Chi ha almeno 30 anni a Palermo se lo ricorda sicuro: l'epoca (d'oro) di Blockbuster
Preistoria lontana appena vent’anni, residui di un’epoca in cui la parola «home video» non era solo la fine della frase «Non accettate i falsi»: Ce ne parla l'ex proprietario
L'interno di Blockbuster (foto di Ettore Nicosia)
I negozi della catena Blockbuster aprirono sul finire degli anni ’80 negli Stati Uniti ed erano videonoleggi, cioè – spiegato semplice semplice a chi non ne ha mai visto uno – un posto in cui potevi noleggiare una videocassetta (o un DVD, molto più in là anche i primissimi Blu-ray) a un costo più basso di quello che avrebbe avuto il suo acquisto.
Ci si registrava (con una tessera plastificata che naturalmente portava il logo della catena), si sceglieva il film da noleggiare, si andava al bancone, il commesso – rigorosamente in divisa d’ordinanza, e cioè: camicia color jeans e pantaloni beige, a meno di periodi con promozioni particolari, e allora si andava di polo bianca con il logo blu e giallo – rilasciava una ricevuta con su scritto la data di noleggio e quella di restituzione, e si tornava verso casa con l’ambito titolo in tasca. Al suo apice, la catena, fondata da David Cook nel 1985, aveva raggiunto quasi quota diecimila sedi aperte in giro per il mondo, con oltre ottantamila dipendenti al lavoro dietro i loro banconi.
A Palermo, nel momento del massimo splendore del marchio, e quindi, grosso modo, fra il 2002 e il 2007, di negozi Blockbuster ce n’erano cinque: il primo in assoluto aprì all’angolo fra via Antonio Pacinotti e via Giovanni Campolo, dove oggi sorge un centro scommesse, subito dopo, a distanza di appena un mese, fu la volta dell’apertura del punto vendita di viale Lazio (all’altezza di villa Costa) e in contemporanea di quello all’angolo tra via Principe di Villafranca e via Caltanissetta. Per ultimi aprirono quello di viale Strasburgo (che affacciava su via Principe di Pantelleria, al posto suo, anche qui, oggi c’è una farmacia) e la sede di via Marchese Ugo, di fianco a una nota libreria, oggi nelle sue vetrine c'è invece un bar.
Sulla parte orientale dell’isola, i Blockbuster erano tre, due dei quali a Catania: uno, più piccolo, in viale Mario Rapisardi, ad angolo con via Salvo D’Acquisto, in un punto in cui negli anni si sono avvicendati supermercati e negozi per la casa. Il secondo – più grande, «tanto che sembrava un centro commerciale», ricorda Diego, un cliente affezionato – era in viale Vittorio Veneto – ed era una vera e propria Mecca per cinefili e appassionati di videogiochi (tanto che stava, quasi a fare da contraltare fra sacro e profano, di fronte la chiesa del Cuore Immacolato della Beata Maria Vergine).
Era stato il primo ad aprire in tutta la Sicilia, e da quello che ricorda Antonio, un altro assiduo frequentatore catanese, chiuse sul finire del 2011: «Sino ad allora io ci andavo sempre, ci si trovava davvero di tutto». Il terzo era invece a Ragusa. Per chi non ha altro modo di ricordare com’era uno dei Blockbuster siciliani basta andare su Google Maps, posizionarsi nei luoghi citati e scorrere alla data più remota possibile (il 2008, che poi fu l’anno in cui, qua e là, lentamente, i punti vendita iniziarono a sparire davanti al collasso del modello aziendale negli Stati Uniti) per vedere apparire, al posto della schermata interattiva con l’aspetto attuale delle strade, le ormai storiche vetrine a giorno, con gli infissi dal contorno blu e la maniglia immancabilmente gialla.
Rivederle è già un viaggio nel tempo, pochi anni dopo il 2000, l’ingresso nel terzo millennio, con il pericolo del «millennium bug» ormai bello che superato (senza nessuna apocalittica conseguenza), e la promessa di un mondo più connesso (forse proprio da quei colori, che erano gli stessi in tutto il pianeta), in cui si sarebbe stati meno soli. Ed effettivamente meno soli si era, camminando per i lunghi corridoi felpati, separati l’uno dall’altro dagli stand bianchi, alti non più di un metro e mezzo, illuminati dai faretti a soffitto, gli scaffali tracimanti di videocassette con la custodia tutta in cartone e dischi DVD con le copie disponibili nascoste dietro la custodia con la copertina del film e avvolte in una custodia azzurrina con i celebri loghi blu e giallo, il lato destro del logo “strappato”, quasi a suggerire che il film, una volta noleggiato, era già da considerarsi una sorpresa scartata.
Affittare una copia dei «vecchi» costava 3,10 € per cinque giorni, mentre un «Blockbuster», cioè una novità, veniva 5,15 € per tre giorni. Quanti incontri sono nati dentro le pareti che sembravano trasportare già nell’anticamera del cinema, con l’odore salato di popcorn e nachos, e il ronzio elettrico del frigorifero pieno di gelati e buste di cibo pronto. Quanta gente sembrava darsi appuntamento tra uno scaffale e l’altro, come se si fosse in una libreria che al posto dei volumi di carta aveva film e videogiochi.
