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Catania rischia di dire addio alla carne di cavallo: che succede al cibo tipico della città

Fa discutere la proposta di legge che mira a vietare la macellazione della carne equina. Se approvata, uno dei simboli dello street food catanese sparirebbe

Noemi Costanzo
Giornalista pubblicista
  • 19 febbraio 2026

Una proposta di legge mira a vietare la macellazione dei cavalli

A Catania la carne di cavallo non è soltanto un alimento: è un rito, un segno distintivo, un elemento identitario che attraversa generazioni, oltre che riguardare un intero tessuto sociale ed economico. Per questo la recente proposta di legge nazionale che mira a vietare la macellazione della carne equina ha scatenato un acceso dibattito nel capoluogo etneo, dove intere vie della città sono diventate simbolo di una tradizione gastronomica conosciuta ben oltre i confini siciliani.

La proposta, avanzata sull’onda delle istanze animaliste che chiedono una maggiore tutela per gli equini, punta a equiparare di fatto il cavallo agli animali d’affezione, vietandone la macellazione a fini alimentari. In diversi Paesi europei il consumo di carne equina è già marginale o culturalmente osteggiato, mentre in Italia rimane concentrato soprattutto in alcune aree del Sud, tra cui la Sicilia orientale. Ed è proprio qui che il provvedimento rischia di avere l’impatto più significativo.

In via Plebiscito, a pochi passi dal centro storico barocco dichiarato patrimonio dell’umanità, la sera i bracieri vengono accesi già dal tardo pomeriggio. Il profumo della carne alla brace invade la strada, mentre i passanti si fermano a osservare la preparazione dal vivo: polpette di cavallo, salsiccia equina, bistecche sottili cotte rapidamente sul fuoco vivo. Qui la carne viene spesso lavorata secondo ricette tramandate di famiglia in famiglia, con un’attenzione particolare alla qualità della materia prima e alla cottura.

La scena è diventata nel tempo una vera attrazione turistica: visitatori italiani e stranieri, dopo aver ammirato piazza Duomo o il mercato storico della Pescheria, si dirigono verso via Plebiscito per vivere un’esperienza culinaria che considerano autentica. Secondo gli operatori del settore, una parte non trascurabile del flusso turistico enogastronomico è legata proprio a questa specificità. Le recensioni online e le guide di viaggio citano spesso la carne di cavallo come una delle esperienze da provare a Catania, insieme agli arancini e alla pasta alla Norma.

Andrea, uno dei titolari di Trattoria “Dal tenerissimo - tra i tanti locali punti di riferimento della strada -, non nasconde la propria preoccupazione: «Io concepisco chi vuole il cavallo come animale d’affetto, già oggi tante persone ne hanno uno. Per noi è strano sentire questa proposta perché si tratta di una cultura a Catania. Capisco la questione degli animalisti ma per noi sarebbe un grave danno economico in quanto oltre ai cittadini locali, molti turisti la vedono come una cosa culturale mangiare la carne di cavallo».

Le sue parole riassumono il sentimento diffuso tra gli esercenti della zona. Molti sottolineano come il consumo di carne equina in Sicilia non sia legato a una moda recente, ma a una tradizione radicata, nata anche per ragioni economiche e sociali: in passato il cavallo era un animale da lavoro, e la sua carne rappresentava una fonte proteica accessibile.

Oggi il contesto è diverso ma la tradizione è rimasta. Vietare la macellazione significherebbe, secondo i ristoratori, cancellare un pezzo di identità locale e mettere in difficoltà decine di attività, con ricadute su fornitori, macellerie specializzate e lavoratori. Dall’altra parte del dibattito, le associazioni animaliste sostengono che il cavallo sia percepito sempre più come animale d’affezione e che la sua tutela debba essere rafforzata.

Alcuni richiamano anche episodi di irregolarità nella filiera e chiedono controlli più stringenti, oltre a un progressivo superamento del consumo. Il confronto si inserisce in un contesto più ampio di evoluzione delle sensibilità alimentari.

Negli ultimi anni è cresciuta l’attenzione verso il benessere animale, la sostenibilità e le alternative vegetali. Tuttavia, come spesso accade, il cambiamento incontra resistenze laddove tocca tradizioni profondamente radicate. Per Catania la questione non è soltanto etica, ma anche economica. Il settore della ristorazione rappresenta una voce importante per l’economia cittadina, già messa alla prova negli ultimi anni da crisi e rincari. Tale norma, se venisse accettata, potrebbe avere effetti diretti su molte attività specializzate, in particolare nelle zone storiche.

C’è poi il tema dell’identità. In una città che fa della propria storia e delle proprie tradizioni un elemento di richiamo turistico, la cucina gioca un ruolo centrale. Per molti catanesi, la carne di cavallo non è un tabù, ma un simbolo di appartenenza. Il dibattito resta aperto e, al momento, la proposta di legge è oggetto di discussione politica.

Qualunque sarà l’esito, è evidente che a Catania la questione non si limita a un piatto nel menu: riguarda un intero tessuto sociale ed economico, e mette a confronto visioni diverse sul rapporto tra uomo, animali e tradizione. Nel frattempo, in via Plebiscito i bracieri continuano ad ardere, mentre la città osserva con attenzione gli sviluppi di una decisione che potrebbe cambiare per sempre uno dei suoi sapori più caratteristici.
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