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Coronavirus, panico e conseguenze: la Sicilia rischia di pagare troppo sul fronte turistico

Il virus ha creato una condizione di panico generalizzato che rischia di ritorcersi contro di noi: nell'Isola sono a repentaglio i grossi flussi turistici e le conseguenti economie

Giovanni Callea
Esperto di marketing territoriale e sviluppo culturale
  • 27 febbraio 2020

Un cartello virtuale di divieto d'accesso senza mascherina (foto Pixbay)

Il giorno zero, Venerdi, ero a Milano. Per un corso di comunicazione al quale il 20% degli iscritti non ha partecipato per paura del contagio. La cosa interessante che uno dei temi del corso è proprio connesso con la comunicazione pubblica e la capacità di leggere correttamente la realtà mediatica.

Per strada ovunque gente con mascherine, alcuni simpaticamente con la mascherina al collo ma non indossata, giusto per intimorire il virus senza spaventarlo. Altri con la parte del naso scontornata per respirare meglio, immagino.

Ho ricevuto molte chiamate da amici che vivono all’estero preoccupati per la mia salute. Stai bene? Ma che succede in Italia? Sono a Varsavia in questo momento. Qui guardano con curioso interesse questa malattia che ha contagiato l’Italia. Unico paese al mondo entrato in panico. La gente qui nel frattempo fa una vita normale, non indossa mascherine, parla anche di altro.

L’Italia sui media è considerata zona rossa. Non ti sconsigliano di venire, ma prudenza vuole che se devi programmare un viaggio e devi scegliere puoi scegliere altro.



L’immagine è quella di un paese in panico, assalito da una pericolosa pestilenza. Le TV rimandano immagini di gente che indossa mascherine e corre velocemente, posti di blocco con finanzieri con maschere e così via. Ieri ho visto in TV che per prudenza sono stati cancellati i voli in arrivo dall’Italia.

Le scuole a Palermo chiuse. È stata annullata la sagra del mandorlo in fiore. Un paese sotto assedio. Immobilizzato dalla paura.

Non sono un medico, non sta a me esprimere opinioni sulla pericolosità del virus. Certo la sensazione è che prendiamo la cosa in Italia troppo sul serio ed allo stesso tempo poco sul serio. Poco sul serio perché il contagio comunque si sta allargando, ancora dimostrazione di un sistema paese non in grado di affrontare le emergenze. Ed i provvedimenti adesso adottati hanno tutta l’aria di essere eccessivi quanto tardivi.

Troppo sul serio perché l’emotività mal gestita con la quale stiamo vivendo questo fenomeno rimanda una immagine veramente fragile e malconcia dell’Italia. Racconta delle difficoltà che sono di gran lunga superiori a quelle reali. Tutto questo avrà delle conseguenze immediate nei flussi in entrata, con conseguente perdita economica.

Più sarà protratto questo stato di allarme maggiori saranno i danni. Più mostreremo incapacità di gestione ed emotività incontrollata maggiori i rischi che il nostro paese venga disertato dai flussi turistici prima, commerciali poi.

Noi come cittadini siamo caduti nella trappola della paura irrazionale. I numeri parlano di 350 contagi e 11 decessi tra persone con precedenti complicanze, ogni anno muoiono migliaia di persone per influenza in Italia. Non si muore di influenza, si muore perché il tuo organismo è stanco e malato e l’influenza, o il coronavirus, hanno gioco facile. Piuttosto che misure generalizzate e peraltro impossibili da gestire forse andavano programmate azioni a tutela delle fasce a rischio. Immunodepressi ed anziani.

Io credo che dovremmo adottare tutte le misure prudenziali del caso, ma parimenti uscire da questa spirale di panico e paura. Che ha il solo risultato di rendere i nostri organismi più fragili (si sa che lo stress e la paura sono vie di accesso alla malattia) ed anche peggio alimenta in noi ed in chi ci osserva l’immagine di un paese, e di individui, senza spina dorsale, facile preda di incompetenza e fragilità emotiva.

Scommetto, sperando di sbagliarmi, che oltre tutto il resto pagheremo un conto molto salato sul fronte del turismo e dell’industria dell’accoglienza. Il mondo ci guarda e non stiamo offrendo un bello spettacolo.

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