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Dal Cep con amore: la toccante storia del centro che aiuta i bimbi con la provvidenza

L’associazione accoglie 180 bambini, ha uno specifico progetto di recupero con i bambini ultraripetenti a scuola e offre da vent'anni servizi nel quartiere di Palermo

Giovanni Callea
Esperto di marketing territoriale e sviluppo culturale
  • 23 dicembre 2019

Il manifesto del centro San Giovanni Apostolo al Cep

C’è una villetta al quartiere San Giovanni Apostolo di Palermo (CEP), uno spazio verde, uno dei pochissimi che dà ossigeno ad una comunità di circa 40.000 abitanti. Dentro la villetta un’area attrezzata per bambini della quale restano solo gli scheletri. Fa specie pensare che nell’unico spazio verde di un’area a così alta densità abitativa vi sia solo un’altalena e che sia rotta.

Giuseppe D’Aleo, un mio amico abitante di zona, che ha condotto la prima delle otto conversazioni sulla periferia per il progetto “Jane’s Walk Palermo”, attualmente in corso, si giustifica e spiega: i giochi c’erano, ma sono stati rubati e rotti in poco tempo anni fa.
Io apprezzo l’assunzione di responsabilità di Giuseppe nella qualità di residente. Ma da cittadino lo trovo inaccettabile. Perché per ogni altalena rotta, un’altalena deve essere sostituita. E l’area presidiata.

E soprattutto penso tra me, sconfortato, che la risposta all’assenza di senso di comunità è la costruzione di un percorso culturale con la comunità. Che insegni alle persone a rispettarsi l’un l’altra. A rispettare i luoghi. Ad apprezzare e mantenere il bello. Perché a mio modo di vedere senza bellezza non c’è giustizia.

Queste cose, abbastanza urtato, pensavo ad alta voce nel pezzo di strada che ci riconduceva dalla villetta alla Chiesa di San Paolo. Ci vorranno cento anni, ma se non iniziamo non finiremo. Riguardavo la fermata del Tram, la nuova rotonda, la scuola, il cartello che dedica lo spazio verde di fronte alla scuola, curato dai bambini, a Peppino Impastato. I simboli urbani di una parte di Palermo che lotta comunque con dignità per migliorare ed evolversi.

Ma la storia dell’altalena e la catena di pensieri che mi ha generato mi lascia poche speranze dentro. Servirebbe una rivoluzione culturale di dimensioni storiche. Ma da dove partire. Come. Chi. Un coro unanime ci spinge a concludere il giro al centro Culturale San Giovanni Apostolo. Una onlus che si occupa dei bambini del quartiere. Conosco li la direttrice Antonietta Fazio.

Giuseppe me ne parla benissimo, la stima. Ha un solo difetto, mi dice, è di sinistra. Questo per lui è un limite, l’unico difetto di una persona per il resto straordinaria. Giuseppe rivendica la sua appartenenza a destra con orgoglio. Ma la stima tanto, per cui nel confidarmi il suo peccato, la giustifica subito: «È di quella sinistra per come dovrebbe essere realmente la vera sinistra, che si prende cura degli altri e della comunità».

Bambini che usano le ultime ore di luce per giocare a calcio in un campetto in cemento sono la prima immagine del centro. All’ingresso ci presentano Antonietta. Il centro sono diverse stanze piene di bimbi e di vita. Un laboratorio di cucito in corso. Un bellissimo albero di legno realizzato da Eleonora Lanteri con l’aiuto dei bambini. E tantissime coppe. Antonietta con orgoglio me le mostra tutte. Sono coppe dei tanti tornei vinti dalla squadra di calcio dell’associazione.

Bello. La solita storia del calcio come risposta alla povertà ed al degrado penso tra me. Bambini delle periferie indotti a credere che troveranno fortuna in un tiro da fuori area invece che sui libri di scuola. Ma non è cosi. La coppa della quale Antonietta mi racconta con più orgoglio è quella non vinta, perché il campioncino di turno non giocò la finale. E non giocò la finale perché la madre avvisò il centro che il bimbo aveva avuto una insufficienza. Giocare è il premio se fai il resto. Come in qualunque famiglia normale. Il calcio lo strumento, non il fine. La mamma che avvisa il centro dell’insufficienza è una madre normale, che come in ogni altra parte della città comprende che il futuro felice del figlio passa dalla sufficienza a scuola prima che da un improbabile trionfo sportivo.

