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Ci ricorderemo di lui forse per sempre: il Sandokan di Palermo è un supereroe di oggi

Come Clark Kent, lui non si traveste da supereroe: lui è un supereroe che si traveste da uomo comune. Il suo costume è semplice e questa è la sua leggendaria storia

  • 15 gennaio 2019

La curiosità dei viaggiatori, che vogliono ascoltare storie di avventure meravigliose, di costumi insoliti e di strani personaggi, in questa città sarà facilmente appagata. La storia è teatro, senza attori non potrebbe esistere. A migliaia hanno calcato l'antico palcoscenico che prende il nome dal Genio che ha attaccato al petto un serpente.

Ogni giorno mettono in scena la propria vita, tra i vicoli, le strade e le piazze dei quattro mandamenti, ma nei secoli alcuni lo hanno fatto più di altri. Sandocan è uno di questi, e poteva nascere e vivere solo a Palermo.

Sandokan la mattina si alza di buon ora per andare a lavoro. I suoi strumenti sono un bastone alla cui estremità è attaccato un pennello e una latta piena d'olio. Fa un mestiere che ormai quasi nessuno fa: gira per i negozi e le attività commerciali e per pochi spicci ingrassa serrande e saracinesche.

Sandocan, però, diventa Sandocan all'ora di pranzo. Le leggende che corrono sul suo conto, diffuse ad arte, accolte dalla facile credenza popolare, avvolgono la sua figura nel mistero.

Porta con sé, in un sacchetto di plastica, il suo costume: un asciugamani rosso, una scimitarra di plastica, un microfono finto e una piccola tigre di gomma. Basta che si leghi l’asciugamano in testa e la trasformazione è completa. Sandocan percorre sempre la stessa strada. La consuetudine gli dà sicurezza. È anche convinto che se si compie lo stesso tragitto, non lo si può che fare nel migliore dei modi.

Attraversa piazza Bellini, la calata dei Giudici, via Roma fino alla Vucciria, discende via Argenteria e piazza Garaffaello e si ferma alla trattoria della zia Pina, dove i clienti da un grande banco possono scegliere il pesce da mangiare.

L’esibizione dura dai quindici ai venti minuti, è annunciata da un suo ruggito, al quale segue la sigla d’apertura, in parte uguale a quella dello sceneggiato televisivo e per il resto improvvisata: "Sandocan… Sandocann...". Ha inventato una lingua sua, una sorta di grammelot, dove mischia suoni e parole prive di senso.

Agita la scimitarra in una mano e nell’altra stringe il microfono e la tigre, inizia a cantare nell’ordine: un pezzo neomelodico, O’sarracino, un'altra canzone in dialetto napoletano, o'sarracino bis e la sigla chiude uno spettacolo circolare.

Seguono gli applausi. Sandocan gira per i tavoli a raccogliere i soldi, i turisti estasiati sono i più generosi in foto e mance. Dopo la pausa pomeridiana il tour continua per la cena nei ristoranti che circondano villa Garibaldi e i suoi ficus dalle radici aeree, in fine la giornata si conclude nei locali di piazza Rivoluzione sotto gli occhi attenti del Genio.

Bisogna dire che quando i fatti sono permeati da caratteri mitici spesso si perde di vista la sostanza, perché come diceva Salgari: "Con lui, dieci uomini sono un esercito. Dove si arriva dopo giorni di ragionamento, lui arriva in un attimo. Non combattete un uomo, ma una leggenda".

In tutto questo, però, una cosa è certa: l'uomo con l'asciugamano in testa, che canta le canzoni neomelodiche in giro per il centro storico di Palermo, è un'illusione che è vissuta come normalità. Una normalità eccezionale. Come Clark Kent, egli non si traveste da supereroe, ma da ingrassatore di serrande, da uomo comune. Tutti lo chiamano Sandocan, perché lui è Sandocan. Più di Kabir Bedi, più di chiunque altro.

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