LE STORIE DI IERI

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Latte d’asina e aria buona per curare la Zarina

  • 4 gennaio 2006

A Piazza del Sacro Cuore, dove finiva la vecchia strada dell’Olivuzza, l’attenzione dei turisti diretti al Castello della Zisa continua ad essere attratta da un pretenzioso edificio in stile veneziano. Piuttosto ben tenuto ma che invece di specchiarsi in un inverosimile canale navigabile s’affaccia sicuramente sul degrado che lo circonda. Si tratta di quanto resta dell’antica villa principesca che Vincenzo Florio fece trasformare in tal modo perché rivaleggiasse nello stile lagunare con la villa Whitaker di via Cavour. Quella dove in tempi più recenti maturò la tragedia non solo personale di Carlo Alberto Dalla Chiesa. Al contrario, la sontuosa dimora di contrada Olivuzza, che era appartenuta alla Principessa di Butera, rimase una specie di succursale della corte di Pietroburgo e la più opportuna residenza estera della famiglia reale russa dall’ottobre 1845 fino al marzo successivo. Un episodio di gran rilievo mondano per la Palermo di Ferdinando Re delle Due Sicilie. Ed al quale, dal 25 ottobre del 1845, dedicò largo e inconsueto spazio “La Cerere” che qui era il Giornale Officiale sul quale il Borbone pubblicava leggi e decreti. Quel giorno, in prima pagina, la città ebbe la notizia che lo zar Nicola I di Russia, nipote della Grande Caterina, alloggiava da due giorni proprio nella citata villa dopo essere sbarcato dalla fregata “Kamchatka” insieme con la zarina Alessandra e la figlia granduchessa Olga. Naturalmente con il seguito di cortigiani e bagagli trasportato dalle quindici carrozze che accompagnarono la famiglia reale lungo “l’esteso sentiero” che era la via intestata ora a Camillo Finocchiaro Aprile. Quel giornale fece sapere che, in particolare, l’Imperatrice di tutte le Russie era venuta nel ridente contado palermitano “ a farvi dimora per alquanti mesi al fine di incontrare sotto di questo cielo i benefici di una temperatura costantemente mite e di un’aria pura e salutare”.

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Naturalmente il giornale borbonico evitò di entrare nelle precise ragioni di tale soggiorno. Dato che avrebbe dovuto rendere noto che la Zarina era quanto meno seriamente minacciata dalla tubercolosi. Il subdolo mal sottile che non faceva distinzione tra borghesi e teste coronate ma che queste ultime avevano certo parecchie opportunità di contrastare. E la cura dell’aria buona respirata dall’augusta ospite “tra la verzura eterna dei suburbani giardini olivuzzei” - come scrisse certo Giuseppe Bastianello - superò sicuramente in efficacia terapeutica quella dei grandi sanatori svizzeri. Tanto è vero che, dopo appena un mese di soggiorno, la Zarina poté accompagnare Nicola I in visita al duomo di Monreale e infine le sue dame di corte nell’interminabile seguito di feste e ricevimenti offerti e ricevuti dall’aristocrazia palermitana e dallo stesso re Ferdinando. Il sovrano che il 24 ottobre venne a Palermo, da Napoli, proprio per porgere i suoi omaggi a Nicola I – il monarca assoluto per eccellenza che aveva affogato nel sangue la rivolta dei decabristi – e alla sua cagionevole Consorte. Al soggiorno palermitano della Zarina dedicò molte interessanti pagine ( ne “La Pietra dell’Imperatore”, edizioni Flaccovio ) Luigi Maniscalco Basile il quale si dilungò anche sul contemporaneo soggiorno palermitano di quel pessimo soggetto che si rivelò il figlio dello Zar, il giovanissimo Costantino, “comportandosi in modo stravagante e indegno” fino a creare seri grattacapi all’onnipotente Maniscalco che fu l’efficiente quanto discusso capo della polizia ferdinandea.

Né lo scrittore palermitano - che avrebbe dimorato nella stessa villa dell’Olivuzza venduta dai Florio alla sua famiglia nel 1918 - mancò di ricordare come nel ridar salute alla bella Alessandra avesse avuto gran parte il latte dell’asina che un contadino del posto veniva a mungere ogni mattina davanti al medico di corte. In proposito la realtà si mescolò alla fantasia quando da questo fatto venne fuori la storia della nave russa inviata a Palermo per prelevare quell’asina prodigiosa. Generoso e paziente animale che, si disse allora, Alessandra volle con sé anche a Pietroburgo insieme al fortunato contadino peraltro sicuramente compensato con gioielli di molto valore. Una vicenda sulla quale ci pare non abbiano definitivamente concordato Rosario La Duca e Maniscalco Basile. Entrambi tuttavia prodighi di gustosi particolari sul soggiorno della Zarina, attestati nei modi e coi documenti più diversi. In particolare, da parte del secondo e per quanto riguarda la fornitura del latte miracoloso, addirittura con la foto di una lapide che del fatto rese testimonianza, in corso Olivuzza, nel sotterraneo di un vecchio edificio. Naturalmente poi demolito per costruirne uno più moderno ma certo meno interessante. E piantato, come tanti altri, nel degrado e nel traffico velenoso che hanno sostituito i “sublimi e suburbani giardini olivuzzei” di perduta memoria.

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