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La bolla delle Crociate e le sue indulgenze

di Lucio Forte
  • 4 luglio 2005

Marcello Papiniano Cusani, prima di diventare arcivescovo di Palermo era stato addirittura preferito a Sant’Alfonso de’ Liguori per lo stesso incarico ottenuto a Otranto. Ma a Palermo oltre che porporato egli fu nel 1755 anche Viceré. Per soli 47 giorni, in verità, quelli che però bastarono a far scrivere di lui che fu "sollecito nel disbrigare gli affari e nel procurare la pubblica felicità". Se con tale gaudio generale ebbe a che fare anche la cosiddetta Bolla delle Sante Crociate - peraltro non proprio una sua creazione - non possiamo affermarlo con certezza. E’ tuttavia sicuro che, cinque anni dopo, il bravo Arcivescovo dette gran rilievo in città ai privilegi che - specialmente nelle grigie giornate di Quaresima - quell’antico documento conferiva a chiunque ne acquistasse copia.

Era in verità dal tempo del Concilio di Trento che anche qui non mancavano i bandi arcivescovili che istruivano i predicatori quaresimalisti sul modo di fare acquistare ai fedeli simili bolle. Roba che a chi la pagava permetteva di mangiare, in un periodo di mortificazione corporale come la Quaresima, la carne e i latticini, cioè i cibi "di grasso" severamente esclusi dalla dieta successiva alle Ceneri. E ove si pensi che il vitto dei più poveri consisteva appena in un tozzo di pane accompagnato da un ancora più minuscolo pezzo di cacio si potrà capire quale "felicità" potesse apportare un documento ecclesiale che, senza future pene purgatoriali, permetteva pure alla gente modesta di mangiare tutto l’anno le carni, sia pure le più ignobili, e i derivati del latte. Indulgenze non trascurabili in una città il cui austero Genio locale è noto da sempre come uno che "divora i suoi e nutre gli stranieri". Fu così che, in assenza dell’attuale generosità connessa agli obblighi fiscali, anche il buon arcivescovo Cusani non rinunciò a indicare per iscritto "a tutti li predicatori secolari e regolari" il modo di vendere una di tali bolle. Quella che assicurava considerevoli "grazie" in cambio del denaro necessario a finanziare la spedizione del 1761 in Terra Santa, organizzata dal re "contro i nimici de la fede, li turchi et altri infideli". Né il porporato mancò di raccomandare ai suoi predicatori di far capire bene che la Bolla non prevedeva solo la facoltà di mangiare impunemente "di grasso" in Quaresima. Perché le poche monete pagate per possederla servivano anche a due altri fini non da poco. Anzitutto, a ridurre il soggiorno in Purgatorio alle anime dei cari defunti e quello eventuale e futuro agli stessi possessori della sacra carta. Ma in secondo luogo - dato che quella era anche una "bolla di composizione" - il documento facilitava perfino l’ottenimento di qualche celeste comprensione da parte di chi avesse fatto propria certa roba che più lecitamente apparteneva ad altri.

Si trattò nei secoli di un ricco affare per i sovrani che, con il ripagato aiuto del clero, imposero ai sudditi un balzello senza che gli stessi quasi se ne accorgessero. E pare che annualmente di quelle "carte" se ne vendessero oltre mezzo milione. Ma dovette essere altrettanto certo che non tutti i poveracci che volevano impunemente mangiare pane e cacio in Quaresima disponessero dei soldini per pagarsi le relative indulgenze. Lo testimonia il fatto che a un tale inconveniente ci fu anche chi cercò di porre rimedio. Qui provvide il cassinese e commissario apostolico don Serafino Filangeri. Che nel 1764 chiese ai venditori di Bolle di andare a venderle in città di porta in porta. Anche a credito e a rate. Con pagamenti "in tempi molto comodi".

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