa operazione priva di senso.

Credo infatti di non poter essere smentito nel dire che siamo i primi che asfaltano un giardino storico in tutta Europa! Eppure la banalità del male questa volta gode della possibilità di reversibilità!

Cosa fare? Semplicemente progettare! Progettare il rilancio reale di questo prezioso polmone urbano attraverso un concorso di progettazione che sappia valorizzarne le caratteristiche naturalistiche immaginate a suo tempo, oppure invitando il più grande paesaggista europeo a porre rimedio a questa volgare dramma dell'ignoranza.

Lui, si chiama Gilles Clement, non è mio padre e non mi da alcuna percentuale, ma come me, schiere di architetti sarebbero felici di potervi collaborare persino gratuitamente nel ridisegno virtuoso di un giardino simbolo delle nostre radici culturali.

Sono sicuro che se tale iniziativa fosse attuata di concerto con la Soprintendenza e l'università, potremmo riscattarci tutti quanti, da questo miserabile destino di degrado e di asfalto!

Salviamo il Giardino Inglese, salviamo le nostre radici culturali europee. Lasciamo alle macchine di Blade-runner, il turgore eccitante dell'asfalto!

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