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Tre passi per salvare la Sicilia: se un cittadino qualunque diventasse presidente

Primo passo: riformare la pubblica amministrazione, Secondo passo fare ripartire l’economia e terzo passo pensare alle infrastrutture: idee che sembrano quasi normaili

Giovanni Callea
Esperto di marketing territoriale e sviluppo culturale
  • 11 marzo 2019

Opera "Sicilia" di Domenico Pellegrino

Mi candido a presidente della Regione. Dico vero. Anzi scherzo. Preciso subito i miei modelli politici di riferimento. Io sono per una soluzione aggressiva: prenderla a ridere. Sono un fan di Jòn Gnar, il visionario anarco-punk che ha risollevato l’Islanda con ironia e creatività.

Sono figlio di una artista, che mi ha insegnato che ciascuno di noi ha il potenziale per realizzare qualunque obiettivo, se è disposto a metterci abbastanza lavoro e creatività.

Pertanto come primo atto di rispetto verso gli insegnamenti di mia madre (sono pur sempre siciliano e quindi non posso che partire dalla imprescindibilità di questi), aprirei la Sicilia ad un periodo di gioia, fantasia e creatività. Ovvero, basta con questo piangersi addosso.

Abbiamo una grande storia. Ci manca, anche grammaticalmente, solo un po’ di futuro. Liberiamo le nostre energie e la nostra capacità di fare e proviamo a immaginare e creare questo futuro.

Con il giusto ottimismo e la giusta attitudine si possono attivare risorse insperate. E soprattutto, raggiunto il fondo, devi credere di potere risalire. Ed io credo (spero), non me ne vogliano i nostri 70 parlamentari all’ARS, il fondo ormai lo abbiamo raggiunto.

Ciò premesso, ecco come agirei nel mio mandato in tre passi. Primo passo. Riformare la pubblica amministrazione. Veramente però.

Se non riformiamo la burocrazia regionale una volta e per tutte, non abbiamo alcuna speranza. La burocrazia è il motore di tutto, tanto quanto può e sa essere un ostacolo. Vanno motivati i dipendenti, fatte nuove assunzioni (in modo non clientelare, ovvero per pubblico concorso) e realizzati i concorsi per dirigente.

So che non lo sapete - ed è giunto il momento che qualcuno vi informi -, siamo gestiti da dirigenti che operano in deroga alla legge nazionale, ovvero senza averne titolo. Lo possono fare per una norma transitoria che vige da 19 anni.

Ebbene sì, tutti i dirigenti regionali, inclusi i potentissimi dirigenti generali, esercitano la funzione senza che nessuno abbia mai accertato le loro competenze.

Ve lo spiego meglio: chi guida la macchina non ha la patente. Ringraziate pertanto se non ci siamo ancora schiantati.

Secondo passo. Fare ripartire l’economia.

L’economia riparte favorendo gli investimenti. Ovvero attraendo risorse. Ed il progetto sull’insularità dell'assessore Armao è la cosa più intelligente che abbia provato a fare un governo regionale da che mi ricordi. Non è un provvedimento né di destra né di sinistra, è un provvedimento intelligente.

Se fossi presidente rinuncerei a fare il presidente con un parlamento che non trovasse compattezza su un tema cosi dirimente. Non è tempo di stare li a politicare. O la politica si assume la responsabilità di certe scelte, o va cambiata la politica.

Attraverso l’attrattiva economica possiamo rendere appetibile il nostro sistema, per quanto zoppicante oggi sia. Abbiamo un vantaggio competitivo indiscutibile e indipendente (per fortuna) da noi: se fossi il proprietario di Google vorresti la tua azienda in un posto freddo e piovoso (Irlanda) o in un posto caldo e assolato (Sicilia)?

Terzo Passo. Intervenire sulle sulle infrastrutture. La mobilità, l’energia, i rifiuti. Sono questi gli assi centrali dello sviluppo economico in ogni luogo sul pianeta.

Su questi tre pilastri si può ricostruire l’infrastruttura del futuro sviluppo. Ovvero tante microimprese che operino in settori strategici del turismo, dell’agricoltura, della trasformazione alimentare, e del riuso e riciclo.

Abbiamo grandi produzioni di scarti di lavorazione agricola. Penso alle vinacce, alla sansa, agli agrumi. Accanto all’industria agroalimentare l’uso di tutti questi scarti può essere la base di attività di ricerca che evolvano in prodotti di cosmetica, tessile, biomateriali di nuova generazione.

L’idea, ovvero, è incentivare al massimo l’utilizzo delle nostre capacità produttive legate al territorio, valorizzandole con l’innovazione.

Deve essere chiaro che l’economia siciliana non può reggersi solo sul turismo, per quanto strategico possa diventare, e sull’agricoltura per quanto imprescindibile essa sia. Serve anche uno sviluppo industriale, sostenibile, snello e a grande valore aggiunto.

Non mi candido a nulla naturalmente, ma continuo a sperare che tutti insieme troveremo la forza per risollevare la nostra splendida terra, anche nel rispetto del grande popolo che siamo stati e che dobbiamo tornare ad essere.

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