Un corridoio era dedicato ai polizieschi, uno ai film d’azione, uno ai thriller, uno alle commedie, uno alla fantascienza, uno ai film sentimentali, uno ai film storici, uno ai grandi classici, uno agli horror, tutti ordinati alfabeticamente e custoditi nelle cosiddette “copie noleggio”. Di serie televisive non c’era traccia, era ancora un periodo in cui erano «relegate» alla televisione. I cofanetti in vendita erano quelli di “E. R. – Medici in prima linea” o “Alias”, pochissimo altro.
A circondare il cliente, in cerca del proprio Graal privato, le pareti che torreggiavano con i luminosissimi nuovi arrivi e decine di cartonati che invogliavano a noleggiare il titolo del momento. In fondo, non era poi così diverso dal vagare per le categorie dei film su un servizio di streaming qualsiasi, in cerca di quello giusto, con la differenza che almeno al videonoleggio era nettamente più difficile addormentarsi durante la scelta. E poi, poteva sempre capitare d’incorrere nell’aiuto di qualche altro cliente che, vedendo uno sconosciuto indeciso, si sbilanciava a dare un consiglio. E se era stato un buon consiglio, la settimana dopo l’indeciso sperava sempre d’incontrare nuovamente l’ignoto cinefilo.
Il tardo pomeriggio era di solito la fascia oraria più frequentata, in cui la gente passava da una delle sedi dislocate in giro per le città per affittare il film e goderselo nei due/tre giorni successivi. Le mattine, al contrario, erano un po’ il risveglio dal sogno, il ritorno alla realtà che coincideva con la restituzione della videocassetta o del DVD nella grande bocca rettangolare che c’era su una delle vetrine esterne, e che dall’altra parte, all’interno del negozio, coincideva con la postazione del commesso al bancone blu. C’era chi affittava un film alla volta e completava così le filmografie dei registi più disparati, e chi invece prendeva in blocchi da cinque o sei dischi intere collezioni tematiche.
Gli appassionati più incalliti stavano a caccia fra gli stand blu in cui i film non si noleggiavano, venivano venduti nei diversi formati (all’inizio sia videocassette sia DVD, poi le videocassette sparirono e lasciarono il posto ai DVD, che a loro volta vennero fagocitati, dal 2008 in poi, dai primi Blu-ray), mentre in prossimità del bancone della cassa si trovavano o le vecchie copie noleggio in vendita (difficilissime da accaparrarsi, perché facevano gola agli altri videonoleggi in città) o le confezioni di patatine.
A chi legge oggi, senza esserci mai entrato, i Blockbuster sembreranno non solo una cosa superata, ma anche un ricordo infarcito di nostalgia gratuita, un modello in cui non c’è niente di nuovo, o perlomeno niente che non sia oggi garantito già dalla sala cinematografica (con le nuove uscite, i popcorn, le bibite e gli snack all’intervallo) o dalle già citate piattaforme di streaming nel salotto di casa propria (con la scelta di film non di prima uscita, e al contempo popcorn, bibite e snack quando si vuole).
Ma il modello delle videoteche, in realtà, vedendola quasi filosoficamente, permetteva l’ingresso in un mondo fisico diverso, in cui tutto il resto veniva lasciato fuori, ed era più facile focalizzare la propria attenzione sul film che si volevano vedere a tutti i costi: capita oggi di partire con l’idea di vedere un titolo e lasciarsi sedurre da uno dei dieci in classifica mondiale, cosa che forse era più difficile accadesse in una videoteca. Non solo, ma per certi versi noleggiare il film diventava già l’evento per cui, implicitamente, si stava «pagando un biglietto».
Oggi il costo di una piattaforma di streaming è una delle mille spese sull’estratto conto mensile, e sembra quasi scomparire nell’elenco delle transazioni quotidiane: la sua evanescenza nutre l’illusione che i cataloghi on demand siano virtualmente gratuiti, eterni (mentre di quando in quando i film scompaiono da una piattaforma, per poi riapparire su un’altra, una concorrente a cui ci si deve nuovamente abbonare) e soprattutto l’illusione che contengano tutto.
Se non c’è quel dato film si potrà passare a un altro simile, in fondo che cambia fra un regista e l’altro, o fra una storia e l’altra? Non che questo problema scomparisse nei videonoleggi, ma la caccia al film da avere a tutti i costi rivestiva l’oscuro oggetto del desiderio di mille significati in più che era decisamente più difficile dimenticare. E questo non poteva che aiutare a ricordare il film stesso, magari non un capolavoro, ma di certo il frutto di una ricerca che era passata per le parole di persone che l’avevano consigliato, commessi che l’avevano registrato su un terminale (i primi, rigorosamente a tubo catodico) e mani che avevano attraversato un isolato intero per portare il disco finalmente a casa, magari accompagnati da un pacco di patatine o una vaschetta di gelato.
