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Un matrimonio siciliano organizzato al nord: e Verona profumava di anelletti al forno

Ero a Verona tra gente sconosciuta ma era come essere a casa, con una famiglia che sarebbe potuta essere la mia: eravamo tutti migranti circondati da fiori d'arancio

Grazia La Paglia
Giornalista e blogger
  • 3 luglio 2018

Vignetta di Yaoyao Ma Van As

Sono andata via lasciando giù, in Sicilia, a Palermo, una piccola famiglia fatta di tanti amici. Perché, lontana per dieci anni dal mio paesello (seppur a solo 100 chilometri di distanza dal capoluogo), avevo ricreato in città quella piccola famiglia fatta di altre sorelle e fratelli con cui condividere la quotidianità.

Andare via da Palermo è stato anche dover addio a tutto questo. A una famiglia costruita e a legami che speri non si spezzino mai.

Ho salutato le amiche che passavano a truccarsi a casa mia prima di scendere alla Cala. O agli amici che, dopo una pizzata con altra gente, passavano da me per salutarmi. E si finiva per fare l'alba davanti biscotti e tazze di latte caldo.

Dall'altra parte, però, nel nord Italia, ho avuto la fortuna di ritrovare altre amiche che erano emigrate prima di me.

Una di loro, proprio nel primo anno della mia vita in Lombardia, si è sposata. E ha scelto di farlo nel Veneto. Non a casa ma a Verona, nella città di Romeo e Giulietta. Nulla di più romantico. Perché lei è uno spirito romantico.

Così, il giorno prima del matrimonio presi un treno per Verona. Lì, ad attendermi, carica di ansia e di stanchezza, ma anche di fibrillazione, la futura sposa.

Eravamo lontane da casa, lontane da tutto quello che sentivamo casa. Ma in quella sera di vigilia, nella terrazza di una casa presa in affitto, fu come essere a casa. In una casa del sud. In una casa tutta nostra. Sedemmo a tavola, per cena, insieme alla madre, alla nonna e alla cugina della sposa. A quella riunione familiare ci unimmo io e una maestra di danza di origini napoletane.

Io conoscevo solo la sposa e sua madre. La ballerina solo la sposa. Ma di tutto questo, ben presto, ci importò ben poco. Perché la nonna della sposa, perfetta nelle vesti del suo ruolo, iniziò a portare in tavola cotolette panate e melanzane alla parmigiana. Per chi voleva, c'era anche della pasta al sugo rimasta dal pranzo e fritta per l'occasione.

Sorrisi, sentendo quel tipico odore di cucina casalinga siciliana, guardando quelle fettine di pollo cucinate proprio come faceva mia nonna, anni prima, per i pranzi e le cene di Natale.

Si pensa che noi del sud siamo gente eccessivamente legata al cibo. Non si comprende, forse, che non è tanto il gusto, o la gola, a legarci ad arancine o anelletti a forno.

Ma sono i ricordi che quei piatti fanno riemergere a legarci, ancora di più oltre lo stretto, alla casa lasciata giù. È il nostro lessico famigliare culinario.

Eravamo a Verona. Ero a Verona tra gente a me sconosciuta. Ma era come essere a casa, con una famiglia che sarebbe potuta essere perfettamente la mia.

Avevamo ricostruito artificialmente un mondo tutto nostro, lì dove il mondo nostro non c'era. L'indomani celebrammo il matrimonio. C'era gente proveniente da ogni parte d'Italia e anche dall'Africa. Eravamo tutti migranti circondati da fiori d'arancio.

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