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Botero, circo e struggimento amoroso: al Teatro Massimo "l'Elisir" pieno di stranieri

Complice la coincidenza con i giorni dell'opening di Manifesta12, a vedere "L'Elisir d'amore" moltissimi spettatori stranieri: ma lo spettacolo nasconde leggende e curiosità

Giovanni Fasola
Ingegnere e melomane
  • 19 giugno 2018

Scatto di scena per "L'eslisir d'amore" (foto Rosellina Garbo)

Gran spolvero e numerosi spettatori stranieri presenti ieri sera al teatro Massimo per la prima rappresentazione de "L’elisir d’amore" di Gaetano Donizetti: complice probabilmente l’avvio di Manifesta la platea e i palchi avevano un’allure più mondana e internazionale del solito.

Dopotutto, solo qualche giorno fa, erano presenti nel palco reale la regina madre Beatrice d’Olanda, suo figlio, il principe Constantijn, e la nuora, principessa Mabel che hanno assistito alla prima esecuzione di "Bintou were, a Sahel opera", opera interamente “africana” su libretto di Wasis Diop e Koulsy Lamko e musica di Ze Manel.

Narra la leggenda che "L’elisir d’amore" venne composto da Donizetti in soli quattordici giorni di cui sette servirono al librettista, Felice Romani, per adattare un testo francese di Eugène Scribe intitolato "Le Philtre", Il filtro.

La sua prima esecuzione assoluta, avvenuta a Milano al teatro La Cannobiana, risale al 12 maggio 1832.



La storia ruota attorno alle vicende dell'umile contadino Nemorino, innamorato di Adina, ricca fittavola, che tenta disperatamente di conquistare. La situazione prende una piega diversa con l'arrivo del ciarlatano Dulcamara, che - fingendosi un dottore - vende a Nemorino un fantomatico elisir d'amore...

L’allestimento andato in scena è stato curato dalla Nausica Opera International ed è già stato rappresentato in Italia, a Busseto, in Perù a Lima e in Spagna a Siviglia.

Quella a cui abbiamo assistito è una edizione particolare di questo “melodramma giocoso”, come è definito in partitura, ambientata, anziché in campagna, in un circo. Non un circo qualsiasi ma un circo ispirato alla pittura di Fernando Botero: una scelta felice e riuscita operata dal regista Victor García Sierra.

Alcune opere di Botero vengono anche proiettate a momenti sul fondale ed è facile cogliere il parallelo tra l’ironia presente nei quadri del pittore colombiano e l’allegria dell’opera di Donizetti, una ironia che è però sempre velata di malinconia, combinazione perfetta per accompagnare anche le scene in cui l’elemento patetico ha il soppravvento come durante la famosa aria “Una furtiva lagrima”.

Già durante l’ouverture in sala compaiono giocolieri, acrobati e persino un uomo forzuto avvolto da un serpente e con tanto di manubrio, sul palcoscenico un tendone da circo davanti al quale si trova il coro, vestito con abiti anni trenta, i trampolieri, le suore, il nano, i bambini coi palloncini.

I costumi coloratissimi e divertenti sono di Marco Guyon, che per il vestito celeste dal colletto bianco di Adina si ispira alla “Bambina coi girasoli” di Botero e sceglie un costume simile ma di un bell’arancione per Giannetta, Dulcamara viene invece trasformato nel direttore del circo.

La regia funziona, il tendone ruota su una piattaforma girevole e rivela anche il suo interno, con la pista. L’ingresso di Belcore, domatore di leone con la frusta, è spassoso, come pure il finale con Dulcamara che vola via in mongolfiera tra i funamboli.

Le luci di Bruno Ciulli hanno spesso lasciato in ombra gran parte del palcoscenico, non si capisce che senso abbia avere dei bellissimi trampolieri in scena se poi non si vedono.

Ma andiamo alle voci: Laura Giordano è Adina, Arturo Chacón-Cruz interpreta Nemorino, Giuseppe Altomare ha il ruolo di Belcore, Giovanni Romeo veste i panni di Dulcamara, Maria Francesca Mazzara quelli di Giannetta.

Dopo un primo atto un po’ stentato, soprattutto per quanto riguarda gli uomini, migliorano tutti nel secondo. Il pubblico ha particolarmente gradito la già citata aria “Una furtiva lagrima” cantata subito dopo il cambio scena del secondo atto che ha mostrato un palco nudo, buio.

Nemorino, vestito da clown come il suo doppio boteriano proiettato in un angolo del fondale, ci coinvolge nel suo struggimento amoroso.

Altro momento topico della serata è stata la penultima scena del secondo atto, il duetto tra Adina e Nemorino, quando finalmente le schermaglie tra i due protagonisti si risolvono in una dichiarazione aperta e franca dei propri sentimenti.

Il coro ha duettato bene con Maria Francesca Mazzara, che è stata applauditissima. L’orchestra, diretta da Alessandro D’Agostini, ci ha regalato una esecuzione piacevole.

Una menzione speciale al Circ’opificio che ha fornito funamboli, acrobati, trampolieri e giocolieri: bravi e divertenti.

Intervistato dal quotidiano El Pais su questo spettacolo, il regista ha dichiarato: «Voglio che venire a teatro sia una festa, che per comprendere le belle arti non sia necessario avere a lato un esperto. Dobbiamo liberarci dei problemi di casa e goderci i nostri colori».

In tempi di Manifesta queste affermazioni sembrano quasi profetiche.

"L'elisir d'amore" di Donizetti su libretto di Felice Romani è in scena fino al 24 giugno.

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