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In bicicletta per i vicoli di Palermo: la città che resta "l'unica" nonostante le altre

So che Palermo non è il posto ideale per un ciclista ma racconto comunque di un bel ricordo che conservo nonostante tutto (il “nonostante tutto” cambia sempre le cose)

Grazia La Paglia
Giornalista e blogger
  • 14 luglio 2019

"No Place To Be" di Yaoyao Mva

Avevo imparato a pedalare nella strada dietro casa mia, in un paesino dell’entroterra siciliano. Una strada senza via di uscita e che terminava ai piedi di una collina d’argilla.

La "nostra" collina d’argilla. Quella collina d’argilla che avvolge il mio paese in un abbraccio, che lo accudisce come in una veglia.
Avevo imparato a pedalare tardi: la costante paura di cadere, mista a una precoce sindrome da Peter Pan, mi obbligava a rifiutare lo sganciamento delle rotelle. Volevo pedalare, mi piaceva, ma non lo avrei mai fatto senza le rotelle.

Eppure correvo, correvo molto, in coda ai bambini più grandi del mio quartiere e che mi lasciavano nella loro nube, fatta di polvere arsa dal caldo dell’estate siciliana.

Eppure sapevo mantenere l’equilibrio sulle due ruote, ma non avrei mai accettato di pedalare senza le rotelle. Finché un giorno mio padre, esausto e disperato dalla mia cocciutaggine, mi disse che avrebbe rinunciato per sempre al suo intento: insegnarmi ad andare in bici senza rotelle.

Mi sentii in colpa, capii di avere esagerato. Avevo sette anni e ancora – ancora – pedalavo su quattro ruote. Allora mi presi di coraggio, che alla fine non mi mancava, ero solo troppo pigra per farlo uscire fuori. Mi presi di coraggio, misi la mia bici al centro di quella strada dietro casa mia, ai piedi della collina di argilla, e iniziai a tentare.

Prima un giro di pedali e subito piedi a terra. Poi due giri e piedi a terra. Poi tre, poi quattro, e così via. Fino alla fine della strada, verso l’incrocio con le altre strade, verso la Statale che taglia il paese in due e che passa proprio davanti casa mia.

La stessa Statale che mi avrebbe portato, molti anni dopo, in via dei Biciclettai, a Palermo (scopri di più). Ero affascinata da quelle ruote appese alle mura della strada leggermente in discesa.

Una strada non molto larga per l’officina a cielo aperto dei maghi di biciclette. Maghi, sì. Perché attraversare quella strada era come immergersi in un mondo parallelo dove erano le due ruote e i pedali a regnare sovrani. Era un mondo che sopravviveva nonostante il traffico caotico, griglio e rumoroso che sfrecciava su via Roma e su via Maqueda.

Alle volte vedevo giungere della auto che lì, davanti la bottega di un mago, mostravano il contenuto del loro cofano: biciclette. Biciclette vecchie e nuove, lucide e opache, grandi e piccole. Da riparare.

Passando da via Roma il mio sguardo si posava sempre – almeno per pochi secondi – su quelle mura cariche di bici e ruote, di viaggi da fare, di paesaggi da esplorare.

La mia bicicletta d’infanzia era rimasta nel mio paesino, mentre io ormai vivevo da un po’ di anni a Palermo. Senza auto e con il solo supporto dei mezzi pubblici cercavo di sopravvivere a quella città in cui le strade non conoscevano tregua – a loro non era mai concessa.

Ma un giorno dissi basta. Dovevo risparmiare tempo quando mi spostavo da un lavoro all’altro, cosa che impegnava non meno di quarantacinque minuti tra attesa del bus e tragitto. Stessa quantità di minuti nel percorrere a piedi il mio percorso quotidiano.

Dissi basta, volevo risparmiare tempo, il tempo e la sua ricchezza. Non ero più la bambina che giocava ai piedi di una collina d’argilla. Avevo gli impegni, i maledettissimi impegni, "avevo da fare".

Ed eccomi in via dei Biciclettai. Naso all’insù, occhi persi tra le mille ruote sospese in aria. Oltre loro, solo l’azzurro del cielo. Scegliere la mia non fu difficile. La vidi subito, entrando in strada. Sospesa con le altre. Le sue gemelle, di colore diverso, erano esposte in strada, davanti l’ingresso del negozio. Ma era lei, nera e agile, nera e possente, nera e seria, nera ed elegante, che volevo.

Era troppo grande per me. Successivamente non sarebbero mancate le risate degli amici nel constatare la mia difficoltà iniziale nell’arrampicarmi su quella bici con le ruote più alte di me.

Ma non c’erano altre misure, non c’erano altre bici simili. La scelsi, o lei scelse me. Comprai anche un caschetto e provai a pedalare.

Da quanto tempo non lo facevo? Erano passati davvero tanti anni da quando ero la bimba che giocava dietro casa, in una strada deserta che dava ai piedi di una collina. Erano passati davvero tanti anni da quel giro di pedali e poi piedi a terra. Due giri di pedali e poi piedi a terra. Alla ricerca dell’equilibrio.

Lo ricercavo lì, in via dei Biciclettai, quell’equilibrio che avevo trovato ai piedi della collina d’argilla, sotto il suo sguardo che tutto vede e tutto sa di quel paese che si estende in una piccola valle.

Lo ritrovai, e fu sensazione di libertà, di rinascita, di essere ancora Peter Pan. Avevo una bici per viaggiare, o per giocare, o semplicemente per lasciare scorrere il tempo, mentre l’asfalto scivola sotto i piedi. Ero felice. Ero tornata quella bambina che giocava dietro casa.

L’indomani, una calda domenica di ottobre siciliano senza nubi in cielo a oscurare il tepore del sole, andai alla Cala. Pedalavo lì, tra il Foro Italico e il porto antico. Pedalavo lì, dove tante volte ero andata a osservare il mare in città, con un libro in borsa.

Pedalavo lì, dove si sente l’odore del mare, dove Palermo finisce o dove inizia, dove i turisti arrivano e dove vanno via, lasciandosela alle spalle.

Pedalavo lì, in una città che sapeva di casa. E pedalavo come la bambina che aveva iniziato a trovare il suo debole equilibrio dietro la casa dell’infanzia. Quella casa che – alla fine – resta l’unica, nonostante le altre città di cui si guarda scorrere l’asfalto sotto i piedi, su due ruote e un sellino.

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