In più, l’atto stesso di aver pagato quel dato bene permetteva di considerarlo qualcosa da «possedere» veramente, quindi da guardare, magari anche più di una volta, prima di restituirlo (e se si era in ritardo al banco «Restituzione Video», c’era anche una piccola penale da considerare). L’opposto di quello che succede il più delle volte oggi, quando iniziare un film su una piattaforma di streaming significa spesso interromperlo senza più vederlo finire, addormentarsi e non riprenderlo più o osservarlo distrattamente, con l’evanescente certezza di poterlo ritrovare sempre nello stesso catalogo, quando si vorrà ritornare sui propri passi, e l’impressione di non averlo nemmeno pagato.
Per il cosiddetto «grand opening», l’apertura delle sedi storiche, a Palermo venne organizzato un evento ricchissimo di sorprese. A «concertarlo» fu uno dei proprietari del punto vendita di viale Lazio, Ettore Nicosia: «Blockbuster, all’epoca, era il brand numero due al mondo, come franchising internazionale, secondo solo a McDonald’s. Chiamammo da Roma – dice l’ex gestore – i sosia italiani di Michael Jackson, Richard Gere, Julia Roberts e Sylvester Stallone. Erano imitatori bravissimi, che spesso erano fra gli ospiti del Maurizio Costanzo Show. Per l’evento affittammo anche due limousine, che giravano per Palermo con due celebrità ciascuno all’interno, pagammo anche delle persone che seguissero queste limousine con i vespini, come fossero paparazzi che volevano scattare una foto a tutti i costi, per simulare uno scenario hollywoodiano. Durante l’evento in viale Lazio venne ingaggiata anche una band che imitava i Blues Brothers, quando arrivò la prima limousine al negozio c’era una carovana di persone che la seguiva e che si riversò all’interno. Fu davvero una grande festa».
L’atmosfera nelle videoteche che cercavano di ricreare uno spicchio di Stati Uniti per le strade di Palermo, Catania e Ragusa era «assolutamente gioiosa – continua Nicosia – , né più né meno quello che diceva la pubblicità con “Make it a Blockbuster night”, cioè “Passati una serata stile Blockbuster”. La gente veniva da noi con l’idea di passare una serata diversa rispetto a quello che offriva un altro noleggio video, senza nulla togliere alla concorrenza. Oltre ai film, che arrivavano a tremila titoli diversi, c’erano snack che potevi comprare soltanto da noi, cose introvabili altrove. Avevamo gelati, roba d’importazione, c’erano i biscotti giganti al cioccolato, il banco frigo pieno di bibite in tutti i formati. Era pura aggregazione».
Il punto vendita di viale Lazio, a Palermo era quello più fornito di tutti, e nella parete di fronte all’entrata, in uno schermo che per l’epoca era il massimo disponibile sul mercato venivano proiettati spezzoni di film e trailer delle novità a noleggio. «Per promuovere il documentario “Come inguaiammo il cinema italiano – La vera e storia di Franco e Ciccio” ospitammo da noi Ciprì e Maresco – racconta Ettore Nicosia – mentre il film che in assoluto abbiamo noleggiato di più nei sei anni di attività è stato “Nati stanchi” di Ficarra e Picone».
Di episodi l’ex gestore ne ricorda una valanga, su tutti «quello di una ragazzina di dodici o tredici anni, che mentre gli operai lavoravano all’apertura veniva ogni giorno perché voleva la tessera numero uno. Quando aprimmo, fu lei a farla per prima e veniva davvero ogni giorno ad affittare qualcosa. Piccolissimo particolare: abitava nel palazzo accanto al punto vendita di viale Lazio, e suo padre diventò il nostro più acerrimo nemico, addirittura ci citò in giudizio perché diceva che l’insegna luminosa gli dava fastidio. Da quel giorno penso venisse di nascosto a lui». Dal 2008 in poi, i punti vendita in tutta la Sicilia, seguendo la débâcle del marchio negli Stati Uniti, andarono incontro alla chiusura.
Il «modello Blockbuster» venne poco a poco divorato dai “rivali” dello streaming: «E dire – ricorda Ettore Nicosia – che durante una delle convention organizzate dall'azienda per i gestori italiani, in Sardegna, ci fu anche un noto comico chiamato a dire la sua sull’allora nascente streaming, che per funzionare prevedeva l’accesso a un sito, da cui il film veniva ordinato e poi portato a casa tramite un postino. Ricordo che le battute contro lo streaming e la posta in Italia si sprecarono, era impensabile credere che il modello Blockbuster smettesse di funzionare.
Una delle cose che tutt’oggi non capisco è che venticinque anni fa il film usciva al cinema, poi dopo mesi arrivava ai videonoleggi, e dopo avere passato settimane e settimane in affitto veniva finalmente messo in vendita, quindi la sua vita veniva spalmata e allungata il più possibile. Le case di produzione, soprattutto le più grosse, così avevano maggiori possibilità di guadagno. Con l’avvento dello streaming avrebbero potuto “copiare” questa cosa, inserendo, dopo il videonoleggio, il passaggio sulle piattaforme e infine la vendita. Il cinema non starebbe meglio adesso?».
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