L’associazione accoglie 180 bambini, ha uno specifico progetto di recupero con i bambini ultraripetenti a scuola, cura con Ipercoop la redistribuzione di beni alimentari prossimi alla scadenza ai bisognosi del quartiere. Il nostro arrivo ha interrotto un incontro per consolidare l’attività di formazione professionale sul territorio. Mentre Antonietta parlava, riuscivo a stento a trattenere l’emozione, grande rispetto per queste persone e questo progetto. Esistono da trent’anni. Alcuni dei volontari sono stati bambini accolti nel centro. Ho sentito parlare di cultura nei termini in cui l’ho sempre intesa. Come progetto di società ed umano, e non come spettacolo radical a cui annoiarsi.

Non era il tempo e non era il momento. Tornerò certamente a trovarli, per sapere di più per dare una mano, per capire come può tutto questo in questo luogo avere questa incredibile continuità. Prima di andare via ho posto la domanda chiave. Come pagate tutto questo? La risposta è stata lapidaria. E per me che non sono un credente particolarmente significativa: con la provvidenza.

L’associazione Giovanni Apostolo è una onlus, non ha convenzioni con il comune se non da un paio d’anni per l’assistenza domiciliare. Vive di piccole donazioni. Antonietta mi racconta tra tutte la storia di un papà di 5 figli, di una famiglia monoreddito del quartiere, che nel completo anonimato dona ogni mese 50 euro.

Per me questa storia dà la significativa idea che la periferia non è il luogo maledetto da salvare. Ma una parte della città che vive, ama, spera. Nella quale la normalità della madre che impedisce al figlio di giocare se prima non studia, si accompagna al papà che con sacrificio sottrae risorse alla sua piccola comunità, la famiglia, perché si sente parte di una comunità più larga, il quartiere, la parrocchia, l’associazione San Giovanni Apostolo.

È questa la chiave di ogni cosa, lo strumento che prima o poi metterà le cose a posto. Finanche le altalene nei parchi per bambini. E non ci vorranno 100 anni, ne basteranno 70, ha iniziato 20 anni fa Antonietta Fazio e di questo dobbiamo solo esserle tutti grati.

In questi anni ho visto accadere tante cose in città, ho partecipato al Film di Wim Wenders su Palermo, alla riqualificazione del Foro italico con il progetto delle principesse di Italo Rota, agli interventi di riqualificazione alla Kalsa con Kals’art, all’apertura di Parco Uditore, al progetto Salviamo l’Oreto, ho visto accadere tante cose a Palermo.

Non ho mai visto una cosa fatta così bene come il lavoro di Antonietta al CEP. E non lo scrivo per le cose che lei ha raccontato, anche per quelle naturalmente, ma per l’incredibile stima che ha sul suo territorio da parte di tutti, indiscutibilmente, ed indipendentemente da pregiudizi di parte o di appartenenza.

Non so come funziona la provvidenza, non sono pratico di cose di chiesa. Io vedo un cammino lungo 100 anni e forse di più, iniziato già 30 anni fa. A chi mi conosce e si fida di me. A chi non mi conosce ma legge e comprende cosa anima quello che scrivo. A chiunque ha veramente voglia di essere parte di qualcosa che allarghi il suo cerchio di appartenenza dal me al noi, come lo splendido padre di cui ho scritto. Ha solo una cosa da fare.

Chiedere IBAN ed un indirizzo per magari andare a dare una mano. Se avete pensato di pormi queste domande, come io ho fatto a mia volta, sotto avete le risposte, vi invito ad essere consequenziali. Forse se avete letto fin qui è proprio perché cercavate queste risposte.

Associazione culturale San Giovanni Apostolo Onlus
Via Barisano da Trani, 1
IBAN: IT23H0306904604100000004927

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