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Regolamentazione del mercato dell'usato di Ballarò: quale legalità vuole Palermo?

Non è un percorso facile: il mercato dell'usato di San Saverio dopo mesi di confronti tra Comune e associazioni, prova a trovare una quadra tra abusivismo e regole

Fausto Melluso
Responsabile migrazioni Arci Palermo
  • 8 agosto 2018

Un "lapino" al mercato dell'usato dell'Albergheria a Palermo

Il tentativo di formalizzazione del cosiddetto “mercato del baratto”, che si celebra all’Alberghiera ogni giorno, con un picco nei weekend, rappresenta un momento di grande interesse per la nostra comunità, su cui poco si sta concentrando il dibattito cittadino.

Come in altre occasioni, si può dire che tutti gli organi di informazione ne hanno dato notizia quando è stato annunciato, per poi seguirne poco gli esiti. Capita spesso, in un’informazione fatta di proclami più che di verifiche e approfondimenti.

Dichiaro subito un conflitto di interessi doppio: io non solo ho partecipato all’inizio di questo processo, quando di come affrontare la vicenda discutevamo nelle assemblee di SOS Ballarò, ma abito da anni proprio dove il mercato viene celebrato. Negli ultimi tempi per mancanza di tempo ho seguito meno ma continuato a osservare.

Si tratta, per chi non lo sapesse, di un mercatino di “cose minime”, in cui insieme a vecchi mobili (quelli che restano ai tanti lapini che fanno trasporti e sbarazzi, chi è di Palermo capirà al volo) viene venduto ogni sorta di articolo usato, recuperato nella munnizza e tirato a lucido per quanto possibile.

Si va quindi da vecchi elettrodomestici rabberciati, piccoli o grandi, a vestiti, a vecchia roba elettronica, fino a bancarelle - si fa per dire, la maggior parte allestite per terra - animate da piccoli commercianti falliti cui è rimasta della merce. Una volta ho conosciuto, ad esempio, un brav’uomo che aveva un negozio di ferramenta e ora non gli restava che il fondo di magazzino da vendere.

Questo “fenomeno” è, nel corso del tempo, aumentato con la crisi economica, invadendo spazi che partendo da corso Tukory attraversano il quartiere fino all’Ospedale dei Bambini.

Con la crisi, si intenda, è aumentato tanto il numero dei venditori che quello degli acquirenti, che specialmente nei weekend affollano strade e stradine. Il mercato è certamente quindi, in primo luogo, una modalità di autorganizzazione da parte di categorie sociali che vivono una situazione di grande disagio, e rappresenta una delle tante maniere di “arrangiarsi” per portare un po’ di pane a casa.

C’è poi l’altra faccia della medaglia: cioè che il mercato è un elemento di disagio per altre categorie sociali che abitano quelle vie. I residenti infatti - almeno quelli che non alimentano questo fenomeno, che solo in parte è condotto da persone che vivono all’alberghiera - ricevono da questo mercato chiasso notturno e un bel po’ di sporcizia per le strade.

Si unisca a questo che il mercato, specialmente la notte, è anche luogo di vendita di merce rubata e che alcune sue manifestazioni ostacolano la fruizione di luoghi importanti della nostra città come il Museo Gemmellaro, nonché la mobilità di una parte importante di centro storico.

Ci si è chiesti: che fare? Agitare un cieco legalismo per stroncare il fenomeno andava incontro a due ordini di problemi: uno di ordine pratico e uno di ordine teorico. Praticamente è, di fatto, impossibile evitare che il mercato si celebri.

Chi anima un mercatino del genere non ha alcuna ragione di temere una multa che non potrà pagare e, di conseguenza, il dispiegamento di forze che sarebbe necessario per evitare che le persone "montino" ogni weekend sarebbe grandissimo, coi relativi costi anche per i mezzi per sequestrare la merce. In più, se anche si riuscisse a convincere i mercatari a non montare in quelle strade con il "monopolio della forza legittima", certamente la nostra comunità si troverebbe a dover gestire la stessa vicenda da un’altra parte.

Quanto alla dimensione etica c’è da osservare come questa modalità di “autorganizzazione” sia, come detto, un modo in cui una parte della nostra città si organizza per sopravvivere. Penalizzare il fatto di organizzarsi in un modo, tra l’altro, che direi non essere particolarmente antisociale, senza proporre un’alternativa significa spingere quelle persone verso una povertà ancora più estrema e, quindi, anche verso la necessità di arrangiarsi diversamente.

In queste settimane è in corso un tentativo ambizioso, che vede coinvolte le associazioni, il Comune, la Prima Circoscrizione, molti abitanti e mercatari: riconoscere il fenomeno, far venir fuori i mercati da una condizione di “clandestinità”, per poi chiedere il rispetto di regole minime, sugli orari e sugli spazi da occupare, nonché sulla merce venduta e sullo smaltimento dei rifiuti.

Un piano facile a dirsi, difficilissimo a farsi ma che, in queste primissime settimane di applicazione (che sono state anticipate da mesi di studio e lavoro di tanti) sembra dare dei segnali favorevoli.

Sarebbe bello se questo "tentativo" finalmente riuscisse, e le varie categorie sociali presenti nel quartiere si riconoscessero in questo percorso. Sarebbe una pratica innovativa, in una città che ha bisogno di fare qualcosa di speciale oltre che di essere raccontata come tale.

Un percorso di legalità? Anche, se per legalità si intende riequilibrio e limitazione del danno, rispetto al posizionamento da tenere in un mondo che lascia troppe persone indietro. Un posizionamento che ciascuno deve scegliere senza ipocrisia, dai singoli, alle associazioni, alle istituzioni alle autorità di controllo.

Se la legalità invece è solo una clava per velocizzare fenomeni di speculazione e fare in modo che, in sostanza, si processi la povertà e si alimentino dinamiche speculative beh… forse c’è da riflettere su cosa farsene, di questa legalità che è quella, ad esempio, di chi, in questo weekend, coi i piedi a mollo nel villino al mare, chiedeva punizioni severissime per una piccola piscina in cui giocavano dei bambini della Vucciria (ne abbiamo parlato qui).

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