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Una sorta di epitaffio sul futuro di Palermo: è straordinario il film Franco Maresco

Il racconto della prima palermitana del nuovo film di Franco Maresco che a Venezia è stato oggetto di diverse polemiche per l’assenza del regista alla premiazione

Giovanni Callea
Esperto di marketing territoriale e sviluppo culturale
  • 17 settembre 2019

Letizia Battaglia e Franco Maresco

Lo scorso 12 settembre è stata la prima palermitana del nuovo lungometraggio “La mafia non è più quella di una volta” per la regia di Franco Maresco. Il film, premiato a Venezia, è stato oggetto di qualche polemica anche per l’assenza del regista alla premiazione.

All’ingresso in sala c'è una atmosfera un po’ surreale, con un pubblico che non ti aspetti per questo genere di film. L’arcano è presto spiegato: sono gli attori, le comparse, il cast venuti a guardare se stessi nel film. Per mia sfortuna il pubblico pagante ed il cast vengono divisi in due sale, avrei pagato doppio il biglietto per seguire il film con loro ed osservare le reazioni al film.

Il film è amaro esattamente come potete immaginarlo. E non lascia alcuna speranza. Nessuna. Per me è un’opera straordinaria, credo il più bel film che ho visto sulla città, e dipinge Palermo esattamente per come è in questa fase storica: un luogo senza memoria, senza passato, senza futuro.

La narrazione della città viene condotta attraverso due personaggi della vita reale: Letizia Battaglia, fotografa di fama internazionale, che non potete non conoscere, e Ciccio Mira, organizzatore di periferia, di feste di piazza e patronali, che difficilmente potete conoscere.

L’una porta il verbo della “società civile” della rivolta alla mafia. L’altro è parte di quel sistema (affiliato o no, poco importa) che non si spenderà mai contro la mafia. Cosa che i protagonisti non hanno difficoltà ad affermare più volte nel corso del film. Il momento nel quale Ciccio Mira e il suo produttore Mannino discutono se dire o meno “abbasso la mafia” nella presentazione dello spettacolo è un pezzo di cinema veramente unico, che sembra citare la celebre lettera di Totò e Peppino.

Maresco non si schiera, non sta né con gli uni né con gli altri. Guarda quanto avviene nella realtà, lo racconta fuori campo con la sua ironia sorniona, uno sguardo cinico o, con le parole di Letizia Battaglia, «scettico». Io ho apprezzato, peraltro, anche il disincanto con il quale osserva la stessa fotografa, che è sua amica ed in tutta evidenza in sintonia intellettuale con lui. Lei ha più strumenti per affrontare lo “scetticismo” di Maresco, ma a mio avviso non esce affatto indenne da quello sguardo.

Il film ha per me due scene chiave più di altre. Quella nella quale Maresco dà del millantatore a Ciccio Mira, il quale è lusingato dall’insulto, in quanto per lui millantatore è uno che brilla e che fa spettacolo. La scena è comica, ma è amaramente drammatica, è un po’ la misura di questi due mondi che non potranno mai capirsi per una questione semantica, prima ancora che ideologica: non danno lo stesso significato alle parole, millantatore o mafia poco cambia.

L’altra scena. Letizia Battaglia allo Zen ha un diverbio con un residente, che di fronte allo sfacelo del luogo in cui vive si esprime contro il Sindaco. Ne segue una scena vera e surreale, della fotografa che prima prova a difendere il decoro del posto, poi si allontana non volendo sentire le critiche al Sindaco, ed infine urla "io amo Orlando", chiudendo ogni spiraglio ad una riflessione ragionata dei fatti e delle circostanze oggettive. Il sentimento occlude ogni ragione. Ancora una volta i due mondi guardano la stessa realtà e la vedono differente.

Ricordo di un paio di anni fa le parole sgomente di Letizia Battaglia riguardo al pronto soccorso dell'Ospedale Cervello. Parole di sdegno e sorpresa che per me furono il segno di quanto una parte della città non avesse idea delle reali condizioni di disaggio del resto della città, arroccata nei salotti buoni e nell’”incondizionato amore” per il Sindaco e per Palermo.

Inconsapevolmente o meno, Maresco attraverso Letizia Battaglia mostra esattamente questo mondo, contrapposto a quello di Ciccio Mira, e le celebrazioni per i 25 anni dalla scomparsa di Falcone e Borsellino, avvolti in quest’atmosfera incongruente di festa e di passerella, diventano solo un atto conseguenziale di questi due mondi vicini e separati, indipendenti e paralleli. "Qui non siamo al Politeama", dice in tono minaccioso un indefinito teppista dello Zen al produttore Mannino, quasi a volere circoscrivere anche geograficamente lo spazio della realtà (lo ZEN, la periferia) e quello delle varie retoriche (il centro).

Il film si conclude con il sonno di Ciccio Mira e le sue evocazioni del presidente della Repubblica Mattarella. Lascia l’amaro in bocca, lascia lo spettatore nell’incertezza di capire dove finisce la finzione ed inizia la realtà.

Al di fuori del cinema lo spettacolo continua nella sua incertezza, usciamo dalla sala insieme al cast che ha assistito al film nella sala attigua. Ciccio Mira, devastato come personaggio nel film, esce da star, salutato come un piccolo divo, con tanto di selfie e coda al seguito. Ci sono tutti i personaggi, i delusi cittadini delle periferie, gli artisti del circo di Mira, e per venti minuti continua per noi, spettatori paganti, questa sovrapposizione confusa tra la finzione del film e la realtà. Con la carrellata di tutti i personaggi del film attorno a noi, a parlare, commentare interagire come persone reali. È come se le circostanze volessero dirmi che non c’è nessuna distinzione tra la realtà e la finzione della pellicola appena conclusa.

Il film ha vinto il premio della critica a Venezia. Prima volta nella storia del Festival, il regista di un film vincitore non era presente. Ho letto varie supposizioni e spiegazioni per questa decisione. Mi sono però affezionato alla mia idea. Io penso che il film sia una sorta di epitaffio sulle speranze di futuro per la nostra città. Il film di fatto non salva nulla, neanche l’osannata Prima carica dello Stato, apprezzata da Ciccio Mira per il suo silenzio genetico, da vero palermitano.

Festeggiare con un premio dopo un messaggio così duro equivale in qualche modo ai balli dei ragazzini inconsapevoli sotto l’albero Falcone. Festeggiare con un premio sarebbe un atto di cinismo che avrebbe reso Franco Maresco parte del "circo" che lui amaramente racconta, ma di cui onestamente non fa parte e non ha mai fatto parte. Avrebbe smesso i panni del narratore disincantato per indossare quelli dell’interprete. Gli sono veramente grato per questo film e per non avere ritirato il premio. Qualunque sia stata la sua reale motivazione.

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